18:40 25 Novembre 2020
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Stando ai dati dei ricercatori, il 15-20% delle neoplasie tumorali è dovuto a virus e batteri che risiedono in ciascun abitante della Terra.

 Anzitutto, si tratta di virus come il papilloma e l’herpes, ma anche di batteri come l’helicobacter pylori. Sputnik vi spiega in che modo i microbi contribuiscono alla formazione di neoplasie maligne e se sia possibile diagnosticarle in tempo.

Il virus che provoca il cancro

La natura virale di alcune tipologie di cancro è stata dimostrata dal biologo americano Francis Peyton Rous. Nel 1911 infettò dei polli con il sarcoma aviario mediante liquido acellulare ottenuto a partire dalle neoplasie degli uccelli malati. Lo studioso ridusse a brandelli i tessuti colpiti dal cancro, li unì alla sabbia e fece passare il composto attraverso un filtro a maglie finissime che doveva trattenere i microbi. Poi inoculò la sostanza ottenuta nei polli sani. Dopo un certo periodo a questi fu diagnosticato il sarcoma.

Allora Rous giunse alla conclusione che il cancro fosse causato da un virus oncogeno invisibile. Soltanto negli anni ’40, dopo l’invenzione del microscopio elettronico, i ricercatori riuscirono a identificarlo e descriverlo. Vent’anni dopo per questi studi lo scienziato fu insignito del Premio Nobel per la Fisiologia e i suoi colleghi scoprirono alcune altre varietà di tumori virali. In verità, si tratta essenzialmente di patologie che interessavano animali quali polli, conigli e ratti.

Solo negli anni ’70 il ricercatore tedesco Harald zur Hausen stabilì che anche nell’uomo non di rado le neoplasie maligne sono correlate ad agenti infettivi. Nello specifico, il papilloma virus umano (HPV) può causare il cancro al collo dell’utero. È emerso, infatti, che l’HPV si rileva nel 99% delle donne con questa diagnosi, nel 95% dei casi di cancro anale e nel 70% dei soggetti colpiti da cancro alla faringe e al cavo orale negli uomini.

Chiaramente, l’infezione da papilloma virus umano non porta inevitabilmente al cancro. Nel 90% dei casi l’HPV scompare dal corpo senza lasciare alcuna traccia.

Tuttavia, se ciò non accade, aumenta in maniera significativa il rischio di sviluppare una neoplasia maligna.

Contro il cancro al collo dell’utero esiste un vaccino specifico. Alcuni studi clinici randomizzati hanno dimostrato che nelle donne vaccinate all’età di 12-13 anni non compaiono alcune patologie oncologiche o pre-oncologiche nei 10 anni dopo la vaccinazione. Invece, nei gruppi di controllo non immunizzati è piuttosto elevata l’incidenza di neoplasie pre-oncologiche al collo dell’utero.

I segnali non sono così univoci

Negli ultimi anni gli scienziati hanno altresì dimostrato il legame tra il virus di Epstein-Barr (Human herpesvirus 4) e forme molto aggressive di tumore nasofaringeo, linfoma di Hodgkin (tumore al sistema linfatico), linfoma di Burkitt, linfoma a cellule T e tumore gastrico. Inoltre, l’herpes virus umano 8 predispone al sarcoma di Kaposi, mentre il virus dell’epatite al tumore epatico. La maggior parte dei pazienti con queste diagnosi, di norma, presenta un’infezione da virus oncogeni. Ad esempio, il sarcoma di Kaposi si riscontra soltanto nei soggetti che presentano l’herpes virus umano 8, mentre nel 70% dei malati di cancro epatico si rileva la presenza del virus dell’epatite.

Fortunatamente, questo legame non funziona all’inverso. Secondo diversi dati, l’HPV e i virus dell’herpes sono presenti nel 90% della popolazione umana, ma non tutti si ammalano di cancro.

Parassiti batterici

I batteri non vengono ancora considerati la principale ragione di un tumore. Tuttavia, alcuni di essi sono in grado di scatenare infiammazione, produrre tossine che danneggiano il DNA, inibire i canali cellulari di trasmissione del segnale. Questo nel tempo potrebbe portare alla formazione di neoplasie maligne.

Ad esempio, l’anno scorso gli oncologi americani hanno dimostrato che l’emofilo dell’influenza (Haemophilus influenzae), responsabile di infezioni alle vie respiratorie tra cui la polmonite e particolarmente presente in pazienti con broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO), interagendo con le mucine MUC1, è in grado di influenzare la regolazione di appositi recettori che a loro volta partecipano allo sviluppo di adenocarcinomi polmonari.

Stando ai dati raccolti dagli autori dello studio, si comporta in maniera analoga anche l’Escherichia coli, la causa più frequente delle patologie intestinali. L’interazione di questo batterio con MUC1 innesca il processo infiammatorio che può causare a sua volta il cancro al colon-retto e alla vescica. Tuttavia, gli scienziati non annoverano ancora questi microbi tra i fattori oncogeni.

Ad ogni modo, però, il legame tra una tipologia di batteri e le neoplasie maligne non desta alcun dubbio: si tratta dell’Helicobater pylori, che vive nel nostro stomaco ed è responsabile di gastriti e ulcere. Nel 2018 gli scienziati americani hanno seguito 49 pazienti con tumore gastrico e in quasi tutti hanno rilevato un ceppo di questo microorganismo. Secondo le stime, i batteri Helicobacter pylori sono responsabili, direttamente o meno, di circa il 20% dei casi di tumore gastrico nel mondo.

Ma queste patologie possono essere identificate in fasi piuttosto precoci. Come acclarato da biologi cinesi, vietnamiti e statunitensi, in caso di infezione da Helicobacter pylori le cellule immunitarie producono il microRNA MiR130b. La presenza nell’organismo di queste molecole è correlata a modificazioni nei tessuti le quali nel tempo possono contribuire allo sviluppo di neoplasie maligne. Proprio per questo, un esame del sangue che testi per tempo questo biomarcatore consente di identificare la malattia sin dall’inizio.

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