01:56 20 Aprile 2021
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Due anni fa gli scienziati hanno identificato i cosiddetti geni dell’attrattività nel DNA. Si tratta di aree del genoma associate alla pigmentazione cutanea e al colore dei capelli.

Tuttavia, è altamente probabile che in passato si scegliessero i partner in base a set genici totalmente diversi. Dopotutto, gli standard di bellezza mutano nel tempo anche in relazione allo standard di vita.

Dipinto dell'artista russo Karl Brullov  Mezzogiorno italiano
© Foto : Public domain
Dipinto dell'artista russo Karl Brullov " Mezzogiorno italiano"

In assenza di cibo si preferiscono i grassi

Alla fine dell’anno scorso un team internazionale di ricercatori ha appurato che le veneri paleolitiche (le statuette in pietra risalenti a 14.000-38-000 anni fa) non sarebbero un simbolo della madre terra e della fertilità, come si pensava, ma la rappresentazione della bellezza e della figura femminile ideale secondo gli uomini dell’epoca.

Scienziati statunitensi ed emiratensi che hanno studiato per lungo tempo queste statuette hanno osservato che queste ultime raffigurano ragazze che soffrono di obesità oppure che sono incinta in maniera eccessivamente realistica per essere dei semplici simboli. Gli scienziati sono giunti a queste conclusioni analizzando i dati antropometrici delle statuette, ossia ad esempio il rapporto tra vita e spalle.

È altamente probabile che in un periodo di estrema carenza alimentare (le prime veneri, infatti, risalgono al periodo di un improvviso calo delle temperature nel territorio corrispondente all’attuale Europa) le persone in sovrappeso fossero considerate più sane e, di conseguenza, più attraenti. Dopotutto, proprio questi soggetti avevano più probabilità di sopravvivere alla carestia con cui dovevano fare i conti i cacciatori-raccoglitori preistorici.

Quest’ipotesi è confermata anche dal fatto che le statuette più grasse sono state trovate vicino a ghiacciai dove c’era meno cibo disponibile.

Secondo i ricercatori, l’obesità nei popoli del Nord in quel periodo era ben accolta. Le donne in carne riuscivano a partorire più facilmente. Così le statuette potevano essere una sorta di feticcio o talismano che proteggeva durante la gravidanza e l’allattamento al seno.

In abbondanza di cibo si preferiscono i magri

Oggi, invece, l’obesità è un segnale di esistenti criticità di salute. Non sorprende che gli scienziati americani, impegnati nella definizione del “gene dell’attrattività”, hanno rilevato una correlazione genetica inversa tra la bellezza femminile e l’indice di massa corporea.

In altre parole, i volontari e le volontarie, a cui sono state sottoposte immagini di donne non conosciute, trovavano più carine le ragazze magre. In tutto durante l’esperimento 12 partecipanti (6 uomini e 6 donne) hanno valutato l’aspetto fisico di oltre 4.000 soggetti in base ad alcune fotografie. Poi i ricercatori hanno analizzato il genoma dei soggetti raffigurati nelle fotografie e hanno confrontato i dati ottenuti con il grado di bellezza assegnato ad ogni soggetto dai partecipanti allo studio.

È risultato che i geni dell’attrattività femminile sono associati ai geni responsabili della pigmentazione cutanea e all’età del menarca, mentre il set genico maschile è legato ai geni responsabili del colore dei capelli.

La bellezza sta negli ormoni di chi guarda

Ad ogni modo, le preferenze delle donne mutano piuttosto rapidamente, osservano gli scienziati britannici. E spesso questo dipende dal livello di ormoni sessuali che muta a seconda della fase del ciclo mestruale. Ad esempio, durante l’ovulazione le donne amano maggiormente partner con una fisionomia più mascolina, ossia un mento pronunciato e una fronte ampia.

Attore francese Jean-Paul Belmondo, 1964
© AP Photo / Jean Jacques Levy
Attore francese Jean-Paul Belmondo, 1964

In verità, altri studi non sembrano confermare queste ipotesi. Anche nell’esperimento condotto da alcuni scienziati dell’Università di Glasgow i partecipanti hanno considerato più attraenti i volti più virili, ma questo non è stato correlato in alcun modo al livello ormonale dei partecipanti.

Il contesto è decisivo

Secondo gli scienziati dell’Università di Sidney, l’alternanza delle rappresentazioni della bellezza femminile dipende non tanto dagli ormoni, quanto da fattori esterni quali le persone che ci circondano.

Durante l’esperimento condotto dagli australiani un gruppo di donne doveva valutare quanto fossero attraenti 60 uomini sulla base di alcune foto che li ritraevano.

Ciascuna foto veniva mostrata sullo schermo soltanto per una frazione di secondo durante la quale la volontaria doveva decidere se trovava quell’uomo attraente o meno.

È emerso che le partecipanti considerano attraente un uomo dalla foto se è piaciuto loro anche l’uomo della foto precedente. E viceversa se la foto non è risultata gradevole, è molto probabile che venga valutata negativamente anche quella immediatamente successiva. In altre parole, la bellezza è stata percepita dalle partecipanti all’esperimento in maniera diversa ogni 3 secondi.

Secondo gli autori dello studio, questo fenomeno è associato al modo in cui il cervello elabora le nuove informazioni. In caso di percezione di immagini visive il cervello si semplifica il compito, facendo affidamento sulle informazioni e le esperienze precedenti. Dopotutto, di norma le caratteristiche fisiche degli oggetti non mutano in un attimo. Una tazza rimane una tazza anche dopo che ci allontaniamo.

Un meccanismo analogo entra in funzione anche quando analizziamo i profili sulle app di incontri. Quando una persona sfoglia rapidamente le fotografie di diversi utenti, il suo cervello non riesce ad analizzare la nuova immagine e la valuta in maniera analoga a quella precedente.

La bellezza ha confini flessibili

Per lungo tempo si è pensato che il concetto di bellezza dovesse essere, seppur con le dovute lievi variazioni, più o meno uguale in tutte le epoche e in qualsiasi società. Da un punto di vista evolutivo è logico che sia stata operata una selezione di determinate caratteristiche esterne che dimostrassero il buon stato di salute, la buona forma fisica e la capacità di riprodursi dell’altro soggetto. Questi sono infatti segnali di un partner di qualità. Quindi, chiunque li presentasse doveva essere sessualmente attraente.

La moglie di Alexander Pushkin Natalia Goncharova, considerata una delle prime bellezze di San Pietroburgo
La moglie di Alexander Pushkin Natalia Goncharova, considerata una delle prime bellezze di San Pietroburgo

Questa spiegazione è stata in voga finché i ricercatori britannici non hanno preso in esame la percezione della bellezza in diverse culture. I ricercatori hanno chiesto a soggetti di 12 etnie diverse (provenienti da nazioni con diversi livelli di sviluppo economico) di scegliere le fotografie che più piacessero loro raffiguranti altri esseri umani e di valutare quanto fossero attraenti.

È emerso che la virilità e la femminilità sono rilevanti soltanto nelle aree più urbanizzate dove si registrano livelli inferiori di incidenza di malattie, natalità e omicidi. Mentre nelle comunità più piccole e isolate le donne preferiscono uomini il cui aspetto è più “femminile”.

Inoltre, in società dove è vivo il problema della fame sono considerati più attraenti i soggetti in carne, mentre in gruppi affetti da determinate patologie i più belli sono i soggetti con un viso simmetrico. Questa caratteristica è spesso associata a un buon stato di salute fisica.

Tutti questi dati, sostengono i ricercatori, sono la riprova del fatto che l’attrattività è un concetto dai confini variabili. Infatti, per la sopravvivenza e la continuazione della linea familiare è più importante non tanto scegliere il partner più in salute, ma il più adatto a vivere in quello specifico contesto. 

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