00:50 22 Ottobre 2020
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La settimana scorsa taluni scienziati giapponesi hanno comunicato che nel corso di un esperimento una colonia di batteri deinococcus ha trascorso 3 anni nello spazio aperto ed è sopravvissuta.

Questo dimostra indirettamente che i microorganismi sono in grado di viaggiare da un pianeta all’altro su comete o asteroidi e insediare gli angoli più remoti dell’Universo. Ciò significa, dunque, che anche la vita sulla Terra potrebbe essere arrivata in questo modo.

Viaggiatori interplanetari

Nel 2008 i ricercatori dell’Università di Tokio hanno studiato gli strati inferiori della stratosfera e hanno rilevato a quota 12 km la presenza di batteri deinococcus. Erano presenti diverse colonie composte da miliardi di microorganismi. Ciò significa che si riproducevano anche se la radiazione solare era molto potente.

In seguito gli scienziati hanno testato più volte la loro resistenza. Ma né violenti sbalzi di temperatura (da -80° a +80°C in 90 minuti) né un potente irraggiamento hanno danneggiato questi stoici batteri.

L’ultimo test è stato lo spazio aperto. Nel 2015 aggregati essiccati di deinococcus sono stati collocati sui pannelli esterni della sonda sperimentale giapponese Kibo della ISS. Lì campioni di diverso spessore hanno trascorso un periodo tra 1 e 3 anni.

In tutti gli aggregati di spessore inferiore a 0,5 mm i batteri sono morti, mentre nei campioni più numerosi i batteri sono morti solo nello strato più superficiale. I microorganismi collocati in profondità nella colonia sono, infatti, sopravvissuti.

Stando alle stime degli autori dello studio, i batteri all’interno di colonie di spessore superiore a 0,5 mm sono in grado di sopravvivere sulla superficie esterna di una navicella spaziale da 15 a 45 anni. Una colonia comune di deinococcus del diametro di circa 1 mm può arrivare a trascorrere nello spazio aperto 8 anni. Nel caso in cui si doti di una protezione (ad esempio, se si copre la colonia con una pietra) questo periodo può arrivare anche a 10 anni.

Questo lasso di tempo è più che sufficiente per andare dalla Terra su Marte o viceversa. Di conseguenza, i viaggi interplanetari di organismi viventi su comete e asteroidi sono assolutamente reali. Questo è un forte argomento a favore dell’ipotesi della panspermia secondo la quale la vita sulla Terra sarebbe arrivata dallo spazio.

Ospite alieno

Nel 2017 il telescopio esplorativo Pan-STARRS1 delle Hawaii ha registrato un corpo celeste insolito. È stato identificato inizialmente come una cometa e poi come un asteroide poiché non sono state trovate tracce di attività tipica delle comete. Si tratta di Oumuamua, il primo corpo celeste interstellare ad essere arrivato nel Sistema solare.

Dopo alcuni mesi i ricercatori dell’Harvard-Smithsonian Center for Astrophysics hanno dimostrato che simili corpi celesti interstellari possono finire nella trappola del Sistema solare per via della potente forza gravitazionale esercitata da Giove e dal Sole. Secondo i calcoli, attorno alla nostra stella orbiterebbero già migliaia di asteroidi provenienti dall’esterno e potenzialmente in grado di portare sulla Terra organismi alieni.

Secondo i ricercatori, è altamente probabile che simili trappole gravitazionali si vengano a creare nella maggior parte delle stelle che presentano all’interno del proprio sistema planetario dei giganti gassosi. Dunque, stelle come Alfa Centauri A e B sono in grado di catturare anche pianeti la cui orbita viene deviata dalla loro stella madre. Ciò significa che lo scambio interstellare e intergalattico di materiale organico (microorganismi e sostanze chimiche) è assolutamente reale.

Tutto dipende comunque da una serie di fattori. Anzitutto, la velocità, le dimensioni del potenziale vettore di batteri e il tasso di sopravvivenza di questi ultimi. Secondo il modello elaborato dai ricercatori, questi semi di vita partono da ciascun pianeta abitato per poi diffondersi nello spazio in qualunque direzione. Quando trovano un pianeta con condizioni analoghe, i microorganismi lo insediano e innescano i processi di sviluppo evolutivo. Pertanto, non è da escludere che nell’atmosfera degli esopianeti più vicini alla Terra si scoprano in futuro tracce di organismi vivi.

Meteoriti creatori di vita

Secondo i ricercatori canadesi e tedeschi, la vita sulla Terra sarebbe nata grazie ai meteoriti. È altamente probabile che tra 4,5 e 3,7 miliardi di anni fa questi corpi celesti abbiano bombardato il nostro pianeta e abbiano portato con sé i mattoncini della vita, ossia le quattro basi di RNA.

A quell’epoca la Terra era già sufficientemente fredda perché sulla sua superficie potessero formarsi bacini d’acqua calda stabili. Quando nell’acqua finirono i frammenti di RNA, questi cominciarono a unirsi fino a formare nucleotidi. Questo processo fu facilitato dalla commistione di condizioni climatiche che si alternavano tra l’umido e il secco: dopotutto la profondità di questi stagni mutava continuamente per via dei cicli di sedimentazione, evaporazione e drenaggio.

Di conseguenza, a partire da queste particelle così diverse si formarono molecole autoreplicanti di RNA che poi si evolsero in DNA il quale a sua volta diede inizio alla vita vera e propria.

Secondo alcuni ricercatori scozzesi questo sarebbe merito non tanto dei meteoriti ma della polvere cosmica. Tuttavia, gli esperti osservano che, sebbene questa avesse potuto effettivamente contenere i mattoncini necessari alla via, è altamente probabile che questi non fossero stati presenti in misura sufficiente per formare molecole di RNA.

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