23:56 25 Ottobre 2020
Scienza e tech
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Si fa presto a dire ‘vaccino’, ma ci sono tutta una serie di problemi da considerare, avverte la rivista Nature, che ne espone un lungo elenco in un articolo appena pubblicato e che farà discutere.

L’articolo uscito sulla nota rivista Nature, a firma Roxanne Khamsi, è di quelli che rischia di spegnere facili speranze ma che riporta con i piedi per terra. Sì, il vaccino per immunizzarsi dal SARS-CoV-2 ci sarà, ma quanto ci vorrà a produrlo? Chi lo distribuirà? E le dosi, basteranno per tutti?

A queste domande la giornalista tenta di dare una risposta analitica in un lunghissimo articolo che cerchiamo qui di schematizzarvi e riassumervi.

Tempi

Si parla di 12-18 mesi almeno. Stime inferiori sono troppo ottimistiche e appaiono poco realistiche. Quand’anche qualcuno nel mondo avesse già in mano l’intuizione perfetta servirebbero poi però comunque lunghi tempi per la sperimentazione, prima animale, poi clinica. In fine dovrebbe venire approvato dalla comunità internazionale e si dovrebbero risolvere tutta una serie di questioni non secondarie – chi lo produce, chi lo distribuisce, chi lo finanzia, chi ripartisce gli utili.

Quantità

Diciamo che si arrivi al vaccino ideale, poi però bisognerà produrlo in quantità enormi. Chi lo produrrà e come? Le infrastrutture di produzione necessarie dipenderanno per altro dal tipo di vaccino che vincerà la ‘gara’. Questo vaccino potrebbe consistere in una versione indebolita o inattivata del coronavirus, o in una parte di una proteina di superficie o in una sequenza di RNA o DNA iniettata nel corpo all'interno di una nanoparticella o di un altro virus, come il morbillo. Potrebbe aver bisogno di essere coltivato in vasche di cellule, creato utilizzando una macchina che sintetizza RNA o DNA, o addirittura coltivato in serra. In ogni caso dal metodo di produzione dipenderanno anche le capacità produttive. Quando anche avremo la possibilità di produrre il vaccino, avremo anche la possibilità di produrlo per l’intera umanità?

​Finanziamenti

Serviranno tanti ma tanti capitali per finanziare qualcosa che è di interesse pubblico ma prodotto in tutto il mondo quasi esclusivamente da privati. Un paradosso che scoperchierà alcuni aspetti oscuri del nostro neoliberismo occidentale, mai voluti affrontare finora ma che in questa fase diverranno cruciali.

Distribuzione

Per quale motivo una nazione che arrivasse per prima a produrre un buon vaccino dovrebbe iniziare a distribuirlo anche alle altre nazioni se non prima averlo distribuito alla popolazione propria? D’altra parte non esistono neppure accordi internazionali chiari su questo punto ma c'è invece un precedente che parla chiaro: Durante la pandemia di influenza H1N1 del 2009, l'Australia fu tra le prime a produrre un vaccino, ma non lo esportò direttamente perché volle prima di tutto utilizzarlo per vaccinare i cittadini propri, ricorda Amesh Adalja del Johns Hopkins Center for Health Security a Baltimora, nel Maryland. "La maggior parte dei paesi ha emanato leggi che consentono ai propri governi di costringere i produttori a vendere prima di tutto sul mercato interno e non vedo intenzioni di cambiamento in questo", afferma.

Conflitto tra vaccini

Altro problema che pochi considerano è che non esiste solo il coronavirus. Le grandi aziende produttrici di vaccini sono impegnate a produrre i vaccini per i virus noti all’uomo e non si possono deviare risorse già impegnate per produrre un nuovo vaccino. Bisogna creare nuove risorse. Quindi altri investimenti, altri tempi, altri limiti.

Vinca il più forte?

Un’ipotesi possibile ma che l’OMS vorrebbe assolutamente evitare è che alla fine possa vincere ‘il più forte’ e gli altri essere costretti ad arrangiarsi. Le nazioni capaci di prodursi il vaccino e risolvere tutti i problemi di distribuzione da sé, potrebbero risolvere il problema, le altre finire costrette a dipendere dalle forniture di queste aspettando il loro turno e magari ricevendo le dosi neppure a titolo umanitario ma pagandole a caro prezzo.

Paradosso dell’immunizzazione spontanea

L’analisi si conclude con un potenziale paradosso implicito – e se intanto che aspettiamo l’ideazione del vaccino vincente, che lo mandiamo in produzione, che lo distribuiamo tra le nazioni, che lo rendiamo fruibile a tutti, il SARS-CoV-2 ci avrà già contagiati tutti e la crisi passerà da sé tramite immunizzazione di gregge naturale?

Conclusioni generali

Quest’ultimo aspetto, lascia intendere tra le righe la pubblicazione su Nature, è quello che dovrà convince gli scienziati e i governi che la questione di come produrre i vaccini e distribuirli all’intera umanità va ben al di là del caso specifico di questo nuovo coronavirus in sé, ma coinvolge politica, economia e sanità a livello globale. Serve un metodo collettivo di affrontare certi problemi, e lasciare la produzione di un qualcosa che concerne la sfera del bene comune ai soli privati è un metodo di lavoro oramai obsoleto se vogliamo iniziare a considerare l'umanità come un tutt'uno.

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