03:12 24 Ottobre 2020
Reportage
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“Devono andarsene!”, “Non vogliamo nuove strutture!”, “Ne abbiamo abbastanza!”. Queste sono solo alcune delle esternazioni espresse dagli abitanti dell’isola greca di Lesbo indipendentemente dal loro colore politico. Sputnik ha intervistato gli isolani per capire a che punto sia la situazione.

Un forte incendio ha raso al suolo il Moria, il più grande centro di accoglienza greco per migranti e rifugiati dislocato sull’isola di Lesbo. Al momento sull’isola che si è assunta l’importante onere della questione migratoria si sta prefigurando una situazione nuova.

Sull’isola il pensiero è: “Ora o mai più!”. Gli isolani non vogliono altro se non che si celebri l’atto finale di questo dramma.

Tuttavia, a loro avviso i media starebbero parlando del problema in maniera faziosa presentando gli isolani come xenofobi. Questi ultimi, però, ritengono che tale rappresentazione non sia corretta poiché induce in inganno i fruitori di contenuti e non pone l’accento su quei drammatici cambiamenti che si sono avvicendati nel corso degli ultimi 5 anni e che hanno influenzato la vita personale e quotidiana degli isolani.

Sputnik ha fatto un giro nel centro dell’antica cittadina di Mitilene.

“Siamo in isolamento sulla nostra stessa isola”

Katerina Korfiati è la proprietaria di un piccolo negozietto di articoli per la casa.

Nell’intervista rilasciata a Sputnik Korfiati osserva: “Siamo tutti semplicemente vittime delle circostanze. Lo scorso inverno hanno cominciato a costruire una nuova struttura chiusa (per l’accoglienza dei migranti, NdR) sul monte Karava mentre a Moria c’erano già circa 20.000 persone. Abbiamo subito capito che Lesbo avrebbe avuto presto due strutture. Hanno inviato sull’isola divisioni speciali delle forze di polizia perché sapevano che ci sarebbe stata una reazione della popolazione locale.

Katerina Korfiati
© Sputnik . Kostis Ntantamis
Katerina Korfiati

Oggi ci sentiamo di nuovo isolati nella nostra stessa città. Si verificano continuamente incidenti. Al momento alcuni cittadini del villaggio di Panagiouda (dislocato a 6 km dalla cittadina) sono stati costretti a farsi 40 km per andare al lavoro in città per via degli sbarramenti lungo la strada.

Non siamo più disposti ad accettare quello che gli altri ritengono sia il meglio per noi. I media parlano soltanto dei problemi del nostro territorio, ossia i rifugiati e gli immigrati. Per loro siamo sempre e comunque i razzisti”.

Katerina Korfiati
© Sputnik . Kostis Ntantamis
Katerina Korfiati

Ma cosa pensa l’imprenditrice del futuro dell’isola? Non nasconde i suoi timori in merito alla costruzione di una nuova struttura permanente, sia essa aperta o chiusa. Tuttavia, come sottolinea, gli abitanti del luogo sono fermamente decisi a non permettere che venga posata nemmeno una pietra nelle fondamenta del nuovo edificio.

Per quanto riguarda il coinvolgimento del governo nella questione, Korfiati ritiene che con il nuovo governo (il partito in carica è Nuova democrazia, NdR) i flussi migratori si sono ridotti per via dei maggiori controlli operati dalla guardia costiera. Inoltre, alcuni migranti e profughi sono stati reindirizzati nei territori della Grecia continentale. Ad ogni modo queste misure non hanno risolto realmente il problema.

“Siamo cittadini di serie B”

“Basterebbe soltanto che l’isola non ospitasse un altro centro! Io discendo da veri profughi, il mio bisnonno fu massacrato dai turchi. Sappiamo cosa significa essere profughi…”, osserva Dimitris Viras, proprietario di una libreria a Mitilene.

“La nostra famiglia possiede un piccolo appezzamento di terra nell’area circostante il Moria. La terra fu comprata da mia nonna, una profuga, che la acquistò dopo aver lavorato duramente per avere una dote e potersi sposare. Oggi non sappiamo nemmeno più se esista ancora.

Dimitris Viras
© Sputnik . Kostis Ntantamis
Dimitris Viras

Le persone che si trovano oggi in quei luoghi non sono profughi. I profughi erano coloro che sono arrivati 5 anni fa. Nel frattempo noi greci, poiché siamo un popolo cristiano e ospitale, li abbiamo accolti e aiutati per quanto potevamo.

Ma cos’è cambiato ora, perché ci chiamano razzisti e ci mandano le forze speciali? Il nostro stile di vita è peggiorato in maniera significativa.

Dimitris Viras
© Sputnik . Kostis Ntantamis
Dimitris Viras

I migranti non possono più rimanere qui. Hanno distrutto la nostra proprietà, non ci sono più giardini, non c’è più niente. Tre giorni fa 50 persone hanno appiccato un incendio sull’isola. Noi siamo cittadini di serie B. Molti di loro hanno passato brutti momenti nella loro vita, ma non tutti. Fra di loro vi sono anche molti estremisti islamici.

Chiunque essi siano, devono andarsene da qui ora. Dobbiamo fornire asilo a chi ne ha bisogno così che abbia la possibilità di andare nel Paese europeo che desidera”.

Come evidenziato dal signor Viras, negli ultimi 5 anni il problema migratorio unitamente alla crisi economica ha provocato una riduzione dei flussi di turisti e pellegrini e, di conseguenza, un calo dei fatturati delle attività commerciali. Questo si somma poi ai timori legati ai Paesi vicini. Infatti, come riporta Viras: “Ci troviamo…a un tiro di schioppo dalla Turchia”.

Secondo Viras, i responsabili di questo doppio dramma parallelo che oggi ha raggiunto il suo culmine sono i politici greci, ma anzitutto i politici europei e la loro ipocrisia nel trattare la questione. Viras sostiene che “l’isola debba rivoltarsi e lanciare pietre contro i politici. L’Europa ci usa come le pare e piace. I politici stanno facendo i loro giochi alle nostre spalle”.

Viras conclude così facendo una summa della tragicomica situazione sull’isola: “Mio Dio, mi dico, fai tutto ciò che puoi per noi e per loro. La cosa che mi sorprende di più che sia noi sia loro vogliamo la stessa cosa: che ne se vadano”.

“Tutti i politici sono ospiti sgraditi sull’isola”

Mentre Sputnik stava intervistando i fratelli Sotiris e Fotis Geomilas, proprietari di una gioielleria familiare sulla via principale, è squillato il telefono. Era loro madre di 85 anni.

Come spiega poi Fotis: “Ci chiama in lacrime e ci chiede costa stia succedendo”.

Suo fratello Sotiris ci dice che i suoi figli vogliono rimanere ad Atene perché considerano “morta” l’isola.

Sotiris Geomilas
© Sputnik . Kostis Ntantamis
Sotiris Geomilas

Sottolinea deluso: “I politici ci hanno venduto. Nessuno è mai venuto a vedere che cosa ne fosse di noi. Per me al momento i politici sono ospiti ben poco graditi. Hanno l’ardire di venire a battere i pugni sul nostro tavolo”.

Secondo Sotiris, così come per la maggior parte degli abitanti di Lesbo, la situazione sull’isola è ben diversa da quella del 2015.

Come riporta il fratello: “Nel 2015 il nostro compito consisteva nell’aiutare giovani e persone che fuggivano dalla guerra. E l’abbiamo fatto. Poi tutto è cambiato. Hanno cominciato a disonorare i nostri simboli religiosi, non hanno risparmiato nemmeno una chiesa, hanno insultato gli isolani, hanno rubato e ucciso il nostro bestiame, ci hanno minacciato e derubato. Chi li sostiene è guidato da motivazioni personali perché in gioco ci sono grandi somme di denaro.

Al momento i 30.000 isolani devono convivere con 30.000 immigrati ai confini della città. Qualcuno mi ha chiesto come vanno gli affari, come procede la mia attività, come vive la mia famiglia. A noi rispondono: “Lavatevi le mani, mantenete il distanziamento sociale per via del coronavirus”, mentre a Moria ci sono 14.000 persone una sopra l’altra”.

Il campo profughi Moria di Lesbo distrutto
© Sputnik . Kostis Ntantamis
Il campo profughi "Moria" di Lesbo distrutto

I due fratelli sono pronti ad aprire il fuoco se sugli isolani saranno esercitate pressioni per consentire la costruzione della nuova struttura o per estendere il soggiorno di migranti e profughi sull’isola per un periodo di tempo non determinato.

“Gli abitanti di Lesbo non permetteranno che si crei una seconda Moria”, spiega Sotiris Geomilas, sottolineando che questa volta nel caso di costruzione di una nuova struttura chiusa si rivolterà l’intera isola. Non sarà più solo una questione di Moria o di chi abita ai piedi del monte Karava, ma di una questione per la quale tutta l’isola si unirà.

Geomilas ha riassunto questi 5 anni di Moria in una frase: “La Grecia è stata resa vittima della migrazione e Lesbo vittima della Grecia”.

di Dimitra Triantafillou

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