02:53 05 Marzo 2021
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Più del 75% dei pazienti guariti dal COVID-19 continuano ad accusare determinate conseguenze della malattia anche dopo 6 mesi, riferiscono i ricercatori cinesi.

I medici la chiamano sindrome post-Covid. In Russia è stata diagnosticata in un paziente su cinque. Sputnik ha interpellato diversi esperti per comprendere in cosa consistano questi sintomi e se vi sia una cura.

Una sindrome continua

Sulla pagina principale del gruppo chiuso in lingua russa “Coronavirus insolito” su Facebook si indica che il gruppo è stato creato per quei soggetti che soffrono di una forma non tradizionale di COVID-19 (lieve, ma perdurante). “Semplicemente per scambiarsi esperienze e supportarsi a vicenda. Spero, non per molto”, scrive nel primo post del gruppo uno dei creatori. Il gruppo è stato creato il 15 aprile 2020. Oggi conta oltre 37.000 iscritti e ogni giorno pubblica fino a 80 post.

Gli utenti condividono essenzialmente storie di malattia, descrivono i sintomi perduranti e tentano di capire come andare avanti. Nella maggior parte dei casi accusano affanno nella respirazione, formicolio a mani e piedi, insonnia e ansia. Alcuni presentano congiuntivite, febbre non alta ma che dura per diversi giorni e anche caduta dei capelli.

E questo accade in tutto il mondo. Decine di migliaia di persone si riuniscono in questi gruppi per discutere della sindrome post-Covid. Tra i pazienti guariti negli USA, secondo le stime preventive pubblicate quest’estate, i soggetti affetti da post-Covid sarebbero il 35%. In Gran Bretagna si arriva all’80%. In Italia due mesi dopo i primi sintomi l’87,4% dei pazienti continua ad accusare gli stessi o altri sintomi. Circa metà dei soggetti riporta un importante peggioramento della qualità della vita.

Studio autonomo

Nel mese di ottobre 2020 l’americana Hanna Davis, che aveva superato una grave forma di Covid-19 ad aprile, ha tenuto un discorso in occasione di una seduta dell’OMS a nome di tutti i pazienti affetti da sintomi perduranti del Covid. Davis riferiva dei risultati preliminari di uno studio organizzato dai pazienti stessi.

Per 6 mesi il team guidato da Davis stessa, composto da 17 attivisti, ha interpellato oltre 3.500 soggetti provenienti da 56 Paesi. Tali soggetti continuavano a presentare i sintomi della malattia anche 6 o 7 mesi dopo la fase più acuta della patologia. Sulla base dei risultati del sondaggio è stato pubblicato un articolo disponibile tra i preprint medici.

La prima immagine del nuovo coronavirus cinese fatto con microscopio elettronico dagli scienziati cinesi
© Foto : 圖擷取自中國疾病預防控制中心
La prima immagine del nuovo coronavirus cinese fatto con microscopio elettronico dagli scienziati cinesi
È emerso che sempre più spesso i pazienti con infezione perdurante da coronavirus si affaticano rapidamente (più del 77%) e accusano disfunzioni cognitive (circa 55%). Tra i partecipanti allo studio la maggior parte è costituita da donne (78,9%) di oltre 40 anni d’età.

Tuttavia, al momento non si riesce a rispondere al quesito principale: qual è la percentuale di questi pazienti rispetto al numero complessivo di soggetti che hanno avuto il Covid? Dopotutto Davis e il suo team si sono occupati solamente di soggetti affetti da sindrome post- Covid.

A inizio gennaio gli scienziati cinesi hanno finalmente gettato luce sulla questione: la forma perdurante di COVID-19 è caratteristica del 76% dei pazienti nei quali la malattia era stata inizialmente diagnosticata mediante tampone molecolare.

Allo studio hanno preso parte oltre 1700 soggetti della città cinese di Wuhan che hanno, quasi tutti, contratto il Covid tra gennaio e maggio 2020. In media 6 mesi dopo le dimissioni dall’ospedale il 63% dei soggetti continuava ad accusare affaticamento e indebolimento muscolare, mentre il 26% presentava problemi a prendere sonno.

Il caso russo

“Oggi si discute ampiamente della cosiddetta sindrome post-Covid. In sostanza, si tratta di manifestazioni residuali in esito all’infezione da coronavirus. Stando ai dati in nostro possesso, questa sindrome colpisce oltre il 20% dei pazienti russi”, osserva Sergey Adveev, coordinatore della Facoltà di Pneumologia dell’Università Sechenov di Medicina e Chirurgia.

A partire dalla primavera Adveev all’interno dell’ISARIC (International Sever Acute Respiratory and Emerging Infection Consortium) studia la diffusione, il decorso e le complicanze legate al COVID-19 in Russia. Nella prima fase gli scienziati hanno, tra l’altro, appurato che i sintomi sono una base più affidabile del tampone molecolare a fini diagnostici.

La seconda fase dello studio è stata avviata alla fine del 2020. Gli esperti hanno interpellato oltre 3.500 cittadini russi che hanno contratto il COVID-19 circa 6 mesi fa. I dati sono stati raccolti telefonicamente od online, nonché durante visite mediche.

“Dobbiamo analizzare questi dati, ma già ora è chiaro che in molti pazienti permangono sintomi quali affaticamento, affanno e altre manifestazioni che concorrono a peggiorare la qualità di vita”, spiega Daniel Munblit, docente presso la Facoltà di Pediatria e Malattie infettive pediatriche dell’Università Sechenov di Medicina e Chirurgia, nonché membro del gruppo di lavoro sulla stima delle conseguenze del COVID-19 in seno all’ISARIC.

Secondo Avdeev, i risultati preliminari coincidono in larga misura con le conclusioni tratte dai cinesi, anzitutto relativamente alla frequenza dei sintomi.

“Noi registriamo più o meno la medesima incidenza. Al primo posto tra i sintomi vi è l’affaticamento. In Cina il 63% dei pazienti accusa di affaticarsi più facilmente dopo la malattia. Da noi è il 20%. Ma il rapido affaticamento, teoricamente, è una manifestazione diffusa in esito a qualsivoglia patologia infettiva. Purtroppo, dopo il Covid permane per lungo tempo. Si denota una coincidenza anche nella frequenza di casi di affanno. Nei cinesi è il 20%, nei russi il 12%. Anche questa è una conseguenza comprensibile del Covid in quanto la malattia colpisce essenzialmente i polmoni”, spiega il medico.

Quanto invece alle criticità legate al sonno, i russi le accusano con minore frequenza (4%) rispetto ai cinesi (25%). Inoltre, in Russia sono minori anche i casi di ansia e depressione (7% vs 23%).

“Tra i sintomi figura anche la perdita di capelli: in Cina è il 22%. In Russia, invece, si registra un valore decisamente più ridotto. Nel complesso, le divergenze tra gli studi russo e cinese sono dovute alla differenza di partecipazione allo studio e alla considerazione di casi particolarmente gravi della patologia, in particolare quelli finiti in rianimazione. Ad ogni modo, già ora è chiaro che la sindrome post-covid è legata al decorso stesso della malattia”, spiega Avdeev.

Sebbene le donne superino meglio il COVID-19, le stesse si riprendono più lentamente e accusano più spesso le conseguenze sopra descritte, in particolare l’affanno. È ancora presto, secondo lo pneumologo, per dare consigli generali in questo senso. Ogni paziente, infatti, dovrà adottare un approccio individuale. Pertanto, se avete osservato un qualche sintomo di Covid che perdura anche dopo la guarigione, rivolgetevi al vostro medico.

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