00:54 22 Ottobre 2020
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A cavallo tra il 2019 e il 2020 una improvvisa diminuzione della luminosità di Betelgeuse aveva creato preoccupazione tra gli astronomi, tanto da arrivare a paventare una sua imminente esplosione.

Da allora si sono moltiplicate le osservazioni, le quali, hanno portato ad una migliore conoscenza di questa morente straordinaria stella.

Betelgeuse è una delle stelle più grandi della nostra Galassia. Prima che le venissero puntati tutti i telescopi addosso, per via del suo strano, inquietante, comportamento rilevato a inizio anno, si pensava che avesse un diametro circa due volte e mezzo la distanza tra Terra e Sole.

Questo significa, che se al posto del Sole avessimo avuto una stella come Betelgeuse, non solo la Terra, ma persino Marte si sarebbe trovato al suo interno sulla base dei dati in possesso.

Le dimensioni esatte di questa stella tuttavia, non erano mai state misurate esattamente. La difficoltà consisteva nel fatto che i suoi bordi non sono ben definiti, non ha una superficie di plasma denso come il nostro Sole, assomiglia piuttosto ad una sorta di ‘blob’ incandescente, pulsante, irregolare e a densità progressiva man mano che vi si avvicina. Si tratta infatti di una supergigante rossa, una stella cioè nella fase finale della sua vita che ha terminato quello che gli scienziati chiamano la ‘sequenza principale’.

Finito l’elio esploderà

Ha cioè terminato il quantitativo di idrogeno nel suo nucleo, lo ha convertito in elio, e sta per esaurire anche quello trasformandolo in elementi via via sempre più pesanti che alla fine non riuscirà più a utilizzare come combustibile per le reazioni nucleari. E’ già nella fase di espansione della ‘gigante rossa’, anzi, ‘supergigante’ viste le sue dimensioni.

Si tratta di una fase di particolare instabilità che la scienza conosce bene e sa che si concluderà, terminato completamente il combustibile nucleare, in un collasso rovinoso su sé stessa per via dell’enorme forza di gravità non più contrastata dalle reazioni nucleari, per esplodere in spettacolare supernova.

Quando a cavallo del nuovo anno gli astronomi avevano notato quel particolare repentino calo di luminosità devono essersi detti – “ecco, ci siamo”. Da allora l’attenzione si è concentrata sulla gigante morente per osservare, magari non la morte in diretta, ma per lo meno carpire meglio gli ultimi segreti della moritura nella costellazione di Orione.

Da allora svariati studi sono stati compiuti e novità interessanti sono emerse.

L’oscuramento dovuto alle polveri eruttive

Per prima cosa il telescopio spaziale Hubble, di Nasa e Agenzia spaziale europea, aveva sottoposto il corpo celeste alle osservazioni all’ultravioletto. Ne era emerso che la diminuzione di luminosità era stata provocata da una gigantesca eruzione avvenuta presumibilmente tra settembre e novembre del 2019, alla quale aveva fatto seguito una proiezione di plasma nello spazio per milioni di chilometri, che, raffreddandosi man mano, aveva creato una coltre di polveri. I risultati di questo studio erano stati pubblicati sulla rivista The Astrophysical Journal lo scorso agosto e rilanciati da tutta la stampa mondiale.

Quanto tempo rimane a Betelgeuse?

Qui entra in gioco il secondo studio, pubblicato anch’esso sull’Astrophysical Journal, ma solo martedì scorso.

Secondo gli scienziati che hanno lavorato a questa ricerca, provenienti da cinque paesi e guidati dal professor Meridith Joyce dell'Australian National University, Betelgeuse è davvero vicina alla fine sì, ma non dei suoi giorni, ma dei suoi millenni. In termini astrofisici per ‘fine imminente’ si intende qualcosa di molto differente da quello che intendiamo noi schegge mortali. Betelgeuse ha ancora un po’ di elio da consumare e questo significa che non esploderà prima di almeno altri centomila anni. Anche allora la nostra umanità non da quell’evento verrà sconvolta – l’esplosione sarà straordinariamente potente con una luminosità a lungo molto evidente nei cieli, ma non sono previste devastazioni da lampi gamma sulla Terra.

Le dimensioni reali di Betelgeuse

A forza di studiare la porzione della costellazione di Orione in cui riposa questa stella, gli astronomi sono arrivati a conoscerla sempre più in dettaglio.

Si credeva che la supergigante rossa si trovasse a 724 anni luce di distanza da noi e avesse circa 1.300 volte il diametro del Sole. I nuovi calcoli dimostrano che è in fase di ulteriore espansione ma è più vicina a noi di quanto credessimo, e di conseguenza è anche meno grande.

Per l’esattezza si dovrebbe trovare a circa 530 anni luce da noi e le sue dimensioni di un terzo inferiori alle stime.

"Studi precedenti suggerivano che se fosse stata al posto del nostro Sole avrebbe raggiunto l’orbita di Giove”, spiega uno degli autori dello studio, l'astronomo László Molnár dell'Osservatorio Concoli in Ungheria, i nuovi calcoli dimostrerebbero invece che sarebbe più ‘piccola’.

Ma anche così ridimensionata, la sua vastità implicherebbe che se fosse al posto del Sole la Terra ne verrebbe fagocitata.

Misteri ancora irrisolti

Secondo un altro autore del nuovo studio, il dottor Shing-Chi Leung del Walter Burke Institute for Theoretical Physics di Pasadena, in California, le misteriose variazioni di luminosità non sarebbero dovute ad eruzioni ma all’azione discontinua delle onde di pressione che attraversano le viscere calde della stella.

Questo secondo studio quindi in parte sarebbe in contrasto con il primo.

Motivo in più per tenere ancora i telescopi spaziali puntati in direzione di Orione, i misteri di Betelgeude sono ancora tutti da svelare.

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