18:53 04 Luglio 2020
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Assieme alla componente del genoma del padre il neonato riceve anche i gruppi metilici ad esso attaccati.

Si tratta di composti in grado di influenzare l’attività di singoli filamenti di DNA. Sempre più spesso si parla di geni legati alla salute, di fattori esterni e di aspettativa di vita. La componente materna è invece più silenziosa, ma è proprio questa, pare, ad essere determinante in termini evolutivi.

Il contributo paterno

Da un punto di vista genetico qualunque mammifero, dunque anche l’uomo, è più simile al padre che alla madre, secondo i ricercatori dell’Università della Carolina del Nord. Sebbene entrambi i genitori trasmettano un numero identico di materiale genetico, l’apporto paterno influisce in maniera maggiore sullo sviluppo dell’organismo del neonato.

Questa è la conclusione a cui sono giunti gli scienziati che hanno studiato il genoma di cavie selvatiche e da laboratorio. Gli esperti hanno misurato il grado di espressione dei geni all’interno di diversi tessuti e successivamente lo hanno messo a confronto con le copie del DNA genitoriale. È risultato che le sequenze genomiche ottenute per via paterna presentavano un’attività dell’80% maggiore rispetto alle altre. Ciò significa che sono queste sequenze a influenzare in maniera più significativa la prole. Gli autori dello studio osservano che questo potrebbe essere valido per tutti i mammiferi, uomo incluso.

Vecchiaia per eredità

Dal DNA paterno dipende in larga misura l’aspettativa di vita dei figli, ipotizzano taluni ricercatori tedeschi. Infatti, con l’età i geni di ogni essere umano possono mutare il proprio funzionamento. Per le più diverse ragioni, cosiddette epigenetiche (quali l’esposizione a stress prolungato, fame o radiazioni) ai nucleotidi si attaccano i gruppi metilici, ossia composti chimici che influenzano l’espressione genica. Di conseguenza, l’attività di alcuni geni aumenta, mentre quella di altri diminuisce. Chiaramente questo si riflette sull’organismo paterno. Come è stato appurato, la prole eredita singoli filamenti di DNA corredati di gruppi metilici, fra i quali compaiono anzitutto quelli legati all’aspettativa di vita.

Gli studiosi hanno monitorato 2 gruppi di cavie. Il primo gruppo era nato da padri giovani, il secondo da padri anziani. Gli animali del primo gruppo hanno invecchiato più lentamente e sono morti due mesi dopo rispetto ai loro coetanei del secondo gruppo.

La comparazione dei campioni di sperma paterno e di tessuti della prole ha dimostrato che gli animali concepiti dagli esemplari più anziani avevano ereditato le mutazioni epigenetiche genitoriali. Dunque, le mutazioni dei gruppi metilici si sono posizionate a livello genico influenzando l’aspettativa di vita e di conseguenza innescando le patologie della vecchiaia. Gli autori dello studio ritengono che questo meccanismo sia applicabile anche all’uomo in quanto si tratterebbe di un processo fondamentale per tutti i mammiferi.

Al contrario, scienziati statunitensi sostengono che, qualora il padre concepisca in età avanzata, questo garantirebbe alla prole una vita più longeva. Gli scienziati hanno analizzato più di 150.000 DNA appartenenti a soggetti di 2 generazioni. I telomeri (la regione terminale dei cromosomi) nei figli concepiti da genitori in età avanzata erano di norma più lunghi rispetto a quelli dei loro fratelli e sorelle concepiti invece in età più giovane. Ma secondo studi precedenti, più lunghi sono i telomeri, più a lungo vive un soggetto.

Il cuore duole per colpa paterna

Inoltre, sempre dal padre i figli maschi possono ereditare la predisposizione a patologie cardio-vascolari. Infatti, i geni che predispongono all’infarto si trovano soprattutto nel cromosoma Y.

Studiosi della University of Leicester hanno analizzato il DNA di 3.000 britannici e rilevato che il 90% dei cromosomi Y appartiene all’allogruppo I o all’allogruppo R1b1b2. I soggetti portatori di geni del primo gruppo presentano una predisposizione alle patologie cardio-vascolari del 50% maggiore rispetto agli altri uomini. Probabilmente, questo è dovuto al modo in cui il cromosoma Y influenza l’attività del sistema immunitario.

Inoltre, il padre è in grado di trasmettere ai figli di entrambi i sessi la predisposizione a sviluppare la schizofrenia. Più è anziano il genitore, maggiore è la probabilità di sviluppare questa patologia. Le analisi dei dati provenienti da 87.000 soggetti hanno dimostrato che coloro i quali erano stati concepiti da padri ultracinquantenni erano tre volte più colpiti dalla schizofrenia.

La parte materna

Stando ai dati raccolti da taluni ricercatori finlandesi, l’altezza umana è ereditata dai genitori per circa il 75%. Alcuni scienziati australiani parlano persino dell’80%. Ad ogni modo, è il padre a determinare l’altezza del figlio. Come hanno appurato alcuni ricercatori britannici i padri più alti concepiscono figli di entrambi di sessi con un’altezza maggiore. A svolgere un qualche ruolo è anche l’età del padre: infatti, più il padre è anziano, più alto è il figlio.

La predisposizione alla magrezza o alla grassezza è invece trasmessa sia dal padre sia dalla madre. La possibilità di sviluppare una forma di obesità è trasmessa in maniera frequente. Tuttavia, il peso al momento della nascita dipende solo dalla madre, ma esclusivamente dal suo stile di vita e dalla dieta che segue, e non dal DNA.

Tuttavia, nel genoma femminile vi sono filamenti che si rivelano essere più attivi del DNA della prole, ossia l’ottavo cromosoma. Alcuni scienziati islandesi hanno studiato i genomi di 1.500 trii “madre-padre-figlio” e hanno rilevato mutazioni ereditate proprio dalla madre.

Secondo i ricercatori questo è tipico anche per l’ottavo cromosoma dello scimpanzé, ma è assente negli orangotanghi. Gli autori dello studio ipotizzano che l’elevato grado di modifiche che riguardano questo filamento di DNA abbia una rilevanza a fini evoluzionistici e avvicini gli esemplari di uomo moderno alle scimmie antropomorfe di origine africana. 

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