08:46 06 Luglio 2020
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Il buco nell’ozono sopra l’Antartide si riduce: ciò significa che l’industria sta avendo un impatto meno negativo sull’atmosfera. Ma al tempo stesso su Cina ed Europa l’ozono si sta accumulando incrementando il rischio di contrarre patologie polmonari. Sputnik vi spiega perché questo gas si comporta in maniera così diversa.

Buchi nello strato di ozono “buono”

A quota compresa tra 20 e 30 km sopra il suolo terrestre, nella stratosfera, la luce solare interagisce con le molecole di ossigeno e forma l’ozono. Proprio questo gas protegge la superficie terrestre dai raggi ultravioletti del Sole, dannosi per ogni essere vivente.

Nel 1985 nello strato di ozono sopra l’Antartide alcuni scienziati britannici hanno rilevato un buco del diametro di più di 1.000 km. Ogni anno ad agosto il buco si ripresentava e scompariva a marzo. Infatti, durante la notte polare le pesanti molecole di ozono scendono verso terra e si disgregano senza che se ne formino di nuove. Si ipotizzò che lo strato di ozono venisse danneggiato da sostanze contenute negli aerosol e nei liquidi di raffreddamento di condizionatori e frigoriferi (freon con cloro e bromo). Nel 1987 furono vietati dal Protocollo di Montréal. Di recente la rivista Nature ha pubblicato un articolo secondo cui lo strato di ozono sopra l’Antartide si starebbe ripristinando e, stando ai dati, questo non sarebbe solo il risultato di cambiamenti naturali delle correnti d’aria, ma anche dei provvedimenti adottati dalla comunità internazionale.

Solo poche settimane dopo questa notizia così ottimista, la NASA ha reso noto un fenomeno di erosione senza precedenti dello strato di ozono sopra l’Artide. Questo è stato dimostrato grazie all’analisi dei dati raccolti dai satelliti al 12 marzo 2020. In verità, gli scienziati confermano che il colpevole non è l’uomo, ma la commistione unica di vari fattori atmosferici: da dicembre a marzo i potenti venti polari non hanno permesso all’ozono proveniente da altre aree dell’atmosfera di penetrare nell’Artide.

Quando la colpa è di un vulcano

Il buco nell’ozono sopra l’Antartide per due decenni si è ridotto in maniera graduale, poi nel 2015 ha nuovamente registrato un aumento raggiungendo i 28 milioni di km2. Lo spessore dello strato di ozono al di sopra di alcune basi scientifiche in Antartide si è quasi dimezzato. E questo è dovuto all’eruzione di un vulcano sudamericano.

Scienziati russi e cinesi l’anno scorso hanno messo a punto un modello chimico-climatico e stimato il rischio potenziale rappresentato dalle emissioni di gas vulcanici per l’ozono stratosferico. È risultato che gli alogeni e gli aerosol di acido solforico, emessi dai vulcani, possono effettivamente danneggiare lo strato di ozono, ma in maniera contenuta sia nel tempo sia nello spazio. Infatti, dopo la grande eruzione del vulcano Pinatubo nelle Filippine, avvenuta nel giugno 1991, la situazione si è completamente ristabilita nell’arco di 3 anni.

L’ozono e i cambiamenti climatici: il feedback della natura

Molti credono che i buchi nello strato di ozono inneschino i cambiamenti climatici, ma in realtà è il contrario: tali buchi si formano per via del riscaldamento globale, lasciano passare una quantità sempre maggiore di radiazioni solari dirette verso la superficie terrestre e questo non fa che causarne il surriscaldamento. Dunque, il buco dell’ozono è un indicatore di feedback positivo, come descritto di recente da alcuni scienziati statunitensi della University of Columbia.

Il meccanismo è avviato da sostanze ozono-lesive e da gas serra che, a mo’ di coperta, trattengono il calore sulla superficie terrestre. Di conseguenza, gli strati atmosferici inferiori si surriscaldano e quelli superiori si raffreddano; masse atmosferiche calde, ricche di cloro e bromo, salgono fino alla stratosfera dove danneggiano lo strato di ozono. I ricercatori ritengono che questo fenomeno sia legato al riscaldamento della regione artica.

Le conseguenze del danneggiamento dello strato di ozono, secondo gli esperti, sono altrettanto serie anche per il clima e l’ecosistema terrestri: gli oceani si acidificano, le diverse zone climatiche slittano sempre più a sud, muta la portata delle precipitazioni e si spezza l’equilibrio tra ecosistemi terrestri e acquatici.

Ozono troposferico “cattivo”

Praticamente tutto l’ozono (il 90%) si trova al di sopra della Terra, nella stratosfera. La quota restante del gas si trova nella troposfera.

L’ozono troposferico si forma quando reagiscono fra di loro gli ossidi di azoto e i composti organici volatili contenuti nelle emissioni degli stabilimenti produttivi, delle centrali termoelettriche e dei gas di scarico. Una temperatura elevata e un’esposizione alla luce del Sole accelerano questi processi. Pertanto, nei giorni caldi dal cielo terso si accumula ozono al di sopra delle città e dei poli industriali e si crea una cappa di smog.

L’ozono cosiddetto terrestre è terribile per l’uomo, gli animali e i vegetali. In Russia l’ozono è considerato la prima e la più dannosa tra le sostanze nocive.

La American Lung Association annovera tra i rischi per la salute legati all’inquinamento da ozono le patologie delle vie respiratorie, quelle cardiovascolari, l’asma, il danneggiamento dei tessuti polmonari, la predisposizione a infezioni polmonari, anche letali.

Uno studio condotto su larga scala in 20 Paesi del mondo circa l’impatto annuale dell’inquinamento da ozono sugli abitanti delle grandi città ha dimostrato che più di 6.000 morti premature all’anno potrebbero essere evitate se i livelli di ozono non superassero le soglie consentite. Ad oggi l’80% delle megalopoli non osserva le norme di natura ecologica.
La pandemia di COVID-19

Per via della quarantena in molti Paesi produzione e trasporti si sono bloccati. La presenza di diossido di azoto e di anidride carbonica si è leggermente ridotta. Sorprendentemente gli scienziati hanno appurato che contestualmente all’improvvisa pulizia dell’aria è aumentata anche la concentrazione di ozono “cattivo”, di quasi 2 volte. Questo è dovuto al fatto che adesso nell’atmosfera sono presenti meno ossidi di azoto, quindi si forma una cappa di smog. Con l’arrivo delle giornate soleggiate e con l’attivazione delle reazioni fotochimiche la situazione non farà che peggiorare.

Basandosi su dati isotopici gli scienziati hanno stabilito che nell’ultimo secolo nello strato atmosferico più prossimo alla superficie terrestre la concentrazione di ozono “cattivo” è aumentata del 25-50% e nell’ultimo decennio la crescita si è attestata a 1-2% all’anno.

Gli esperti ritengono che questa tendenza sia destinata a rafforzarsi anche perché per il riscaldamento globale i vegetali faticano sempre più ad assorbire ozono dall’aria circostante. Questa è la conclusione a cui sono giunti gli scienziati statunitensi dell’Università di Princeton. Pare che questo sia un altro modo in cui la natura cerca di darci un riscontro.

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