07:21 27 Maggio 2020
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Un team di scienziati francesi afferma che il coronavirus deve essere esposto a temperature prossime al punto di ebollizione per fare in modo che non rimangano virioni funzionanti. L’esperimento sembrerebbe mettere in serio dubbio tutte le precedenti ipotesi che teorizzavano in estate il virus si sarebbe placato.

Le teorie più ottimistiche secondo le quali con l’arrivo del caldo il virus SARS-CoV-2 avrebbe smesso di trasmettersi, pare siano ora messe in seria discussione dopo questo studio francese pubblicato sul portale di prestampa scientifico bioRxiv.

Questa ricerca, intitolata "Valutazione dei protocolli chimici e di riscaldamento per l'inattivazione del SARS-CoV-2", consiste fondamentalmente in un semplice esperimento empirico – hanno riscaldato il virus in provetta per vedere fino a che temperature fosse in grado di resitere.

Il professor Remi Charrel e i colleghi dell'Università di Aix-Marsiglia, nel sud della Francia, hanno così rilevato che il nuovo coronavirus può essere riscaldato fino a ben 60 gradi Celsius per un'ora intera e che alcuni virioni, anche dopo questo trattamento, riescono a sopravvivere e continuare a replicarsi.

Questa regola dei 60 gradi per 60 minuti è quelle classica storicamente utilizzata in ambienti di laboratorio per sopprimere i virus fatali, come l'Ebola, secondo il South China Morning Post, che ha commentato l’esperimento francese.

Solamente quando il virus è stato sottoposto ad una temperatura di 92 gradi Celsius per 15 minuti gli scienziati sono riusciti a renderlo completamente inattivo.

"I risultati presentati in questo studio dovrebbero aiutare a scegliere il protocollo più adatto per l'inattivazione del virus al fine di prevenire l'esposizione del personale di laboratorio incaricato del rilevamento diretto e indiretto di Sars-CoV-2 a scopo diagnostico", hanno spiegato gli autori facendo riferimento al fatto che alcuni laboratori o sanitari esposti potrebbero usare protocolli insufficienti per disattivare il virus.

Proprio la scorsa settimana, le National Academies of Sciences aveva pubblicato un rapporto diretto alla Casa Bianca che spiegava che le temperature più calde dell'estate avrebbero avuto un impatto limitato sulla diffusione del nuovo coronavirus negli Stati Uniti - il Paese leader mondiale nei casi e decessi COVID-19.

"Esistono alcune prove che suggeriscono che SARS-CoV-2 potrebbe trasmettersi in modo meno efficiente in ambienti con temperatura e umidità più elevate, ma questo non necessariamente significa che avremo un riduzione significativa della diffusione della malattia COVID-19”, si leggeva nel rapporto.

Alcuni ricercatori hanno anche sottolineato che questa "evidenza di stagionalità" non si trovi neppure nelle altre malattie respiratorie simili, come la sindrome respiratoria acuta grave (SARS) e la sindrome respiratoria del Medio Oriente (MERS).

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