09:49 18 Maggio 2021
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Stando ai dati scientifici, l’uomo non invecchia gradualmente, ma a scatti.

Per tre volte l’organismo si ricostruisce e questo si riflette nella composizione qualitativa del sangue. Le proteine che circolano a livello sanguigno dimostrano quali processi procedano normalmente e quali invece si stiano spegnendo. Tuttavia, è possibile rallentare l’invecchiamento.

Età da invecchiamento

Da alcuni anni i ricercatori della Stanford University stanno studiando i campioni di plasma sanguigno di oltre 4.000 soggetti di età compresa tra 18 e 95 anni. Di grande interesse è il proteoma, ossia il complesso delle proteine ivi contenute: infatti, in base alla loro concentrazione è possibile valutare lo stato di salute del soggetto e capire quali processi siano effettivamente in corso nell’organismo.

È emerso che con l’età i livelli di queste 1.379 proteine variano in maniera considerevole.

Questo non avviene gradualmente, ma a scatti e, più precisamente, in 3 fasi: a 35, 61 e 79 anni.

Probabilmente, in questo lasso di tempo il corpo cambia in maniera sostanziale.

“Le proteine sono le locomotive delle cellule del nostro organismo. Quando cambiano i loro livelli, cambiamo anche noi. Studiando le migliaia di proteine contenute nel plasma, si riesce a comprendere cosa accade nel corpo. Infatti, la concentrazione delle singole proteine consente di capire lo stato di salute del soggetto. Ad esempio, le lipoproteine sono legate al funzionamento del cuore”, osservano gli autori dello studio.

Gli scienziati sottolineano che grazie alle 373 proteine principali è possibile determinare l’età biologica del soggetto. Tuttavia, non è noto perché i livelli di queste sostante diminuiscano o crescano in una determinata fase. Gli autori dello studio non precisano se sia possibile in qualche modo ritardare il verificarsi di questi “scatti”. Tuttavia, diversi studi hanno registrato una correlazione tra lo stile di vita e la rapidità di invecchiamento.

Grasso buono, cervello giovane

Già nel 2017 scienziati americani e spagnoli hanno scoperto che la dieta chetogenica (che predilige grassi e proteine a discapito dei carboidrati) favorisce il funzionamento cerebrale e incrementa sensibilmente la possibilità di vivere bene e a lungo. In verità, gli esperimenti sono stati condotti su cavie, ma con risultati impressionanti. Le cavie più anziane, nutrite con la cheto, hanno dato prova di un’ottima memoria, erano più intelligenti e sono uscite dal labirinto più rapidamente degli esemplari più giovani che erano stati nutriti con una dieta tradizionale.

Infatti, nella dieta chetogenica la principale fonte energetica del cervello e degli altri organi non è il glucosio, ma sono i chetoni e gli acidi grassi. I muscoli e le cellule cerebrali passano così in un regime di “risparmio energetico” che rende i muscoli più resistenti e le cellule meno suscettibili ai processi di invecchiamento.

Tre anni dopo con l’ausilio del neuroimaging i biologi della Stony Brook University hanno ottenuto risultati simili anche sugli uomini. Allo studio hanno partecipato circa un migliaio di volontari di età compresa tra i 18 e gli 88 anni. È emerso che il glucosio, la principale fonte energetica nella dieta tradizionale, col tempo diminuisce la solidità dei collegamenti tra le diverse aree cerebrali. Mentre i chetoni la rafforzano.

Come osservano gli autori dello studio, questi dati testimoniano che una dieta a basso contenuto di carboidrati è in grado di rallentare i processi di invecchiamento a livello cerebrale.

Mangia meno per apparire più giovane

Secondo gli scienziati dello Skolkovo Institute of Science and Technology e dell’Università di Harvard l’invecchiamento può essere rallentato da qualsivoglia dieta a basso contenuto calorico, se mantenuta per lungo tempo.

Questa è la conclusione a cui sono giunti dopo aver studiato il comportamento di cavie da laboratorio. Nei soggetti che per lungo tempo avevano mangiato poco cibo è stato registrato un rallentamento del processo di invecchiamento. Si tratta delle dinamiche che interessano la metilazione del DNA, ossia le variazioni che non afferiscono alla consequenzialità del codice genetico, ma possono influenza il funzionamento dei geni. Questi processi si manifestano in età avanzata e sono sintomo del decadimento dell’organismo.

Negli esperimenti condotti dagli scienziati su cavie che erano alimentate con piccole quantità di cibo i gruppi metilici nel DNA si accumulavano più lentamente. Mentre negli altri esemplari che per alcuni giorni mangiavano poco, ma poi tornavano a mangiare normalmente le variazioni legate all’invecchiamento subivano una accelerazione.

Tra l’altro, come appurato dal Max Planck Institute for Biology of Ageing, l’effetto “ringiovanimento” non è garantito soltanto dalla riduzione dell’apporto calorico, ma anche dalla riduzione delle proteine e di alcuni amminoacidi consumati.

Autocontrollo e niente stress

Scienziati statunitensi, olandesi e neozelandesi ritengono che invecchiano più lentamente e vivono più a lungo coloro che danno prova di autocontrollo. Per alcuni anni i ricercatori hanno studiato un gruppo di volontari nati in Nuova Zelanda tra il 1972 e il 1973. Hanno preso in esame il loro stato di salute, il funzionamento cerebrale e le particolarità psicologiche di questi soggetti: una volta ogni 2-3 anni i volontari erano sottoposti a colloqui e test di vario genere. Inoltre, i ricercatori interrogavano anche i loro genitori, amici e insegnanti.

L’analisi dei dati ha dimostrato che i soggetti meno impulsivi riuscivano ad affrontare in maniera più efficace le sfide di carattere sociale e finanziario, si ammalavano meno e avevano un aspetto migliore dei coetanei.

Inoltre, il corpo e il cervello dei volontari con più autocontrollo presentavano un’età biologica inferiore. Tra l’altro, la capacità di autocontrollare emozioni e sentimenti non è innata, sostengono gli autori dello studio. Può essere sviluppata con l’ausilio della terapia cognitivo-comportamentale. Le persone possono imparare a pianificare il futuro per avere meno stress e, dunque, a invecchiare più lentamente.
Giovani dentro

Secondo i ricercatori britannici, appaiono più giovani fuori coloro che si sentono più giovani dentro. Gli scienziati hanno analizzato i risultati di 19 studi longitudinali (ossia quelli in cui i volontari sono osservati per alcune decine di anni). È emerso che in coloro che si sentono giovani dentro si registra un rischio inferiore di sviluppare depressione, demenza e problemi di salute legati all’età.

Inoltre, in questi soggetti di norma si osserva un rallentamento dei processi di invecchiamento cerebrale.

Questo è stato osservato dai ricercatori dell’Università di Seul che hanno preso in esame le risonanze magnetiche di 68 soggetti sani di età compresa tra 59 e 84 anni e le hanno messe a confronto con i colloqui durante i quali volontari hanno rivelato di sentirsi più giovani o più vecchi della loro età effettiva e hanno stimato il loro stato di salute. Tutti i partecipanti si sono sottoposti a test sulle loro facoltà cognitive.

È emerso che i soggetti la cui età psicologica era inferiore a quella biologica avevano risultati migliori nei test mnemonici, si ammalavano meno spesso di depressione e nel complesso di consideravano più sani. Le risonanze magnetiche hanno dimostrato che nelle aree chiave del loro cervello era presente più materia grigia. In altre parole, chi non si sente vecchio conserva un cervello “giovane”. Mentre i volontari che si consideravano più vecchi della loro età effettiva presentavano facoltà cognitive meno sviluppate della media e questo si rifletteva anche a livello cerebrale.

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