08:29 26 Novembre 2020
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Secondo gli esperti, circa un terzo di uccelli e piante appaiono in realtà diversamente da ciò che pensiamo.

Gli esseri umani, infatti, non riescono a distinguere il loro vero colore. L’occhio di ogni essere umano presenta soltanto tre tipologie di coni (cellule fotorecettrici della retina), mentre l’occhio degli uccelli ne presenta ben quattro. Gli uccelli riescono a vedere anche gli ultravioletti e le tinte risultanti dall’unione tra questi e altri colori. Un tempo questo superpotere lo avevano anche i nostri avi, ma vi sono esseri umani che l’hanno conservato sino ad oggi.

Distinguere l’invisibile

Rispetto agli uccelli noi siamo quasi ciechi: non riusciamo a distinguere il vero colore di circa un terzo delle piante di cui si cibano alcuni uccelli. Questa è la conclusione a cui sono giunti biologi statunitensi e canadesi i quali hanno studiato il comportamento del colibrì Selasphorus platycercus.

Gli scienziati hanno disposto in un’area delimitata due mangiatoie a una distanza di un metro. In una vi era dell’acqua dolcificata, nell’altra dell’acqua normale. Vicino alle mangiatoie sono state disposte delle lampade con un’irradiazione mista fornita da 4 LED (luce rossa, verde, blu o ultravioletta). Dopo che gli uccelli hanno bevuto dalle mangiatoie e sono volati via, gli scienziati cambiavano posto alle mangiatoie così che i colibrì, una volta tornati, fossero costretti a orientarsi esclusivamente in base al colore della lampada. In questo modo, gli scienziati hanno insegnato ai colibrì ad associare uno dei colori alla ricompensa.

È emerso che i colibrì riescono a determinare senza alcun errore non solo le tre aree principali della gamma del visibile (ossia blu, rosso e verde), ma anche l’ultravioletto che l’essere umano invece non riesce a vedere. E questo grazie a quattro tipologie di recettori, i cosiddetti coni, presenti sulla retina. L’essere umano dispone di soli 3 coni sensibili a rosso, blu e verde.

Gli uccelli hanno distinto anche colori misti come il verde e l’UV. Ma gli autori dello studio non hanno ancora appurato quale sia la modalità precisa in cui gli uccelli riescano a vedere le sfumature.

Perdite e acquisizioni evolutive

Gli antichi avi dell’uomo moderno erano anch’essi dotati di 4 tipologie di coni, dunque a loro il mondo appariva più colorato, secondo gli scienziati. Questi ultimi hanno rilevato nel genoma tracce di questa supervista. In particolare, si tratta di filamenti di DNA responsabili della produzione di opsina, una proteina che favorisce la vista e il funzionamento dei recettori nei coni. Oggi l’essere umano dispone di tre tipologie di recettori i quali sono sensibili a onde lunghe (colore rosso), medie (verde) e corte (viola, bluastro) della gamma. Tutte le sfumature percepite dall’essere umano sono il risultato della loro sintesi.

Così non era, invece, negli antichi vertebrati, avi degli odierni mammiferi. A giudicare dalle informazioni in possesso degli scienziati, questi animali disponevano di 4 recettori, ma con la transizione a uno stile di vita più notturno durante l’età dei dinosauri, si ritiene che ne abbiano persi 2. Nei coni responsabili della visione diurna rimasero soltanto i recettori del colore rosso e degli UV.

Uomo che fuma
© Sputnik . Konstantin Chalabov
Ad ogni modo durante l’evoluzione in alcuni primati, tra cui gli avi dell’uomo moderno, il cristallino smise di far passare gli UV (con una lunghezza d’onda inferiore a 400 nanometri). Dunque, quel recettore non era più necessario. Ma dopo alcune mutazioni avvenute tra 90 e 30 milioni di anni fa il cristallino divenne sensibile al colore blu.

Parallelamente, per via della duplicazione del gene del recettore al rosso e per via delle mutazioni che ne spostarono la sensibilità nell’area delle onde corte, i primati cominciarono a distinguere il colore verde. Secondo una delle ipotesi, dal punto di vista evolutivo questo fu alquanto vantaggioso perché consentì di vedere chiaramente i frutti maturi tra il fogliame verde. In verità, non era raro scambiarli per insetti.

Superpotere femminile

Oggi nell’essere umano i recettori sensibili al verde e al rosso non sono molto diversi e i geni che li codificano sono adiacenti al cromosoma X. Proprio questo è il motivo per cui il daltonismo è più diffuso tra gli uomini i quali dispongono di un solo cromosoma X. La penuria di questi geni priva della possibilità di distinguere rosso e verde.

Nelle donne la stessa situazione può dare vantaggi inaspettati.

Una mutazione è in grado di portare alla formazione di quattro tipologie di recettori, sensibili alla luce con una lunghezza d’onda tra rosso e giallo. Poiché di ogni recettore ve ne sono due esemplari, la sostituzione di uno di essi fa sì che nel genoma vengano codificati tre recettori. Di conseguenza, si hanno 4 tipologie di coni e l’occhio è in grado di distinguere non un milione di sfumature, come nell’occhio di tutti gli esseri umani, ma circa 100 milioni.

Stando alle stime degli esperti dell’Università della California di San Diego, questa capacità la presenta circa il 2-3% delle donne sulla Terra. Ricercatori britannici ritengono che siano in realtà molte di più, circa il 12%.

In verità, ad oggi si è riusciti a trovare soltanto una persona che disponga sulla propria retina di quattro diversi recettori funzionanti. Si tratta di una cittadina britannica menzionata negli studi scientifici con lo pseudonimo cDa29. Gli esperti hanno rilevato il suo “superpotere” mediante un test standard della vista.

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