10:54 21 Ottobre 2020
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I geofisici dell'Università del Connecticut hanno messo a punto uno studio che spiegherebbe nel dettaglio la causa primaria dell’estinzione dei dinosauri.

L'estinzione Cretaceo-Paleogene, avvenuta circa 66 milioni di anni fa, sarebbe sì conseguenza della caduta dell’asteroide di Chiksulub nella penisola dello Yucatan, ma non imputabile all’abbassamento delle temperature causate dal cataclisma, come in molti ritengono.

Dopo la caduta dell’asteroide si alzò nell’atmosfera superiore un’enorme nuvola di polveri, lapilli e rocce fuse che innescò incendi boschivi su tutto il pianeta. I prodotti della combustione formarono una coltre di polveri che impedì l’ingresso della luce solare. La temperatura media del pianeta diminuì di almeno 26 gradi, affermano gli scienziati, ma non fu questo ad estinguere i dinosauri, sostengono i modelli progettati all'Università del Connecticut e lo studio pubblicato sul portale scientifico Phys.org.

A dare il colpo di grazia ai dinosauri sarebbe stata quindi la prolungata mancanza di luce che, secondo i modelli presentati dagli scienziati, sarebbe durata almeno un anno e avrebbe completamente bloccato il processo di fotosintesi delle piante.

"Basandoci sulle proprietà della fuliggine e sulla sua capacità di assorbire efficacemente la luce solare in arrivo, riteniamo che sia stata questa la principale responsabile di quell’estinzione”, ha detto Clay Tabor, geoscienziato dell'Università del Connecticut e autore principale del nuovo studio, “rispetto alla polvere, ai lapilli e allo zolfo, che non sono sicuramente rimasti sospesi nell’atmosfera per così tanto tempo, è la fuliggine che potrebbe aver effettivamente impedito a quasi tutta la luce di penetrare per almeno un anno”.

Il buoi quindi, non il freddo, sarebbe stato fatale. La mancanza di fotosintesi avrebbe prodotto scarsità di vegetali e quindi impedito ai grandi erbivori di soddisfare le loro enormi esigenze alimentari, di conseguenza, estinguendosi questi, si sarebbero poi estinti anche i grandi carnivori, per lasciare spazio a specie molto più piccole e dai fabbisogni molto minori.

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