21:52 29 Settembre 2020
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Di recente alcuni epidemiologi cinesi hanno riportato il caso di un paziente trentatreenne che è stato contagiato da diversi ceppi di SARS-CoV-2 nell’arco di 4 mesi.

Ricercatori statunitensi stanno analizzando il caso di una ricaduta di un paziente nell’arco di 48 ore. Il governatore dell’Oblast di Vladimir, Vladimir Sipyagin, ha riportato un caso simile nella sua regione e il governatore della Repubblica di Tuva, Sholban Kara-ool, ha ammesso sui social network di essere nuovamente positivo al COVID-19. Sputnik cerca di capire per voi che probabilità vi siano di contrarre di nuovo il coronavirus.

Protezione temporanea

A fine aprile i medici coreani hanno segnalato la presenza di 263 pazienti i cui tamponi si sono rivelati positivi sebbene in precedenza fossero già guariti dal COVID-19. Ciò vuol dire che le analisi effettuate in fase di dimissione dall’ospedale non hanno evidenziato la presenza del virus, mentre i test svolti dopo 1-2 mesi l’hanno trovato.

Gli epidemiologi hanno giustificato l’accaduto adducendo come spiegazione la mancata precisione dei sistemi di verifica e la commissione di errori nell’interpretazione dei risultati.

Oh Myoung-don, direttore del Centro di controllo e prevenzione delle malattie, ha osservato che una successiva analisi avrebbe evidenziato la presenza non tanto di virus veri e propri, ma di loro frammenti rimasti nell’epitelio. Nei campioni è stato trovato dell’RNA virale, ma non si è capito se l’RNA appartenesse a una particella in grado di riprodursi e dunque scatenare la malattia oppure se fosse legata solo a frammenti della particella privi di carica virale.

Si ricordi, tra l’altro, che al tempo si disponeva già dei dati relativi alla capacità del SARS-CoV-2 di rimanere nell’organismo umano per 1-2 mesi dopo la guarigione. Dunque, l’RNA virale sarebbe finito nel campione dopo la completa guarigione dal COVID-19, ipotizzano i medici coreani.

Un mese dopo scienziati cinesi hanno dimostrato che è impossibile ammalarsi nuovamente di coronavirus, o almeno lo è subito dopo essersi sbarazzati della malattia. Infatti, non è stato possibile contagiare per la seconda volta di SARS-CoV-2 i Macachi Rhesus. Infatti, questi animali sono stati protetti dall’immunità acquisita.

I ricercatori non sono riusciti all’epoca a determinare per quanto tempo gli anticorpi riuscissero a conservarsi nel corpo umano. Ad ogni modo, gli esperti dell’OMS hanno adottato un approccio cauto sostenendo che i soggetti che hanno contratto il COVID-19 non sono al sicuro da un nuovo secondo contagio.

Colpiti due volte

Nell’arco di 6 mesi di pandemia non è stato registrato alcun caso conclamato di secondo contagio da SARS-CoV-2. Ma il 24 agosto i microbiologi dell’Università di Hong Kong hanno riferito ai media il caso di un paziente trentatreenne il quale sarebbe stato contagiato dal coronavirus per due volte con un intervallo di 4 mesi e mezzo tra un contagio e l’altro. Inizialmente il paziente è stato infettato dal ceppo asiatico del SARS-CoV-2 a Hong Kong e poi dal ceppo europeo in Spagna. I ricercatori disponevano di entrambi i campioni del paziente e sono riusciti a confrontare i genomi degli agenti scatenanti. Le differenze sostanziali tra di essi riguardavano il filamento ORF8. Stando agli ultimi dati disponibili, il fatto che i virus siano leggermente diversi tra loro da un lato consente loro di sfuggire al sistema immunitario e dall’altro rende meno grave il decorso della malattia.

Ed effettivamente durante il secondo contagio il paziente non presentava sintomi e ha conosciuto la diagnosi solamente dopo essersi sottoposto al test della PCR di ritorno dalla Spagna. È stato nuovamente ospedalizzato e le analisi hanno confermato la presenza del SARS-CoV-2 nel suo organismo. Inoltre, i medici hanno notato che gli anticorpi IgC al coronavirus sono comparsi il terzo giorno dopo la nuova infezione e sono scomparsi il quinto. Tre giorni dopo un caso simile è stato registrato in America settentrionale dove un uomo di 25 anni è stato contagiato per 2 volte nell’arco di 48 giorni. Tuttavia, questo soggetto ha avuto meno fortuna dell’uomo di Hong Kong. La seconda volta, infatti, la malattia si è presentata in una forma ben più grave e il paziente è stato intubato a un sistema di ventilazione polmonare.

L’analisi dei genomi degli agenti patogeni evidenziati in entrambi i contagi hanno evidenziato che afferiscono alla medesima famiglia C20, diffusasi nello stato del Nevada, dove vive il paziente. Tuttavia, vi erano comunque minime discordanze nell’RNA dei patogeni. Come osservano gli scienziati coinvolti, questo caso dimostra che gli anticorpi si conservano non tanto a lungo quanto speravamo e che aver contratto la malattia una volta non fornisce alcuna protezione nel caso di un secondo contagio.

Un problema dopo l’altro

Ma tutto questo non deve essere motivo di preoccupazione. Dopotutto, secondo alcuni esperti, potrebbe trattarsi o di disturbi immunitari dei pazienti o di un banale errore commesso nell’esecuzione dei test.

“Un secondo contagio è assolutamente possibile in soggetti che presentano disturbi immunitari, immunodeficienza primitiva e secondaria o sono sottoposti a terapie immunosoppressive, ad esempio, nel caso di trapianto di organi interni. Ma può capitare anche nel caso di patologie autoimmuni o autoinfiammatorie, come l’artrite reumatoide, il morbo di Crohn, il lupus. Il contagio da SARS-CoV-2 in questi pazienti inibisce la produzione di anticorpi. Pertanto, questi soggetti si ammaleranno ogni volta incontreranno il virus. Ma questi soggetti sono molto pochi”, osserva Aleksandr Gorelov, vicedirettore scientifico del Centro di ricerca epidemiologica presso il Rospotrebnadzor (ente russo per la tutela del consumatore).

Secondo Gorelov, in Russia al momento sono stati registrati 3 possibili casi di secondo contagio: a Tuva, nell’Oblast di Vladimir e a Mosca. Tuttavia, tutti questi casi devono essere sottoposti a ulteriori verifiche: la prima volta sono davvero stati infettati dal SARS-CoV-2?

Come ha precisato Pavel Volchkov, virologo e direttore del laboratorio di ingegneria genomica dell’Istituto di tecnica e fisica di Mosca (MFTI), non si possono escludere nemmeno eventuali errori. “Secondo le statistiche generali, un laboratorio in media fornisce risultati errati nel 10% dei test. Proprio per questo ogni campione positivo viene verificato nuovamente. Qual è la percentuale di errore in un controllo doppio? Per rispondere a questa domanda, bisogna moltiplicare le probabilità e si ottiene l’1%. Qual è la percentuale di errore nel caso di 3 controlli consecutivi? Dello 0,1%. È una cifra molto piccola e corrisponde circa al numero di questi secondi contagi”, sottolinea il ricercatore.

Nel novero dei virus stagionali?

L'ospedale da campo a Bergamo in cui lavoreranno i specialisti italiani e russi
© Sputnik . Press service of the Ministry of Defence of the Russian Federation
Secondo Pavel Volchkov, il paziente di Hong Kong, infettato da ceppi diversi del virus, è un caso unico ed è improbabile che diventi la norma. Il coronavirus non muta a una velocità così elevata da rendersi irriconoscibile all’organismo nell’arco di 6 mesi, come avviene invece con l’influenza. Un secondo contagio appare dunque poco probabile.

“I soggetti guariti solitamente non sono infettati dal virus una seconda volta. È così che è predisposta la nostra immunità adattativa. L’unica eccezione è costituita dall’influenza stagionale. Ma in quel caso bisogna considerare che il virus influenzale è in continua mutazione. Ogni volta è sempre un po’ diverso, per questo l’uomo di anno in anno si ammala. Quanto invece al SARS-CoV-2, nessuna delle sequenze del suo genoma ad oggi pubblicate differisce dall’altra in maniera tale da rendere il virus irriconoscibile al sistema immunitario. Considerando la velocità di mutazione, queste variazioni si verificheranno non prima di un anno e mezzo o due. Ma ad ogni modo non dovrebbe fissarsi nella popolazione umana: infatti, un sistema così massiccio di test come quello attuale non era mai stato utilizzato prima. Non erano mai stati creati così tanti vaccini come quelli per il COVID-19 per nessun’altra infezione”, precisa il virologo.

Aleksandr Gorelov ritiene che il nuovo coronavirus abbia invece tutte le carte in regola per diventare un satellite permanente dell’uomo.

“La pandemia finirà e il SARS-CoV-2 diventerà un virus stagionale. Quando raggiungeremo una immunità di gregge del 60-70%, tornerà ad essere epidemico, come i 4 suoi ceppi fratelli che scatenano diarrea e infezioni respiratorie nei bambini”, precisa l’esperto.

Finché, però, il mondo si prepara a vaccinarsi in massa, l’unico modo efficace per proteggersi è indossare la mascherina, utilizzare i gel sanitizzanti, fare attenzione all’igiene personale e mantenere il distanziamento sociale.

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