00:57 30 Ottobre 2020
Scienza e tech
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Perché un telescopio spaziale progettato per l’osservazione dello Spazio profondo ha dovuto osservare un’eclissi lunare e i migliori astronomi del mondo hanno impiegato più di un anno e mezzo per analizzarne i dati raccolti?

Il Telescopio Spaziale Hubble è il primo telescopio spaziale al mondo. Venne lanciato in orbita nel 1990 e ancora oggi è operativo nonché tuttora uno dei più grandi e versatili. Con uno specchio di 2,4 metri di diametro, Hubble è specializzato nell’osservazione dell’ultravioletto e dell’infrarosso. Nello Spazio, al di fuori della distorsione ottica provocata dall’atmosfera terrestre, questo straordinario prodotto di ingegneria avanzata permette di ottenere immagini a risoluzioni estremamente elevata dallo Spazio profondo.

Ma perché questo grande occhio destinato alle galassie lontane dal 20 al 21 gennaio 2019 è stato puntato verso la ‘vicinissima’ Luna per l’osservazione di una semplicissima eclissi? E perché agli astronomi c’è voluto più di un anno e mezzo per raccogliere, studiare e pubblicare i dati raccolti?

Nasa e Agenzia spaziale europea (Esa), non hanno certo distolto questo prezioso strumento dal suo abituale lavoro per soddisfare una semplice curiosità – l’eclissi del gennaio 2019 è stata infatti l’occasione che i ricercatori aspettavano per fare un particolare esperimento.

C’è vita sulla Terra?

Ultimamente poca, anche il sabato sera, qualcuno potrebbe dire in polemica con le regole del distanziamento sociale. Ma la questione scientifica è un’altra – osservando semplicemente il riflesso della luce che passa attraverso l’atmosfera del nostro pianeta, facendo finta di non avere altre informazioni, saremmo in grado di dedurre che il nostro è un pianeta abitabile?

Ecco quindi che Hubble, sfruttando l’ideale geometria Sole – Terra – Luna di quei giorni, ha potuto studiare la luce del nostro pianeta, riflessa sul nostro satellite, e scoprire che la nostra atmosfera è carica di ozono. L’ozono è appunto una importante ‘firma biologica’.

Non necessariamente l’individuazione dell’ozono dimostra che su di un determinato pianeta esista la vita, ma sicuramente indica la presenza di ossigeno, dato che l’ozono si forma quando la luce ultravioletta di una stella interagisce con questo, formando una coltre che a sua volta protegge dalle radiazioni ultraviolette. La presenza di ozono indica quindi che il pianeta è ricco di ossigeno, c’è molta luce che filtra, al tempo stesso è schermato.

A che serve l’esperimento

Riuscire a ‘scoprire’ l’ozono sulla Terra, semplicemente osservando lo spettro della luce che passa attraverso l’atmosfera, significa potenzialmente che saremmo in grado di individuare ozono anche sugli esopianeti che ruotano intorno ad altre stelle durante il loro transito. Finora l’osservazione delle atmosfere degli esopianeti è riuscita con pianeti molto più grandi della Terra e solitamente gassosi, dove lo spessore dell’atmosfera, ove presente, era molto consistente e quindi rilevabile dai telescopi spaziali. L’esperimento dimostra che i nuovi telescopi in progettazione, che saranno ancora più potenti di Hubble, potranno tentare l’analisi di esopianeti rocciosi piccoli come la Terra e, se presente, forse riuscire a rilevare lo spettro di luce dell’ozono.

Non emettendo luce propria, i piccoli pianeti rocciosi come la Terra, sono visibili ai telescopi solo quando passano di fronte alla stella intorno cui ruotano. Durante queste transizioni si vede un piccolo disco nero che oscura una piccola parte della stella. Intorno al disco, la frazione di luce che passa attraverso la sottilissima atmosfera, subisce una differente colorazione a seconda di come è composta l’atmosfera. Da questi piccoli rilievi gli astronomi, grazie ai telescopi del futuro, dovranno essere in grado di capire se sugli esopianeti allo studio ci sarà o no ozono. E quindi valutare le probabilità che siano abitabili.

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