23:16 25 Febbraio 2021
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Il dolore consente agli animali di evitare un trauma: ritirano un arto se sentono troppo caldo o si prendono cura delle parti del corpo danneggiate perché possano guarire rapidamente.

Tuttavia, la sensazione di dolore costante provocata da disturbi cronici o da disturbi del funzionamento dei recettori può complicare molto la propria vita. Gli analgesici aiutano, ma presentano effetti collaterali e possono anche creare dipendenza. Sputnik vi spiega in che modo la scienza propone di risolvere il problema.

I centri del dolore

Il dolore è la risposta al danneggiamento di cellule e tessuti. Quando ci feriamo, cellule e tessuti rilasciano specifiche sostanze chimiche che agiscono sui recettori del dolore, ossia sensibili terminazioni nervose. Proprio qui si creano gli impulsi elettrici che poi vengono trasmessi tramite le fibre nervose al cervello dove percepiamo il dolore.

“I recettori del dolore (nocicettori) sono terminazioni delle cellule nervose. Sono dislocati a livello cutaneo, muscolare e in alcuni organi interni. Rispetto agli altri recettori i nocicettori di distinguono perché reagiscono soltanto a stimoli di intensità preoccupante: infatti, leggere pressioni non provocano dolore”, scrive il giornalista scientifico Petr Talantov nel suo libro 0,05. Dokazatelnaya meditsina.

Come osserva il medico russo Vyacheslav Dubynin, a presentare un’importanza chiave nell’emissione dei segnali del dolore sono le prostaglandine, ossia molecole che si formano a partire dalla membrana cellulare quando questa si deteriora. Pertanto, alcuni analgesici sono finalizzati a impedire all’area danneggiata di produrle: dopotutto, se la loro concentrazione è poco elevata, il dolore si attenua. Tuttavia, questi medicinali presentano molti effetti collaterali anche se non provocano dipendenza.

Più efficace della morfina

L’assuefazione è tipica di quegli antidolorifici alla base dei quali vi sono composti simili o all’acido gamma-amminobutirrico o alle endorfine. Queste sostanze utilizzano specifici neuroni inibitori del midollo in qualità di mediatori. Il loro compito principale è bloccare i deboli segnali del dolore e lasciar entrare nel sistema nervoso centrale quelli più significativi.

Secondo Dubynin, al momento i dolori più forti possono essere eliminati soltanto con la morfina o con composti analoghi perché le loro molecole sono simili alle endorfine.

Una soluzione alternativa che non provoca assuefazione è stata messa a punto da scienziati giapponesi e statunitensi. La nuova sostanza è stata chiamata AT-121. Da un lato, proprio come gli analgesici oppioidi attiva i recettori μ-oppioidi, mentre, dall’altro, agisce come le nocicettine. Inibiscono il funzionamento dei recettori che incidono sul comportamento istintivo ed emotivo con i quali sono solitamente legati gli analgesici oppioidi. Di conseguenza, l’AT-121 elimina i dolori più forti senza però dare un senso di soddisfazione, come fa invece la morfina. Quindi, non crea dipendenza.

Il farmaco è stato testato sui macachi nei quali è stato inoculato in 3 diverse dosi (da 0,003 microgrammi per kg di peso dell’animale fino a 0,03 microgrammi). Poi è stata versata dell’acqua a 50°C sulla coda dell’animale. Inoltre, ad alcuni esemplari sono stati applicati sulle zampe dei cerotti che presentavano sostanze irritanti.

I primati che avevano assunto grandi dosi di AT-121 hanno reagito meglio al dolore rispetto agli esemplari nei quali erano stati inoculate dosi inferiori di farmaco oppure rispetto agli animali del gruppo di controllo. Inoltre, il nuovo composto ha garantito il medesimo effetto analgesico della morfina, pur con una somministrazione 100 volte inferiore.

Le osservazioni sugli animali hanno dimostrato che l’AT-121 non provoca effetti collaterali né causa assuefazione. Come riportano gli autori dello studio, il farmaco “inibisce la sensazione di dolore meglio della morfina, ma il suo impiego non provoca quel senso di euforia che solitamente crea dipendenza”.

Gestione del dolore

Gli scienziati dell’Istituto Shemyakin e Ovchinnikov di Chimica organica della RAN hanno scoperto nel sistema nervoso dell’uomo un analgesico naturale, la nocistatina. Si tratta di una molecola recettrica a base proteica che interagisce con i canali ASIC dislocati a livello del rivestimento cellulare. 

In caso di danneggiamento di cellule e tessuti vengono prodotte specifiche sostanze chimiche, le molecole di segnale. I canali ASIC le riconoscono ed emettono un segnale elettrico, ossia trasmettono l’informazione del dolore. Questi canali gestiscono gli ingressi e per aprirli è necessario avere la giusta chiave. La nocistatina sarebbe proprio la chiave giusta. All’interno della sostanza intracellulare, la molecola contribuisce alla sua acidificazione con la conseguente attivazione dei canali ASIC. Così l’uomo sente il dolore.

Secondo i ricercatori, l’analgesico di nuova generazione dovrebbe essere finalizzato a inibire la produzione di nocistatina. Così si riuscirebbero a risolvere due criticità: ridurre i danni prodotti dagli analgesici e impedire la creazione di dipendenza.

Tra l’altro, questi problemi possono essere risolti anche utilizzando il comune effetto placebo, sostengono scienziati britannici e cileni. Questi hanno fornito una crema neutra a circa 200 volontari affetti da osteoartrosi e fibromialgia cronica che provocavano loro continui dolori a livello muscolare, legamentoso e tendineo. Ai volontari è stato detto di partecipare ai test clinici di un nuovo potente analgesico. Il gruppo di controllo era composto da 98 soggetti sani che dopo aver spalmato la crema sono stati sottoposti a raggi laser piuttosto dolorosi che ricreavano il dolore cronico.

Di conseguenza, già dopo 2 settimane sia i pazienti affetti dalla sindrome sia i membri del gruppo di controllo riferivano una diminuzione della sensazione di dolore. Mentre alcuni parlavano persino di una sua totale scomparsa.

Ciò significa, secondo gli autori dello studio, che i soggetti affetti da dolori cronici sono in grado di influire sull’intensità degli stessi senza l’ausilio di analgesici.

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