03:07 22 Ottobre 2020
Scienza e tech
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Uno dei più diffusi analgesici al mondo, il paracetamolo, non solo allevia il mal di testa e la febbre, ma agisce anche sul cervello riducendo le capacità cognitive e favorendo esternazioni aggressive.

Un effetto simile lo presentano anche le statine. Ad ogni modo, il meccanismo alla base di queste reazioni non è chiaro e i risultati dei test sono ancora ambigui.

Una compressa rischiosa

Gli scienziati dell’Università dello Stato dell’Ohio hanno condotto un esperimento su 500 volontari. A un gruppo di essi hanno somministrato l’acetaminophen (la denominazione del paracetamolo negli USA), mentre a un altro una soluzione placebo. Poi hanno chiesto loro di gonfiare dei palloncini per soldi. La ricompensa dipendeva dal volume raggiunto dal palloncino. Se il palloncino si rompeva, il volontario non percepiva nulla. I più inclini al rischio, ovvero coloro che provavano a gonfiare il più possibile il palloncino, erano per la maggior parte appartenenti al gruppo a cui era stato somministrato il paracetamolo. Chi aveva assunto la soluzione placebo si fermava in tempo. Di conseguenza, in questo secondo gruppo quasi nessuno ha scoppiato il palloncino.

Poi i volontari hanno valutato il grado di rischio di alcuni eventi ipotetici come saltare con una fune elastica ad alta quota o guidare l’auto senza cintura di sicurezza. Di nuovo l’acetaminophen ha fatto calare la soglia del rischio percepito. I volontari che hanno assunto questo farmaco durante l’esperimento si sono dimostrati più frequentemente inclini al rischio, a viaggiare a grande velocità senza cintura. Pare che questa sostanza smorzi le emozioni negative e riduca il nervosismo nei momenti in cui un soggetto si accinge a rischiare, si legge nello studio. Tuttavia, non è ancora chiaro come questo sia possibile. Considerato comunque che nella maggior parte dei Paesi il paracetamolo viene acquistato senza ricetta e che in alcune zone chi lo assume almeno una volta a settimana rappresenta il 25% del totale, si tratta di conseguenze estremamente dannose per l’intera comunità, sottolineano gli scienziati.

Due sentimenti, un farmaco

Secondo lo studio degli scienziati canadesi, il paracetamolo è in grado di influenzare negativamente le capacità cognitive. Durante l’esperimento i volontari a cui era stato somministrato il farmaco rispondevano con un po’ di ritardo alle domande e sbagliavano con più frequenza rispetto a chi aveva assunto il placebo. In verità, però, l’effetto è stato limitato nel tempo: già dopo alcune ore la rapidità di reazione è ritornata alla normalità.

Come evidenziato dai ricercatori statunitensi, l’acetaminophen è responsabile anche di inibire l’empatia con gli altri. Infatti, durante i due esperimenti i volontari hanno riferito di percepire con più difficoltà le emozioni degli interlocutori.

Secondo gli autori di questo studio, un risultato così bizzarro è dovuto alle particolarità del cervello umano. Nel processo di percezione del dolore (non importa di chi sia questo dolore), si attivano le medesime aree impegnate nella cosiddetta empatia positiva, ovvero la gioia che si prova per un’altra persona. Proprio per questo una percezione del dolore indebolita influenza anche i livelli di empatia.

Ad oggi non è ancora noto il meccanismo neurobiochimico che regola l’azione dell’acetaminophen. È stato soltanto stabilito che non influisce sullo scambio del principale neuromediatore che regola l’empatia, ossia l’ossitocina. Probabilmente il farmaco è in qualche modo legato al sistema endocannabinoide che garantisce la comunicazione delle cellule nervose. Ma ad oggi questo non è stato ancora dimostrato.

Ozverin in compresse

Più chiara è invece la correlazione tra aggressività e statine, ossia farmaci che riducono i livelli di colesterina nell’organismo e prevengono dunque da infarti e ictus.

Alcuni anni fa gli scienziati hanno dimostrato che i primati a cui era somministrata una dieta a basso contenuto di colesterina avevano un comportamento molto ostile gli uni con gli altri. Lo stesso effetto fu osservato anche nelle tilapie del Nilo (pesci tropicali) che per alcuni giorni erano state nutrite con statine. Nel sangue di questi pesci si è registrata una riduzione di colesterina e serotonina con un conseguente aumento dell’aggressività.

Il legame tra colesterina e serotonina (neuromediatore che partecipa al processo di regolazione del comportamento) è dovuto ad alcune particolarità del comportamento umano. Ad esempio, stando agli studi dei collaboratori dell’Università della California di San Diego, le statine aumentano i livelli di aggressività nelle donne di mezza età.

Circa un migliaio di volontari di diversa età hanno assunto ogni giorno per 6 mesi o statine o soluzione placebo. È emerso che le partecipanti all’esperimento con più di 45 anni alle quali era stato somministrato il farmaco non si contenevano più nelle situazioni comunicative ed erano più aggressive. Sugli uomini, invece, le statine hanno esercitato un effetto opposto, ossia calmante.

Tuttavia, i ricercatori canadesi sono convinti del fatto che il presunto impatto delle statine sul comportamento dei pazienti sia esagerato. Le prove del fatto che questi farmaci contribuiscano alla perdita della memoria, a manifestare aggressività o a presentare disturbi del sonno sono insufficienti. E i soggetti che hanno evitato un infarto o un ictus grazie al farmaco sono significativamente di più di coloro che hanno avuto degli effetti collaterali.

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