16:20 21 Settembre 2020
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Coronavirus nel mondo: superati 13 milioni casi (127)
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Lo studio, capeggiato dal Policlinico Sant’Orsola di Bologna, spiega come la malattia diventi più pericolosa quando il danno causato coinvolge sia gli alveoli che i capillari polmonari ed è finalizzato ad una migliore precisione diagnostica per l’individuazione delle terapie più appropriate.

Lo studio, coordinato dal professor Marco Ranieri, direttore dell'Anestesia e Terapia Intensiva Polivalente del Policlinico di S. Orsola, è stato pubblicato su Lancet Respiratory Medicine e ha lo scopo di migliorare la diagnostica per poter scegliere di volta in volta la migliore terapia per il paziente, la quale, non sempre e necessariamente, deve comprendere la ventilazione meccanica.

Si legge infatti nella pubblicazione “I pazienti con una risposta infiammatoria robusta, comune in molti casi di COVID-19, sono probabilmente preparati biologicamente a sviluppare un danno polmonare indotto dalla ventilazione meccanica. Le caratteristiche del sistema respiratorio e il rischio di stiramento polmonare in questi pazienti potrebbero peggiorare rapidamente, soprattutto con la ripresa degli sforzi spontanei per respirare”.

Questo significa che è molto importante essere in grado di confrontare correttamente i rischi di una intubazione e ventilazione meccanica con i tassi di letalità a seconda della diagnosi esatta.

Ecco quindi l’importanza della ricerca italiana – quando il virus danneggia sia gli alveoli, cioè le unità del polmone che prendono l'ossigeno e cedono l'anidride carbonica, che i capillari, cioè i vasi sanguigni dove lo scambio avviene, allora la letalità arriva quasi al 60%. Al contrario, quando il danno è limitato solo ad alveoli o solo ai capillari, allora la letalità scende al 20%.

La ventilazione meccanica quindi, terapia decisamente aggressiva, non sarà in discussione nei casi di doppio danno polmonare, in quanto qualsiasi alternativa comporterebbe comunque un rischio maggiore. Quando invece la corretta diagnostica individua solamente un danno agli alveoli o ai capillari, allora sarà opportuno, osservano i ricercatori, raffrontare bene quel 20% di rischio con i rischi che potrebbero comportare terapie aggressive, soprattutto nei casi di pazienti con altre patologie o caratteristiche che potrebbero implicare risposte indesiderate alle terapie stesse.

Tema:
Coronavirus nel mondo: superati 13 milioni casi (127)
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