13:45 21 Ottobre 2020
Scienza e tech
URL abbreviato
0 40
Seguici su

Entro il 2025 un abitante della Terra su cinque soffrirà di obesità: questa la previsione del gruppo di scienziati che sta studiando i fattori di rischio delle patologie non infettive

L’obesità sarebbe legata non soltanto a un’alimentazione scorretta e alla poca attività fisica. Come osservano diversi team di ricerca, sarebbe l’insonnia a impedirci di perdere i chili in eccesso. Chi dorme meno delle 8 ore a notte raccomandate, di norma dimagrisce con più difficoltà anche se segue una dieta ferrea.

Sonno e dieta

Nel 2017 gli scienziati coreani hanno analizzato i dati sullo stato di salute e sulle abitudini di circa 17.000 soggetti e hanno osservato che l’insonnia favorisce l’obesità e le patologie ad essa connesse. Chi aveva dormito meno presentava più tessuto adiposo e i tentativi di dimagrimento risultavano inutili.

Risultati analoghi sono stati ottenuti dall’Università di Chicago. I volontari che per circa 2 settimane avevano dormito solo 5 ore e mezza a notte dimagrivano più lentamente di coloro i quali avevano riposato 8 ore e mezza a notte. Entrambi i gruppi seguivano una apposita dieta ipocalorica.

Secondo i biologi dell’Università della California meridionale, recuperare il sonno nel fine-settimana non aiuta. Questi ricercatori hanno seguito 36 volontari che hanno tentato di liberarsi del peso in eccesso. Tutti seguivano una dieta ferrea, ma alcuni durante la settimana dormivano meno delle 8 ore consigliate, mentre nel fine-settimana di più.

Otto settimane dopo è stato appurato che tutti i partecipanti allo studio erano dimagriti circa allo stesso modo. Solo in chi non aveva avuto problemi di sonno la perdita di peso era avvenuta essenzialmente per la riduzione della massa grassa, mentre nei soggetti insonni per la riduzione dei tessuti non adiposi.

Obesità da insonnia

Secondo ricercatori statunitensi e belgi, l’accumulo di peso dovuto all’insonnia sarebbe legato all’azione degli ormoni che agiscono sull’appetito. In 12 volontari giovani e sani con un deficit del sonno i livelli di grelina sono aumentati, mentre quelli di leptina diminuiti.

Il primo di questi ormoni favorisce l’appetito: infatti, viene anche chiamato l’ormone della fame. Il secondo, invece, è responsabile del senso di sazietà. Le oscillazioni dei valori di questi due ormoni possono anche determinare la maggiore predisposizione all’obesità dei soggetti che dormono meno di quanto raccomandato.

Questa è la conclusione a cui sono giunti anche i biologi delle Università di Bristol e di Stanford, i quali hanno studiato campioni di sangue, dati sullo stato di salute, sulla massa corporea e sulle abitudini di un migliaio di soggetti che soffrivano di diversi disturbi del sonno. È stato appurato che nei soggetti insonni dello studio si registravano valori aumentati di grelina e diminuiti di leptina.

Questa concomitanza di fattori, che provoca la sensazione di fame, induce a mangiare. Proprio per questo motivo chi non dorme a sufficienza fa molta fatica a seguire una dieta, ritengono gli autori dello studio.

Una ricerca di scienziati giapponesi conferma quest’ipotesi: l’insufficienza del sonno anche in soli 3 giorni provoca una riduzione dei livelli di leptina di circa il 10%. Per questo, un soggetto percepisce più spesso il senso di fame, soprattutto nelle ore tarde più prossime al sonno. L’organismo, tuttavia, continua a spendere lo stesso quantitativo di energia che consumava in precedenza. Dunque, la privazione cronica di sonno è assolutamente in grado di provocare un accumulo incontrollato di peso, spiegano i ricercatori.

Disturbi mentali

Stando ai dati degli scienziati americani, chi dorme poco è più incline a mangiare di più per via dell’aumentata attività di aree cerebrali che regolano l’appetito e il sistema di ricompensa. Nei volontari che avevano dormito non più di 4 ore a notte queste aree cerebrali venivano attivate in maniera maggiore in risposta a stimoli alimentari come il consumo di cibi dolci e grassi.

Come spiegato dagli scienziati del Medical Centre presso l’Università di Chicago, responsabili di questo fenomeno potrebbero essere gli endocannabinoidi, ossia sostanze che vengono sintetizzate nell’organismo e che per struttura e impatto sono simili ai principi attivi della marihuana. Sulla concentrazione di una di queste sostanze (l’arachidonoilglicerolo, 2-AG, che regola il senso di soddisfazione legato al cibo) influisce il costante deficit di sonno.

In un esperimento 14 volontari sani inizialmente dormivano 8 ore a notte, mentre poi soltanto 4,5. Ogni fase dell’esperimento è durata 4 giorni: durante i primi 3 tutti i partecipanti consumavano lo stesso cibo, mentre il quarto giorno venivano loro anche offerti prodotti da forno, caramelle e patatine.

I partecipanti allo studio consumavano più cibi dolci e grassi alla fine della seconda fase dello studio, ossia dopo aver dormito poco per 3 notti. E questo avveniva principalmente a notte inoltrata e anche laddove due ore prima avessero mangiato un piatto contenente il 90% del loro fabbisogno calorico giornaliero. In media questi cibi grassi aggiungevano circa 300 calorie in più. Questo, secondo gli autori dello studio, è un valore significativamente maggiore di quanto sia necessario per ripristinare le forze con tre ore di sonno in più.

Per tutta la durata dell’esperimento gli scienziati hanno misurato la concentrazione di endocannabinoidi nel sangue dei volontari. È stato appurato che in caso di insonnia i livelli giornalieri di 2-AG aumentavano del 33% rispetto ai valori di riferimento e non diminuivano fino alle 9 di sera per raggiungere poi il loro valore minimo di notte, come effettivamente si verifica di solito. Ciò significa che proprio l’elevata concentrazione di queste sostanze è stata in grado di stimolare il consumo eccessivo di prodotti da forno, caramelle e patatine, secondo i ricercatori.

Questi ultimi osservano che questi spuntini ad ore tarde non sono chiaramente necessari, pertanto l’insonnia che li rende possibili si tramuta ben presto in accumulo di peso.

Considerato che nei soggetti insonni si registra altresì una sensibilità diminuita dei tessuti dell’organismo all’insulina, questa abitudine a lungo termine incrementa notevolmente il rischio di obesità e di patologia ad essa connesse.

RegolamentoDiscussione
Commenta via SputnikCommenta via Facebook