19:38 24 Ottobre 2020
Scienza e tech
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Neurobiologi svedesi hanno appurato che lo scambio di corpi virtuale può modificare il carattere e la percezione di sé delle persone. Le illusioni corporee incidono in maniera significativa sulla memoria e sul rapporto con la realtà circostante.

Ma ciò significa che le situazioni da libri o film fantasy in cui il protagonista rimane se stesso ma in un corpo altrui sono di fatto inverosimili.

Trasfigurazione completa

A ottobre dello scorso anno i ricercatori del Karolinska Institutet (Svezia) hanno condotto un insolito esperimento. Hanno suddiviso in coppie sessantasei volontari e hanno chiesto loro di rispondere a domande vertenti su loro stessi: ad esempio, dovevano valutare il carattere dell’altro o individuare le principali caratteristiche della sua personalità. Poi li hanno fatti stendere tutti sui lettini. Le videocamere dall’alto riprendevano un’immagine che veniva trasmessa su un dispositivo fissato sulla testa dei volontari in modo che ognuno di essi potesse vedere ciò che vedeva il compagno.

Inoltre, le gambe e le braccia dei soggetti della stessa coppia venivano toccati con degli strumenti con cadenza periodica per fare sì che le loro percezioni visive e tattili coincidessero. Già dopo pochi minuti, i partecipanti all’esperimento percepivano l’avvenuto scambio di corpi. O perlomeno, quando uno veniva minacciato, era l’altro a reagire.

Questa percezione durava per un breve lasso di tempo. Tuttavia, l’identificazione virtuale nel corpo di un altro mutava la percezione di sé. Nel “corpo altrui” i soggetti descrivevano se stessi in maniera simile a come avevano descritto il compagno di coppia.

I neurobiologi hanno altresì incentrato la loro attenzione sul fatto che tutti i partecipanti hanno avuto difficoltà in termini di memoria episodica. Un po’ di tempo dopo l’esperimento i soggetti ricordavano con difficoltà quali fossero esattamente le caratteristiche della personalità oggetto delle domande. E maggiori erano le differenze caratteriali dei soggetti della coppia, peggiori erano i risultati al test della memoria.

I ricercatori ipotizzano che questo sia il risultato del conflitto che intercorre tra percezione corporea e generale di sé. Il trasferimento nel corpo di un altro, seppur virtuale, inibisce la capacità di creare in maniera corretta dei ricordi riguardo agli eventi legati al soggetto. Ciò significa che, anche se lo scambio di corpo fosse possibile, si rivelerebbe assai complicato preservare la propria personalità all’interno dell’altro corpo.

Nei panni altrui

Gli scienziati spagnoli che si sono dedicati a esperimenti simili non rilevano alcun rischio grave e propongono di utilizzare queste pratiche per migliorare alcuni aspetti di un soggetto: ad esempio, per contrastare il razzismo inconscio. Almeno il 90% dei volontari che hanno partecipato ai loro studi dopo lo “scambio” con soggetti di diverso colore della pelle ha smesso di avere pregiudizi etnici. Prima che avvenisse lo scambio, ogni volontario è stato sottoposto a un test sulle associazioni inconsce. Nello specifico, questo test consentiva di comprendere se il soggetto correlasse la parola “nero” con gli aggettivi “cattivo”, “buono”, “sportivo” o “imbranato”. Dopodiché i soggetti con l’ausilio di un casco per la realtà virtuale hanno avuto la possibilità di percepire se stessi nel corpo di un altro individuo. Tra i vari avatar vi erano anche soggetti neri. Dopo un certo lasso di tempo il test sulle associazioni inconsce è stato ripetuto. È stato appurato che chi si ritrovava nel corpo di un soggetto di etnia diversa dalla propria vedeva i propri livelli di preconcetto insito ridursi sensibilmente.

Risultati simili li hanno ottenuti anche ricercatori britannici e olandesi i quali, in verità, non hanno sfruttato la realtà virtuale, ma la cosiddetta illusione della mano di gomma. Ogni soggetto seguiva i movimenti prodotti da una riproduzione di un braccio umano. Quest’ultima era stata disposta in modo tale che il volontario pensasse che fosse il proprio arto. Se il colore della pelle della mano finta era diverso da quello del soggetto, i valori indicanti il razzismo interiorizzato si riducevano rispetto al periodo precedente all’esperimento. Se invece il colore della pelle coincideva, non si osservavano riduzioni di tali valori.

Gli autori dello studio hanno ipotizzato che dopo una illusione corporea il cervello conservi il ricordo di questa percezione e il soggetto non sia più in grado di pensare male di persone di etnia differente.

Ritorno all’infanzia

È emerso che l’esperienza nel corpo altrui influenza anche la percezione del mondo esterno, in particolare se vi è una significativa discrepanza in termini di età e altezza. Questa è la conclusione a cui è giunto un team internazionale di scienziati i quali hanno distribuito ai volontari degli occhiali per la realtà virtuale e hanno proposto loro di scegliersi degli avatar. Alcuni hanno scelto come avatar dei bambini di quattro anni, altri invece personaggi più adulti ma ridotti alle dimensioni di quattrenni. Tutti gli oggetti, nonché il riflesso di sé nello specchio, venivano visti dai soggetti testati con gli occhi dell’avatar scelto. Inoltre, grazie all’ausilio di un apposito scafandro i loro movimenti erano coordinati.

Poi ai volontari è stato chiesto di definire le dimensioni di tre cubi che vedevano in realtà virtuale. Nessuno è riuscito a fornire le misure corrette. Chi aveva scelto avatar nani pensava che gli oggetti fossero in media grandi tra i 3 e i 6 cm. Mentre chi aveva scelto avatar bambini pensava che i cubi fossero nell’ordine di 5-12 cm. Inoltre, quando sottoposti alla scelta di uno spazio, rimanevano nelle stanze con interni dedicati a bambini.

I ricercatori ritengono che il cervello dei soggetti testati nell’avatar del bambino fosse superficialmente interessato da percezioni e particolarità comportamentali tipiche dell’infanzia. Tuttavia, questo non accadeva se i movimenti dell’avatar e del volontario non erano in sincrono.

In quel caso le percezioni rimanevano quelle di un adulto anche nella realtà virtuale.

 

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