07:02 30 Novembre 2020
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Il gruppo di ricerca italo-britannico Irbm-Oxford è già arrivato alla fase di sperimentazione sull’uomo e afferma di essere molto vicino alla realizzazione di un vaccino efficace. Ma prima di arrivare all’uomo, anche questa volta, si è passati attraverso la fase di sperimentazione sul macaco rhesus, una specie alla quale dobbiamo molto.

Alla fine tocca sempre a lui. Ci ha già aiutati nella sperimentazione per giungere alla creazione del vaccino della poliomielite, HIV, vaiolo e rabbia. Ora anche il gruppo di ricerca italo-britannico che promette di essere prossimo alla soluzione, è stato in grado di passare alla sperimentazione sull’uomo, sì, ma solo dopo averla provata su questa piccola specie di primati.

Secondo il 'New York Times' sarebbe il laboratorio Jenner Institute dell'Università di Oxford tra quelli più avanti degli altri nella ricerca. Il suo vantaggio deriverebbe dal fatto che questo laboratorio ha alle spalle già esperienze pregresse sugli altri tipi di coronavirus e, affermano i ricercatori, se tutto andrà bene, le prime dosi del serio potrebbero essere disponibili già entro settembre e potranno essere somministrate alle categorie più a rischio. In questo momento siamo già alla sperimentazione sull’uomo, affermano gli scienziati dell’Università e Matteo Liguori, direttore della Irbm, azienda di Pomezia che sta collaborando con il laboratorio inglese. A partire da maggio, prevede il team congiunto, il siero sperimentale verrà testato su 6mila volontari.

Ma, oltre agli scienziati e ai volontari, sarebbe giusto ricordare, se alla fine arriveremo ad un vaccino efficace, che anche questa volta dovremo ringraziare lui, il macaco rhesus.

Sì perché non tutti sanno, e magari non vorrebbero sapere, che quasi ogni volta che si arriva alla sperimentazione sull’uomo è perché prima è toccato sperimentare a lui. Anche nel caso del vaccino Irbm-Oxford i primi test sono stati fatti su questo piccolo primate. Prima di provarlo sull’uomo, infatti, il mese scorso al Rocky Mountain Laboratory del National Institutes of Health, nel Montana, hanno inoculato il siero a 6 esemplari di questa specie per poi esporli a grandi quantità di virus Sars-Cov-2. Nessuno di questi si è ammalato, segno che, almeno sui macachi, il vaccino dovrebbe funzionare.

Anche dall’altra parte del mondo i ricercatori di una società privata di Pechino, la Sinovac Biotech, hanno somministrato due diverse dosi del vaccino a otto scimmie rhesus e tre settimane dopo gli animali sono stati esposti al virus SARS-CoV-2. Anche in quel caso nessuno degli esemplari ha sviluppato l’infezione e lo studio, pubblicato sia sull’archivio di prestampa scientifica bioRxiv che la rivista Science, afferma che la fase della sperimentazione umana sarebbe già iniziata, proprio grazie al passaggio positivo sui macachi.

Cosa dobbiamo al macaco rhesus

Eppure al macaco rhesus dobbiamo molto. Il nome stesso rhesus, deriva dal fattore Rh, quella proteina presente nei globuli rossi che ci consente di rilevare i gruppi sanguigni nell’uomo, scoperta proprio grazie a questa specie. E’ un fatto che abbia anche contribuito in maniera decisiva, provandoli sul proprio pelo, allo sviluppo di vaccini fondamentali per l’uomo come quello della poliomielite, HIV, rabbia e persino vaiolo. E’ stato anche utilizzato per ‘missioni’ sperimentali nello spazio sia ai tempi sovietici che dagli americani. In alcuni casi le sperimentazioni su di lui sono state anche molto dure e contestate, come quando negli anni ’50 e primi ’60, Harry Harlow per dimostrare la sua ‘teoria dell’attaccamento infantile’ isolava piccoli di questa specie dalle madri, o quando, molto più di recente, scienziati cinesi lo hanno utilizzato per controversi esperimenti di ingegneria genetica.

L’uomo deve molto a questa piccolo cercopiteco che utilizza perché biologicamente così simile a lui. Tutte le volte che un progresso scientifico viene compiuto dalla nostra specie, grazie al sacrificio della sua, sarebbe bene sottolinearlo per la dovuta riconoscenza.

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