21:56 14 Maggio 2021
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Il grado di ebbrezza dipende non soltanto dalla quantità di alcol consumato, ma anche da peculiarità del singolo individuo.

Ad esempio chi mangia molta frutta riesce a digerire più rapidamente l’alcol per via dell’elevata attività di determinati fermenti.Alcuni animali consumano e digeriscono senza problemi per la loro salute quantità tali di alcol che invece avvelenerebbero l’uomo.

Geni dell’alcol

I ricercatori dell’Università di Calgary (Canada) hanno analizzato il DNA di 85 specie di mammiferi e hanno appurato che nei primati e nei pipistrelli è altrettanto elevata l’attività dei geni responsabili di sintetizzare la alcol deidrogenasi. Si tratta di fermenti che inibiscono l’attività dell’alcol e lo trasformano in acetaldeide che poi viene ridotto in acido acetico. Quest’ultimo infine si divide in acqua e anidride carbonica.

Più è attiva la alcol deidrogenasi, più rapidamente l’etanolo si degrada favorendone così l’utilizzo da parte dell’organismo animale che non ne viene avvelenato né si addormenta. Il funzionamento di uno di questi fermenti, l’ADH7 (si attiva dopo l’ingresso di alcol nell’organismo), è stato studiato dagli scienziati.

I dati relativi a questo fermento e al gene ad esso collegato sono stati raccolti studiando 85 specie di mammiferi di diversi generi: roditori, pipistrelli, primati, artiodattili, proboscidati, carnivoro e cetacei. Hanno poi messo a confronto i dati raccolti con le abitudini alimentari di questi animali. Hanno preso in considerazione anzitutto che molti animali consumano frutta. Infatti, maggiore è la quantità di frutta che consumano, maggiore è la possibilità che già ingeriscano etanolo in natura. L’etanolo è presente nella frutta matura e fermentata.

È emerso che il gene ADH7 è presente in 79 delle 85 specie studiate, ma in alcuni di questi animali (cavalli, elefanti e rinoceronti bianchi) non è attivo. Ciò significa che questi animali non sono in grado di elaborare in maniera efficace l’alcol e un “incontro” casuale con questa sostanza può provocare un importante stato di ebbrezza e persino avvelenamento.

Mentre negli animali che mangiano molta frutta è stata rilevata, come previsto, un’attività importante del gene dell’alcol. Tra i più resistenti all’etanolo vi sono i pipistrelli, i primati e alcuni marsupiali (in particolare l’opossum grigio dalla coda corta, o Monodelphis domestica). Mentre negli eulipotifli, che sono onnivori (e quindi mangiano anche la frutta), la alcol deidrogenasi non è così attiva e, secondo gli autori dello studio, questa sostanza non avrebbe alcun ruolo nella degradazione dell’etanolo.

Ubriacarsi come un elefante

L’articolo dei ricercatori canadesi ha posto fine alle pluriennali controversie circa la dipendenza da alcol degli elefanti africani. Infatti, questi animali manifestano una particolare dipendenza nei confronti della marula (Sclerocarya birrea), un albero tipico dell’Africa meridionale e occidentale. I suoi frutti fermentati contengono etanolo in grandi quantità: infatti, a partire da tali frutti viene prodotto il rinomato liquore Amarula. Gli zoologi hanno trovato gli elefanti nei pressi di questi alberi in stato di ebbrezza.

Elefanti africani
© Foto : Pixabay / Designerpoint
Elefanti africani

Tuttavia, altri colleghi più scettici sostenevano che gli animali ubriachi siano più che altro una leggenda: infatti, gli elefanti, viste le loro dimensioni, non sarebbero in grado di mangiare in una sola volta un numero di frutti della marula tale da ubriacarsi. Tuttavia, se negli elefanti l’alcol deidrogenasi non funzionasse effettivamente bene, allora l’intossicazione da alcol dovrebbe attivarsi rapidamente. Quindi, anche solo un paio di frutti fermentati sarebbe sufficiente per far sì che l’elefante si ubriachi.

In compagnia dell’uomo

Gli scienziati canadesi osservano che le mutazioni nel gene ADH7 aumentano l’efficacia dell’alcol idrogenasi nell’uomo di circa 40 volte rispetto alla forma antica del fermento. In maniera analoga si comporta la maggior parte dei primati per i quali l’etanolo presente in natura è fonte di ulteriori calorie.

Tuttavia, come spiegato dagli zoologi americani, alcuni animali sono in grado consapevolmente di cercare i frutti in via di fermentazione e, qualora debbano scegliere tra un semplice sciroppo zuccherino e uno sciroppo con l’aggiunta di alcol, scelgono sempre quest’ultimo. In particolare, gli animali considerati sono l’aye-aye (Daubentonia madagascariensis) e il Lori lento della Sonda (Nycticebus coucang).

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Daubentonia madagascariensis

Durante l’esperimento a tre esemplari adulti (2 aye-aye e 1 lori) sono stati proposti uno sciroppo zuccherino analcolico e degli sciroppi con una concentrazione di sciroppo all’1, 3, 4 e 5%. Gli animali hanno quasi sempre scelto la bevanda con la maggiore quantità di alcol.

Come osservano gli autori dello studio, gli animali si sono fatti guidare dall’odore dell’alcol e probabilmente è proprio grazie a questo che in natura riescono a trovare i frutti maturi.
Il topo ebbro

Tuttavia, campione nell’assimilare l’alcol non è l’uomo, ma un piccolo animale che abita l’area meridionale della penisola malese, l’area settentrionale dell’isola del Borneo e Sumatra. È lo ptilocerco dalla coda a piuma (Ptilocercus lowii), un mammifero di aspetto simile a un topo. Vive sugli alberi, si nutre di insetti e gechi e ama il nettare dell’eugeissona (Eugeissona tristis) che contiene il 3,8% di alcol.

La tupaia dalla coda a piuma
La tupaia dalla coda a piuma

Secondo le stime degli scienziati tedeschi, in un giorno lo ptilocerco beve la stessa quantità di alcol presente in 3 litri di birra e nel suo sangue è presente costantemente un livello di alcol pari a 1,4 grammi per kg di peso corporeo. Tuttavia, l’animale non è mai ubriaco sebbene una simile concentrazione di etanolo nell’organismo umano potrebbe persino causare una grave intossicazione.

Inoltre, l’animale, a differenza dell’uomo, non è interessato da alcuna patologia normalmente scatenata da queste “bevute” regolari. Ad oggi ancora non è chiaro in che modo lo ptilocerco riesca a reggere così bene l’alcol. I ricercatori ipotizzano che la chiave sia il modo in cui opera l’alcol deidrogenasi.

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