14:02 02 Luglio 2020
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Coronavirus: superati i 5 milioni casi nel mondo (21 maggio-22 giugno) (148)
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Per la prima volta medici italiani, utilizzando la risonanza magnetica, hanno registrato dei cambiamenti nel cervello di un paziente affetto da COVID-10. La scoperta indicherebbe che i sintomi della perdita dell’olfatto e del gusto sarebbero correlati all’azione del virus sul cervello.

Il neurotropismo (tendenza di determinati agenti morbosi a localizzarsi anche nel tessuto nervoso) dei coronavirus umani è un fatto già accertato per quanto riguarda il caso della SARS del 2002-2003. Anche nel nuovo coronavirus SARS-CoV-2, che causa la malattia COVID-19, si è da subito sospettato che potesse avere ripercussioni sul cervello, visti e considerati i sintomi dell’ageusia (perdita del senso del gusto) e anosmia (perdita dell’olfatto) che a questa malattia spesso si associano.

Al fine di verificare in maniera sperimentale la correlazione tra SARS-CoV-2 ed effetti fisici che questo virus può in certi casi causare nel cervello umano, medici italiani dell’Istituto Clinico Humanitas di Rozzano (Milano), hanno sottoposto una radiografa di 25 anni che aveva lavorato in un reparto COVID-19, ad una serie di esami molto specifici per determinare se avesse contratto la malattia e in che modo questa potesse essere correlata con i sintomi da questa paziente accusati di anosmia e disgeusia.

Il soggetto, oltre alla perdita di gusto e olfatto, presentava una lieve tosse secca persistente da un giorno ma niente febbre, non accusava sintomatologie pregresse e possedeva una storia clinica ottimale, priva di traumi, convulsioni o eventi ipoglicemizzanti.

Tre giorni dopo l'insorgenza dei sintomi, la fibroscopia nasale, nonché la tomografia del torace e della regione maxillo-facciale, non hanno mostrato risultati.

Tuttavia, una risonanza magnetica del cervello lo stesso giorno ha rivelato un focus di iperintensità nella parte destra della circonvoluzione retta (in latino gyrus rectus – sezione del lobo frontale cui funzioni sono ancora poco chiare alla scienza), nonché alterazioni, meno gravi, ai bulbi olfattivi.

A distanza di 28 giorni la risonanza magnetica è stata ripetuta, questa volta non rilevando cambiamenti significativi e mostrando una ipersensibilità dei bulbi olfattivi significativamente diminuita. Al tempo stesso i sintomi di anosmia e disgeusia erano quasi completamente svaniti.

Gli autori dello studio, che hanno pubblicato un rapporto sulla rivista JAMA Neurology, ritengono di aver trovato ulteriori prove del fatto che il cornavirus SARS-CoV-2 sia in grado di penetrare nel cervello attraverso la via olfattiva e causare un disturbo olfattivo di origine neurosensoriale. D'altra parte, notano gli stessi ricercatori, i cambiamenti nell'attività cerebrale non sembrano verificarsi in tutti i pazienti o sono limitati a uno stadio precoce della malattia - in altri due pazienti con COVID-19 con perdita dell'olfatto, esaminati nei giorni 12 e 25 dopo l'insorgenza dei sintomi, la risonanza magnetica non aveva infatti rivelato alcuna anomalia.

In ogni caso le sintomatologie neurosensoriali sarebbero destinate a svanire nel tempo e il coronavirus non sembrerebbe in grado di determinare danni diretti permanenti se non accompagnato da altre patologie pregresse.

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