07:59 20 Settembre 2020
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Uno studio condotto da scienziati medici americani, e appena pubblicato su di una rivista scientifica specializzata, sostiene che la strategia utilizzata finora per il controllo del diabete di tipo 2, potrebbe essere tutta sbagliata.

Scienziati statunitensi guidati dalla dottoressa Rozalina McCoy della Mayo Clinic di Rochester, nel Minnesota, hanno condotto un approfondito studio su ben quasi 200mila pazienti prima ad arrivare alla conclusione pubblicata sul BMJ Open Diabetes Research & Care, rivista scientifica specializzata della British Medical Journal, uno dei giornali di medicina più rinomati al mondo. I risultati di questo studio, appena pubblicato sulla rivista storica (prima pubblicazione nel 1840), faranno sicuramente discutere il mondo accademico.

Il titolo dello studio del resto è già di per sé di quelli eloquenti: “Paradox of glycemic management” – Il paradosso del trattamento della glicemia. Esaminando il database dei 194.157 pazienti con diabete di tipo 2 (diabete mellito di tipo 2) dell’OptumLabs, dal 1 gennaio 2014 al 31 dicembre 2016, gli scienziati hanno notato che i pazienti più anziani, sottoposti a trattamenti via, via, più aggressivi, sono anche quelli che rischiano di più l’ipoglicemia, cioè l’effetto contrario del diabete – rischio, per altro, ancora più serio per gli organismi più deboli e già debilitati dall’età.

Il punto

Il punto è, afferma lo studio, che il protocollo standard per la cura e controllo del diabete prescrive, per i pazienti cui viene per la prima volta diagnosticata la malattia, in genere soggetti di mezza età, sopratutto dieta ed esercizio fisico, solo in un secondo momento farmaci e in ultimo insulina. Mano a mano che si procede con l’età però, la malattia fa comunque il suo corso e si arriva a dover aumentare le dosi. Ecco però che si arriva ad un trattamento aggressivo nel momento meno opportuno, sostiene la dottoressa McCoy, quando cioè il paziente è oramai anziano e il rischio ipoglicemia più elevato (ipoglicemia = rapido abbassamento della concentrazione di glucosio nel sangue).

"I pazienti che sono più anziani o che hanno gravi condizioni di salute sono ad alto rischio di sperimentare l’ipoglicemia, che, per loro, è probabilmente molto più pericolosa di un livello di zucchero nel sangue leggermente elevato", spiega la dottoressa, "allo stesso tempo, i benefici del trattamento intensivo di solito richiedono molti anni, persino decenni, per rendersene conto. Così molti pazienti possono essere trattati in modo intensivo e rischiare l'ipoglicemia senza alcun reale beneficio per loro."

Al contrario, sostiene la McCoy, i soggetti più giovani e più sani, affetti solamente da diabete, hanno molte meno probabilità di sperimentare una grave ipoglicemia e hanno invece maggiori probabilità di ottenere significativi miglioramenti a lungo termine nella salute con terapia del diabete intensiva.

Conclusione

In pratica, ecco perché lo studio accusa un ‘paradosso’, converrebbe forse trattare da subito in maniera intensiva i pazienti giovani e non aspettare la tarda età quando per tenere sotto controllo la glicemia con i farmaci o l’insulina si rischia una ipoglicemia che potrebbe risultare letale.

Gli autori sperano che i risultati del loro studio possano portare a semplificare i regimi di trattamento per i pazienti più giovani e a ridurne al contrario l'intensità per i pazienti più anziani. L’ideale, lascia intendere la dottoressa McCoy, sarebbe che al di là dei protocolli e degli standard, si possa arrivare a stabilire regimi di trattamento individuali e ‘personalizzati’ sul singolo paziente.

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