00:00 22 Ottobre 2020
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Gli scienziati hanno appurato che i soggetti con una predisposizione genetica a sviluppare il morbo di Alzheimer registrano prestazioni inferiori agli altri nell’orientarsi nell’ambiente. I risultati dello studio sono stati pubblicati sulla rivista Science Advances.

Preposte alla capacità di monitorare la posizione nello spazio sono le cellule della corteccia entorinale, un’area cerebrale dislocata nel lobo temporale. Questa stessa area è una delle prime ad essere colpite quando si sviluppa l’Alzheimer.

Neurofisiologi tedeschi, spagnoli, italiani e belgi hanno deciso di appurare se esista un legame tra le criticità di orientamento e il rischio di sviluppare questa patologia neurodegenerativa.

“Se vi alzate la notte e volete andare in bagno senza accendere la luce, vi serve, oltre a conoscere bene la casa, un meccanismo che monitori la vostra posizione nella stanza senza l’ausilio di segnali esterni”, si legge nel comunicato stampa della Università della Ruhr a Bochum che riporta le parole dell’autrice dello studio Anne Bierbrauer. “Questa capacità è nota come path integration (integrazione di percorso)”.

Quando ci si orienta in uno spazio le cellule della corteccia entorinale presentano uno schema unico e cadenzato di attività. In passato alcuni ricercatori hanno dimostrato che nei soggetti con una predisposizione genetica allo sviluppo dell’Alzheimer si osserva di frequente una variazione nel modello di funzionamento di queste cellule, ma non era stata valutata la capacità di orientamento.

Nel presente studio, invece, per valutare questa capacità gli autori hanno elaborato una simulazione computerizzata di orientamento nella quale i partecipanti dovevano trovare il proprio percorso in totale assenza di punti di riferimento esterni.

All’esperimento hanno partecipato 202 volontari che non presentavano rischi genetici di sviluppare il morbo e altri 65 volontari con tale rischio. Tale predisposizione è stata calcolata sulla base dell’espressione del gene apolipoproteina E, allele APOE-ε4.

I risultati hanno dimostrato che i soggetti predisposti si orientavano peggio rispetto al gruppo di controllo. I partecipanti di entrambi i gruppi hanno comunque trovato il proprio percorso.

“Pensiamo che abbiano sfruttato meccanismi compensatori che gli hanno consentito di recepire segnali esterni nell’ambiente circostante”, spiega il direttore dello studio Nikolai Axmacher.

Poi gli scienziati hanno ripetuto l’esperimento registrando in parallelo l’attività cerebrale dei partecipanti con l’ausilio della risonanza magnetica funzionale. L’obiettivo era quello di appurare quali processi cerebrali svolgano un ruolo apicale nella integrazione di percorsi.

L'Alzheimer
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Come avevano anche ipotizzato gli autori, l’orientamento senza segnali esterni dipende in toto dal modello di attività delle cellule della corteccia entorinale. Gli scienziati hanno registrato una carenza di tale attività nei soggetti ancora sani ma geneticamente predisposti a sviluppare il morbo.

In futuro il monitoraggio di particolarità comportamentali quali la difficoltà di orientamento nello spazio senza l’ausilio di segnali esterni aiuterà, secondo gli autori, a diagnosticare il morbo di Alzheimer in fase precoce (prima della comparsa di qualsivoglia sintomo grave) e ad avviare tempestivamente le cure.

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