00:33 02 Marzo 2021
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La pandemia di coronavirus nel mondo (3 - 10 aprile) (105)
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Un team internazionale di scienziati sostiene che il sempre più frequente emergere di nuovi virus sia da associare ai cambiamenti ambientali provocati dalle attività umane e l’invadenza nei confronti del mondo animale selvatico. Una sorta di vendetta della natura?

Lo studio pubblicato sulla rivista Royal Society Publishing, partendo dall’analisi dei virus di origine animale che si sono adattati all’uomo, identifica tre categorie di virus da cui provengono i pericoli maggiori.

Il più delle volte le epidemie si diffonderebbero a partire dai mammiferi domestici, si sostiene in questo studio. Gli animali che vivono a stretto contatto con l’uomo sarebbero portatori di un numero di virus ben otto volte maggiore rispetto alle specie selvatiche.

Un altro gruppo di animali potenzialmente diffusori di malattie all’uomo sarebbero quelli selvatici ma adattati all’uomo. Si noti che sebbene l'urbanizzazione abbia ridotto la diversità degli animali sul pianeta, alcune specie si sono adattate molto meglio di altre. Tra queste troviamo roditori, pipistrelli e primati.

La terza categoria sono le specie selvatiche sull'orlo dell'estinzione a causa della caccia, del bracconaggio e della diminuzione della qualità dell'habitat naturale. Secondo i ricercatori, questa categoria sarebbe portatrice di almeno il doppio del numero di virus zootici rispetto agli altri animali, la cui popolazione sta diminuendo ma per motivi non legati all'uomo.

La raccolta dei dati empirici farebbe concludere gli studiosi che addomesticamento, intromissione umana in habitat ricchi di biodiversità selvatica e la caccia agli animali selvatici, sarebbero le principali attività sospette dei passaggi virali tra uomo e animale. Il passaggio di un virus da animale a uomo risulta particolarmente dannoso per quest’ultimo in quanto, essendo ospite nuovo, si trova assolutamente privo di anticorpi durante la prima diffusione del contagio. Il maggior numero di virus degli animali domestici, ma al tempo stesso la loro minore pericolosità, potrebbe spiegarsi proprio con il fatto che sia uomo che animale, per via del contatto consolidato, si siano già scambiati la maggior parte dei virus e si siano creati i giusti anticorpi nel tempo. Le nuove specie con le quali si viene man mano in contatto per via delle attività antropiche, sarebbero al contrario portatrici di virus del tutto nuovi per l’uomo, e per questo, più pericolosi.

D’altra parte l’invadenza delle attività umane nei confronti del mondo selvatico fa presumere che il rischio di contatti con sempre nuovi virus possa aumentare con il tempo e con la sempre maggior invadenza umana stessa rispetto alla fauna selvatica.

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La pandemia di coronavirus nel mondo (3 - 10 aprile) (105)
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