21:48 14 Maggio 2021
Scienza e tech
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In Russia diventa sempre più veloce il ritmo di vaccinazione contro il coronavirus. A Mosca hanno cominciato a vaccinare a casa i soggetti infermi. I giornalisti si stanno facendo vaccinare in diretta televisiva per dare l’esempio.

La popolazione, però, ha ancora diverse domande: quale vaccino preferire, quali sono i rischi di eventuali complicanze, non è meglio aspettare che finisca la pandemia? Di questo e molto altro Sputnik ha parlato con Oleg Batishev, virologo e ricercatore indipendente, nonché docente di Biofisica presso l’Istituto moscovita di Fisica e Tecnica (che partecipa al “Progetto 5-100”) e vicedirettore dell’Istituto di Chimica fisica ed Elettrochimica Frumkin in seno all’Accademia nazionale russa delle Scienze.

Dott. Batishev, qual è la Sua opinione in merito alla sicurezza e all’efficacia dei farmaci vaccinali contro il COVID-19 impiegati oggi in Russia e nel mondo?

I vaccini adottati in Russia di fatto utilizzano tutti gli approcci noti alla scienza: vettori virali, peptidi, virus indebolito. E c’è anche un’altra possibilità, quella proposta dall’americana Pfizer, che si basa sull’mRNA. Si tratta di una nuova tecnologia e, per questo, va adottata con una certa prudenza, tanto più che vi sono pochi dati circa i possibili effetti collaterali nelle varie fasce d’età.

I creatori del vaccino russo Sputnik V hanno prelevato un vettore adenovirale piuttosto sicuro e vi hanno inserito del materiale genetico che codifica per le proteine superficiali del coronavirus. Questo adenovirus non è in grado di diffondersi nell’organismo perché ne è stata prelevata quella parte del genoma responsabile della riproduzione e vi è stato invece aggiunto un filamento che consente alle cellule di produrre le proteine superficiali del coronavirus. Queste non sono in grado di infettare l’organismo ospitante: si tratta di semplici proteine. Ma vengono comunque sintetizzati gli anticorpi e, qualora nell’organismo penetri il vero patogeno del coronavirus, tali anticorpi saranno in grado di contrastare l’infezione o perlomeno ridurne la gravità. Dunque, il soggetto, se anche si ammala, lo fa in maniera più lieve.

Questo vaccino è quello che presenta il maggior numero di dati e è un farmaco che si è dimostrato essere sufficientemente sicuro. Al suo interno non sono presenti elementi che possano scatenare reazioni allergiche o danneggiare le cellule. A mio avviso, è un’alternativa ottima per la vaccinazione di tutte le fasce d’età più anziane, inclusi gli over 60.

In che modo il sistema immunitario di un anziano reagisce all’inoculazione del vaccino?

In maniera meno forte rispetto ai giovani: il vaccino non dà praticamente sintomi. Mentre un adulto può avere la febbre e accusare altre complicanze, gli anziani in media non hanno problemi con la vaccinazione. Questo è dovuto al fatto che il loro sistema immunitario reagisce più lentamente e gli anticorpi non vengono sintetizzati così rapidamente come nei giovani. Tuttavia, secondo i risultati dei test, la reazione del vaccino negli anziani è comunque sufficiente per garantire loro la protezione ed evitare eventuali decorsi gravi dell’infezione. Ad ogni caso vaccinarsi rimane comunque un’alternativa migliore rispetto a contrarre il COVID-19.

Si dubitava del fatto che i vaccini avrebbero funzionato sugli anziani. Mentre ora sono proprio loro ad essere vaccinati in via prioritaria. Come può spiegare questo?

Eravamo piuttosto preoccupati degli effetti collaterali, non tanto dell’efficacia dei vaccini. Pertanto, inizialmente abbiamo raccolto informazioni su soggetti volontari giovani e in salute. Questa è prassi comune. Nei giovani è molto più probabile che se conseguenze, qualora si riscontrino in maniera tempestiva, abbiano effetti meno gravi. Non appena abbiamo notato che il vaccino funzionava e che non vi erano effetti collaterali gravi, abbiamo cominciato a testarlo sugli anziani. In questa fascia d’età, per via delle patologie senili e dei cambiamenti nel funzionamento del sistema immunitario, gli effetti collaterali potevano essere più gravi, ma fortunatamente tali previsioni non hanno trovato riscontro. Poi gli anziani sono stati inclusi tra i gruppi prioritari perché spesso sono i più colpiti dall’infezione da nuovo coronavirus.

Di tanto in tanto si sente che nei Paesi occidentali sono morte delle persone dopo aver ricevuto il vaccino a mRNA e che vi sono state vittime nelle case di riposo dove hanno inoculate le dosi. Come spiega questi eventi?

Il vaccino a mRNA costringe l’organismo a elaborare immediatamente le cellule virali. Questo scatena una rapida reazione di sintesi degli anticorpi, il che è positivo. Tuttavia, la molecola di mRNA non è particolarmente stabile: infatti, qualora sia danneggiata, le proteine possono venirsi a formare in maniera non corretta, il che scatena una forte reazione allergica. Non a caso questo vaccino viene conservato a -70°. Se tali condizioni non vengono rispettate (e questo può facilmente accadere durante la fase di trasporto), vi possono essere spiacevoli complicanze, in alcuni casi persino la morte.

Chiaramente, decine di morti mettono in guardia la popolazione e le autorità: secondo un recente rapporto, in Gran Bretagna per complicanze legate all’inoculazione del vaccino Pfizer-BioNTech sono state registrate 186 morti. Tuttavia, se consideriamo questo numero sul totale delle vaccinazioni, si tratta si una frazione minima. Ma nel complesso possiamo dire che i vaccini russi presentano un diverso principio attivo e diverse condizioni di conservazione, il che li rende più sicuri.

Di recente gli scienziati hanno confermato la correlazione tra il vaccino AstraZeneca e gli eventi trombotici. Come Sputnik V, anche il vaccino AstraZeneca è basato sull’adenovirus, ma di uno scimpanzé infetto. Cos’è che non va con questo farmaco?

Basta prendere dei ceppi anche leggermente diversi e si ottiene una reazione diversa. AstraZeneca non ci ha proprio indovinato. Dovranno sicuramente cambiare qualche cosa. Ma, ribadisco, sebbene sia stata dimostrata una correlazione con gli eventi trombotici, il numero di casi è molto ridotto a fronte invece di decine di milioni di dosi già inoculate. In valori percentuali il rischio che si producano queste complicanze è quasi pari a zero. Nel foglietto illustrativo verranno indicati come effetti collaterali rari. La popolazione viene semplicemente avvertita che esiste questo rischio. Infatti, è prassi comune indicare nelle istruzioni d’uso di ciascun farmaco, anche per un semplice mal di testa, tutti i possibili effetti collaterali.

Dunque i nostri vaccini hanno successo e sono altamente sicuri?

Il vaccino del Centro Gamaleya è riconosciuto nel mondo con un farmaco efficace e con effetti collaterali minimi. Molti Paesi l’hanno acquistato e molti altri al momento ne stanno discutendo. Naturalmente si innestano nella discussione anche dinamiche politiche poiché i Paesi hanno investito nella produzione di farmaci propri e non vorrebbero comprare all’estero. Ma al contempo i principali immunologi americani ed europei hanno dichiarato che Sputnik V è un buon farmaco.

Molti stanno aspettando anche il vaccino EpiVakCorona del centro Vektor perché presenta effetti collaterali minimi e sarebbe un’ottima alternativa per gli anziani.

Questo vaccino non scatena l’infezione e la sintesi degli anticorpi viene effettuato soltanto dai componenti inoculati, ossia non l’intera proteina superficiale del coronavirus, ma sue parti che si legano alle cellule. Si prevede che l’organismo reagisca a questo vaccino più lentamente garantendo quindi una minore insorgenza di complicanze. Ma ogni vaccino comunque presenta dei rischi in termini di allergie.

Il centro Vektor è uno dei principali produttori di farmaci immunobiologici, dunque il loro vaccino può essere considerato assai affidabile. Nel complesso gli esperti di Vektor hanno creato un farmaco assai interessante. Il loro vaccino è leggermente successivo a Sputnik V, perciò non sono disponibili molti dati statistici sul suo utilizzo. Ad ogni modo non credo sia necessario aspettare proprio questo vaccino ed evitare lo Sputnik V. Entrambi i farmaci sono di buona fattura e realizzati a partire da approcci conosciuti.

I partecipanti ai test clinici del vaccino peptidico si sono dimostrati dubbiosi circa le sue capacità protettive. Probabilmente anche Lei ne ha sentito parlare. Cosa ne pensa?

Il problema è che, se nel vaccino hanno incluso determinate sezioni della proteina superficiale partendo dal presupposto che queste sono le più attive nella sintesi degli anticorpi, ci si può chiedere se queste siano sufficienti o se invece il virus possa interagire con le cellule di altre sezioni. Questa è una possibilità considerato poi anche che il virus può mutare. In merito servirà una verifica pratica. Non appena il vaccino comincerà ad essere inoculato sulla popolazione, capiremo qual è la sua reale efficacia. La struttura della proteina spike virale è stata studiata nel dettaglio. Se si acclarasse che i peptidi selezionati non funzionino a sufficienza, se ne prenderanno altri e si modificherà rapidamente il farmaco. Questo non è un approccio nuovo, la tecnologia di base era già stata messa a punto in precedenza, altrimenti non saremmo mai riusciti a creare un vaccino nell’arco di un anno.

Quest’ultimo è, tra l’altro, uno dei temi dei no-vax, il fatto che i vaccini siano stati elaborati troppo velocemente. Qual è la Sua opinione a riguardo?

Effettivamente sono stati lanciati in maniera rapida. Di solito i vaccini vengono sottoposti a lunghi controlli, ma tutte queste ricerche si sono basate sull’esperienza nella creazione di farmaci protettivi contro altri virus. Dunque, non servivano controlli pluriennali. Il Centro Gamaleya, ad esempio, ha fatto affidamento sull’esperienza acquisita nella creazione del vaccino contro l’Ebola. Questo virus si forma in maniera analoga e i vaccini funzionano più o meno allo stesso mondo. Il vaccino è stato brevettato nell’agosto dello scorso anno sulla base dei test condotti su un piccolo numero di volontari e allora ci accusarono di correre troppo. All’inizio dell’anno abbiamo pubblicato su The Lancet un articolo che riportava i dati dei test su 20.000 volontari con esito positivo. Oggi abbiamo raccolto un numero di dati tale che non vi sono più dubbi. Quanto alle complicanze di lungo periodo, sono poco verosimili.

Io raccomando caldamente di vaccinarsi perché questo riduce il rischio di contagio e di sviluppo di forme gravi di infezione da coronavirus. Come vediamo, chi si ammala presenta molte complicanze che perdurano parzialmente anche per 6 mesi o un anno: si tratta di problemi al sistema nervoso, alla respirazione e al sistema cardiocircolatorio (vd. eventi trombotici). La vaccinazione è la maniera più sicura e giusta di prevenire l’infezione.

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