23:31 11 Aprile 2021
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In un anno di pandemia siamo riusciti a mettere a punto una protezione efficace dall’infezione. Nel mondo, infatti, sono stati brevettati 8 vaccini.

Tuttavia, ad oggi non c’è ancora un trattamento antivirali specifico di provata efficacia. I medici sono costretti a trattare non la causa della patologia, ma i suoi sintomi e complicanze. È il sistema immunitario a dover combattere il patogeno. Alcuni farmaci, però, potrebbero cambiare le cose. 

Si procede a tentativi

Le prime raccomandazioni metodiche in tema di diagnostica e trattamento del COVID sono state rilasciate in Cina alla fine del 2019. In questo periodo le autorità cinesi comunicarono del focolaio di polmonite virale che era scoppiato nella città di Wuhan. Verso il mese di marzo, quando si registravano già casi in tutto il mondo, l’OMS dichiarò lo stato di pandemia e pubblicò la settima versione di questo documento sulla base del quale si orientano gli esperti di diversi Paesi cercando di produrre raccomandazioni cliniche a livello nazionale.

Nel documento si citano diversi farmaci antivirali che si potrebbero utilizzare contro il COVID-19: lopinavir e ritonavir che si utilizzano nel trattamento dell’infezione da HIV, l’interferone alfa e la ribavirina. L’efficacia della coppia lopinavir-ritonavir è stata giustificata dai dati pubblicato dagli scienziati cinesi su The Lancet nel mese di gennaio del 2020. Gli scienziati sostenevano che questa combinazione aveva ottimi risultati contro il patogeno della SARS. Questo significava che i farmaci avrebbero dovuto funzionare anche con il SARS-CoV-2 dal momento che i patogeni sono geneticamente molto simili. Il monitoraggio dei sintomi di 41 pazienti nell’ospedale di Wuhan avrebbero confermato le ipotesi degli scienziati cinesi. Tuttavia, questo ha suscitato perplessità in molti infettivologi. E nel luglio del 2020 è divenuto evidente che questi due farmaci sono inutili nel trattamento del COVID.

Con il remdesivir (un altro farmaco antivirale sul quale si nutrivano inizialmente grandi speranze) la situazione non è ancora del tutto chiara. Il farmaco fu messo a punto per contrastare l’ebola. Tuttavia, il primo americano che contrasse il SARS-CoV-2 fu trattato proprio con il remdesivir. Il soggetto guarì, ma non si capì al tempo quale funzione svolse il farmaco nel processo di guarigione. Pertanto, nella primavera del 2020 presso il NIAID (l’istituto nazionale statunitense di allergie e patologie infettive) fu avviato uno studio nell’ambito del quale ai pazienti covid veniva somministrato questo farmaco.

Ad aprile i ricercatori dichiararono che il farmaco funzionava, e ad ottobre la FDA (Food and Drug Administration) ne approvò l’utilizzo per il trattamento dell’infezione da nuovo coronavirus. Tuttavia, l’OMS non ne raccomanda l’impiego poiché ritiene che non siano state raccolte evidenze sufficienti a certificarne la sicurezza e l’efficacia.

L’importanza del plasma

Il principale problema di lopinavir e ritonavir era non tanto la loro inutilità, quanto i possibili effetti collaterali. Tutti questi farmaci afferiscono alla categoria di inibitori della proteasi, ossia quell’enzima che, ad esempio, l’HIV impiega per sintetizzare le proteine virali. Si sa che questo approccio non è molto efficace contro il nuovo organismo e che così l’organismo potrebbe sostenere danni irreversibili. Ad esempio, i malati di HIV, costretti a sottoporsi a questa terapia, possono subire alterazioni del metabolismo lipidico e sviluppare gravi patologie croniche. Proprio per questo i ricercatori di tutto il mondo hanno cominciato a cercare altri metodi più sicuri ed efficaci di contrasto al SARS-CoV-2. Uno di questi è il trattamento con il plasma donato da soggetti guariti.

Infatti, al suo interno sono disciolte le immunoglobuline (anticorpi), ossia apposite proteine in grado di neutralizzare i virus. Queste compaiono nell’organismo dopo che il sistema immunitario ha imparato a contrastare l’infezione. È la cosiddetta immunità acquisita. In linea teorica, se si inoculano questi anticorpi nell’organismo di un nuovo soggetto, questi dovrebbero riuscire a neutralizzare il virus pericoloso anche nella nuova “casa”.

Come hanno dimostrato le esperienze sui pazienti affetti da forme gravi di COVID-19, questo approccio funziona. A parlare per primi dell’uso del plasma donato furono i medici cinesi nel febbraio del 2020. Questi parlarono di 10 pazienti salvati in questo modo. Ad aprile furono pubblicati dati relativi a due soggetti sudcoreani malati di COVID la cui situazione migliorò dopo essersi sottoposti a questo trattamento. Oggi sono ormai diverse centinaia le ricerche a cui hanno partecipato migliaia di pazienti.

I dati delle 19 ricerche più significative in questo senso sono stati analizzati dagli esperti della Cochrane, una organizzazione internazionale non a scopo di lucro che analizza l’efficacia dei trattamenti mediante prove di efficacia. Alle ricerche oggetto del loro studio sistematico hanno partecipato oltre 38.000 pazienti, 36.000 dei quali hanno usufruito del plasma di soggetti guariti.

Stando alle stime di Cochrane non è per ora possibile fare completo affidamento sui dati a disposizione perché di norma oltre al plasma ai malati sono stati somministrati anche altri trattamenti. Inoltre, la guarigione potrebbe anche essere legata al naturale decorso della patologia. Queste conclusioni possono essere in larga misura dettate anche dall’attuale situazione: al momento è difficile condurre uno studio clinico correttamente organizzato. Ma è improbabile che i medici decidano di trasfondere il plasma a un paziente gravemente malato e di negarlo a un altro.

Pertanto, questo trattamento sperimentale al momento è effettuato in molti Paesi del mondo quali Russia, Cina e USA. Tanto più che il trattamento, come dimostrato dai ricercatori americani, non costituisce un rischio per il paziente.

Indipendenti ed efficaci

Il problema principale della trasfusione di plasma donato è che ce n’è poco. I soggetti sono pronti a donare il plasma, ma non tutte le tipologie di sangue vanno bene. Anzitutto, all’interno del sangue deve esserci una quantità sufficiente di anticorpi neutralizzanti il virus (e la loro quantità cala con il tempo). In secondo luogo, i soggetti guariti che intendono condividere il loro sangue debbono corrispondere a tutti i criteri solitamente richiesti ai donatori. In terzo luogo, tra il prelievo e la trasfusione deve passare circa un semestre in modo da verificare che il soggetto non sia affetto da HIV. Queste restrizioni limitano l’impiego di tale trattamento.

Una soluzione potrebbero essere gli anticorpi monoclonali, ossia proteine prodotte dalle cellule del sistema immunitario che derivano da una cellula progenitrice. Vengono ampiamente utilizzate in biologia e in medicina, anche per la produzione di alcuni vaccini.

I primi anticorpi monoclonali contro il COVID-19 sono stati identificati dagli scienziati già durante la primavera del 2020. In quel periodo i ricercatori olandesi hanno dimostrato che l’anticorpo 47D11 neutralizza il recettore ACE2, ossia quello grazie a cui il coronavirus penetra nelle cellule dell’uomo. Parallelamente anche esperti cinesi, israeliani, statunitensi e russi sono giunti alle stesse conclusioni.

Il trattamento di produzione russa è stato testato a ottobre su alcune cavie siriane. Agli animali è stata inoculata una combinazione di 8 anticorpi in grado di riconoscere 3 filamenti della proteina S del virus nell’area in cui questa interagisce con il recettore cellulare ACE2. In esito all’inoculazione le cavie sane non sono state infettate, mentre quelle malate sono guarite rapidamente. Gli autori dello studio osservano che la loro scoperta potrebbe diventare uno strumento efficace per curare l’infezione da nuovo coronavirus, sebbene non si tratti di una soluzione a basso prezzo.

Alla creazione di un trattamento per trattare il COVID-19 utilizzando gli anticorpi monoclonali sta lavorando anche il Centro Gamaleya. A dicembre si è saputo che uno dei laboratori del Centro ha vinto una sovvenzione per creare questo trattamento. Aleksandr Ginzburg, il direttore del Centro, in quell’occasione ha dichiarato che avrebbero messo a punto il trattamento entro la fine del 2021.

Oggi nel mondo sono diversi gli studi clinici in corso sugli anticorpi ad aver conseguito buoni risultati negli esperimenti sulle cavie. Sebbene non siano ancora disponibili risultati definitivi, in alcuni Paesi questo trattamento ha ottenuto l’autorizzazione per essere utilizzato nel trattamento dei cavi COVID quando gli altri trattamenti si rivelano inefficaci. Nello specifico, è così che è stato curato l’ex presidente americano Donald Trump.
Si assume con acqua

I ricercatori americani stanno lavorando alla creazione di un trattamento contro il COVID da assumere per via orale. Il principio attivo di queste compresse è il molnupiravir, in grado di inibire la replicazione del SARS-CoV-2 incrementando in numero di mutazioni nel suo genoma.

Gli scienziati hanno testato il farmaco su alcune cavie alle quali era stato precedentemente predisposto a livello subcutaneo un frammento di tessuto polmonare umano. Proprio su tale tessuto gli scienziati hanno inoculato il nuovo coronavirus quando hanno infettato gli animali. Poi nel corso di alcuni giorni alle cavie malate sono stati somministrati 1600 mg al giorno di EIDD-2801 (l’attuale denominazione del trattamento oggetto del test). Questa è più o meno la dose di farmaco che solitamente viene somministrata ai soggetti umani che partecipano ai test clinici.

Dopo poco tempo gli animali hanno cominciato a sentirsi meglio: hanno smesso di dimagrire, la concentrazione del virus nel loro organismo è diminuita. Questo studio ha dimostrato che il nuovo farmaco inibisce in maniera significativa la riproduzione del SARS-CoV-2. Ciò significa che il farmaco sarà efficace sia come profilassi sia come trattamento del COVID-19. Rimane da verificarne l’efficacia sui volontari.

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