16:54 05 Dicembre 2020
Scienza e tech
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Spesso gli sviluppatori scelgono di dare sembianze umane ai robot, pensando che in questo modo sia più facile per gli umani accettare la loro interazione. Ma non è sempre così. Psicologi americani hanno studiato le reazioni umane ai robot antropomorfi cercando di capire per quale motivo questi incutano più apprensione che fiducia.

I robot sono sempre più presenti in un'ampia varietà di settori della vita quotidiana, dalla tecnologia all'informazione, istruzione e assistenza sanitaria. Spesso, gli sviluppatori danno loro un aspetto umano, immaginando che sia più facile per gli esseri umani interagire con robot androidi piuttosto che con macchine elettroniche convenzionali. Ma non è sempre così.

Fin dalla fine degli anni '70, è noto in robotica l’effetto chiamato ‘Uncanny valley’. L’effetto Uncanny valley, che in italiano potremmo chiamare ‘effetto della zona perturbante’, venne teorizzato per la prima volta dallo studioso di robotica giapponese Masahiro Mori. Si tratta di quell’effetto per cui un robot con sembianze umane genera sensazione di familiarità e piacevolezza crescenti all’aumentare della somiglianza di questi alla figura umana ma, oltre un certo limite, quando il realismo diviene estremo, genera una brusca reazione inversa, producendo al contrario sensazioni di repulsione e inquietudine.

Gli scienziati della Emory University hanno deciso di studiare questo fenomeno più a fondo e di comprenderne i meccanismi cognitivi alla base. I risultati delle loro ricerche sono stati pubblicati sulla rivista specializzata Perception.

"Al centro della nostra ricerca c'è la questione di ciò che percepiamo quando guardiamo un volto", cita il capo della ricerca, il professore di psicologia Philippe Rochat, il comunicato stampa dell'Università. "Questa è probabilmente una delle domande più importanti in psicologia. La capacità di percepire la razionalità degli altri è alla base delle relazioni umane".

Fino ad ora si credeva che la sensazione di rifiuto si verificasse nel momento in cui l’individuo inizia inconsciamente a pensare che una macchina possa avere una mente. Questa si credeva fosse la fonte ispiratrice della paura. Ora però i ricercatori hanno messo in dubbio questa ipotesi.

Per un essere umano è naturale vedere volti negli oggetti – dalle macchine alle nuvole –gli psicologi chiamano questo fenomeno "antropomorfizzazione". E l'idea che una nuvola o un'auto siano animate non suscita sensazioni spiacevoli.

Gli autori hanno condotto esperimenti per studiare le dinamiche del processo di percezione.

Ai partecipanti sono stati mostrati tre tipi di immagini:

  • volti umani
  • volti di robot meccanici 
  • volti di androidi avanzati 

Successivamente gli è stato chiesto di valutarli su una scala di naturalezza percepita con un tempo brevissimo di risposta ogni volta variato.

La scoperta

Si è scoperto che per i robot meccanici e i volti umani, la percezione non cambiava a seconda del tempo di visualizzazione mentre per gli androidi diminuiva gradualmente per gli intervalli di visualizzazione più brevi.

Questa osservazione è in linea con precedenti ricerche che dimostrano come gli esseri umani inizino a distinguere tra volti umani e artificiali circa 400 millisecondi dopo la comparsa di un'immagine.

Nella seconda serie di esperimenti, gli psicologi hanno modificato sia il tempo di esposizione che il dettaglio delle immagini. I risultati hanno mostrato che la riduzione dei dettagli sui volti degli androidi riduceva la loro percezione di non naturalezza.

"L'intero processo è complesso e avviene in un batter d'occhio", spiega il primo autore dell'articolo, Wang Shensheng. "I nostri risultati mostrano che a prima vista, una persona antropomorfizza un androide e poi, entro millisecondi, rileva le deviazioni e lo disumanizza. La caduta nell'animazione percepita è probabilmente associata alla comparsa di una sensazione di orrore".

In buona sostanza, sostiene la ricerca, se per volti umani e robot tradizionali non c’è una variazione di percezione durante l’osservazione, per i robot androidi la reazione sarebbe di una prima immediata assimilazione ad una figura umana, per poi avere un effetto repulsivo alla scoperta che umana non è.

Gli autori ritengono che le loro osservazioni aiuteranno non solo ingegneri e progettisti di robotica, ma anche medici che si occupano del cosiddetto problema della "cecità mentale", quando le persone con autismo estremo o alcuni disturbi mentali non sono in grado di distinguere i volti e riconoscere gli altri individui.

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