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03:16 18 Luglio 2019

Dopo il 28 maggio, la Resistenza popolare serba all’arroganza e all’ingiustizia non arretra

© REUTERS / Laura Hasani
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Dopo gli assalti dei Reparti Speciali albanesi ROSU contro i comuni nel nord del Kosovo del 28 maggio, che ha portato all’arresto di 46 cittadini e al ferimento di alcune decine, tra cui due funzionari dell’UNMIK di cui uno russo, sia a Mitrovica nord che a Zubin Potok, la popolazione serba è scesa in piazza.

Lo ha fatto per riaffermare il suo diritto incancellabile a rimanere sulla propria terra e ribadire la volontà che non ci sarà “nessun passo indietro”, pronti anche a dare la vita.

A Mitrovica nord la parola d’ordine della manifestazione è stata “NOI RESTIAMO QUI!”.

I serbi del Kosovo e Metohija (insieme alle altre minoranze che vivono con loro), hanno dimostrato ancora una volta che la loro determinazione a rimanere "sé stessi" è integra, questo è stato ribadito nelle proteste di piazza nel nord del Kosovo dai rappresentanti delle comunità serbe, svoltesi con coraggio e unità al di là delle posizioni dei differenti partiti. Come nella sua storia millenaria, di fronte alle situazioni estreme e ai baratri, il popolo serbo si ricompatta, stretto alle proprie radici di fierezza e dignità, anche nelle sconfitte temporanee.

Finora è sempre accaduto: da Kosovo Polje, alla lotta contro il nazifascismo, alla Resistenza alla NATO.

Dai referenti di “SOS Kosovo Metohija”, dei vari progetti di Solidarietà concreta attuati sul posto, ci giungono notizie di un clima denso di tensione altissima, oltre che di angoscia per quali saranno i prossimi scenari e le conseguenti mosse sia di Pristina sia di Belgrado.

Gli attacchi e gli arresti nell’operazione del 28 maggio, si sono verificati in un delicato momento politico per il governo di Belgrado, che è ormai assediato da pressioni, ricatti, minacce, sia esterni sia interni. Il massimo del controsenso è che quei deputati, che hanno svenduto la Serbia e il Kosovo, all’occidente, sono oggi quelli che urlano e si mobilitano maggiormente contro il Governo serbo che, secondo loro, non fa abbastanza.

Non intendo entrare o giudicare le scelte di questo governo, per cui non ho alcuna particolare simpatia o affinità, ma un dato è indiscutibile, esso si trova, così come il popolo serbo, con un cappio alla gola, e sta cercando di prendere tempo e di non farsi schiacciare su posizioni o scelte estreme perché, e questo lo può capire anche un neofita della politica, al primo passo falso la NATO, gli USA in primis, ma anche la UE, il FMI, la BM sono pronti a impossessarsi totalmente del paese. Un possesso che sarebbe politico, militare ed economico, che ora, fortunatamente, non sono ancora riusciti a realizzare secondo i loro desideri. Appellarsi alla difesa e all’applicazione della Risoluzione 1244 può sembrare marginale per alcuni, ma è l’unico passo realmente concreto e attuabile oggi, nelle istituzioni internazionali per restare all’interno del Diritto Internazionale ed avere la eventuale possibilità di appellarsi a esso in caso di aggravamento della crisi con la prospettiva pericolosa di nuovi conflitti.

Non va dimenticato cosa aveva dichiarato spavaldamente, solo alcuni giorni prima dell’operazione dei ROSU, il primo ministro kosovaro Haradinaj in un’intervista televisiva, e cioè che: “lui è solo un soldato dell’esercito degli Stati Uniti e obbedisce e risponde solo agli ordini che gli vengono impartiti da esso…”!

Ricordiamo per inciso chi è Haradinaj: costui è un criminale, pluriassassino e torturatore, i suoi sostenitori l’hanno soprannominato “pugno di Dio”, perché rapiva e uccideva i prigionieri serbi a pugni, dato che era stato un campione di pugilato jugoslavo; è riuscito a scampare al Tribunale dell’Aja in seguito ad accordi e protezioni statunitensi, anche se sono stati dimostrati con prove schiacciante i suoi crimini, fra l’altro perpetrati pure contro cittadini albanesi.

Due banali note, la prima importante: non ha parlato di eserciti europei, ma ha citato in modo chiaro i suoi padroni, gli USA. Non è un dettaglio da poco, si capisce in modo chiaro chi determina la situazione nell’attuale Kosovo. L’altra è la miseria di questi mercenari che per anni hanno sproloquiato e provocato fiumi di sangue per l’indipendenza e l’identità albanese, mentre ora si ritengono fieramente servitori del padrone statunitense, che d’altronde paga bene il loro asservimento.

Il suddetto Haradinaj ha poi ancora dichiarato, dopo l’avvenuto assalto alle municipalità serbe, che: “le istanze di sicurezza internazionali erano a conoscenza delle nostre azioni”. Per cui la comunità internazionale aveva tacitamente approvato le azioni dei famigerate reparti speciali albanesi ROSU rendendosene quindi complici.

Forse la speranza di una Serbia indipendente, autonoma e sovrana sia politicamente sia economicamente e anche culturalmente, com’è sempre stata nella storia, più che a scelte o passaggi contingenti può sussistere solo dentro a scenari di equilibri internazionali, che volgano a suo favore, e gli permettano scelte non con il coltello alla gola. E ciò, in questo momento, varrebbe per qualsiasi governo o programma politico. In questi tempi un piccolo paese non ha alcuna possibilità di sopravvivere, se non ha alle spalle un appoggio politico internazionale forte e potente.

Questo ci dice lo scenario mondiale reale degli ultimi vent’anni.

La situazione in quella provincia, non è un problema “locale” o che riguarda solamente le autorità serbe e quelle dei separatisti albanesi, ma è un nodo che, secondo come si sviluppa, avrà ripercussioni a domino negli equilibri internazionali, in quanto a fianco della Serbia è schierata apertamente e fortemente oltre alla Russia anche la Cina e questo fatto impedisce nell’ambito dell’ONU il riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo, mentre dall’altra parte sono gli USA a manovrare e usare i separatisti albanesi, spesso anche in contrasto con scelte della UE. Un dato è chiaro, la Russia da anni sta cercando di riavere un ruolo di primo piano e un peso nei Balcani, da un lato politicamente e dall’altro economicamente. Nella Repubblica Serba di Bosnia la Russia è, sotto tutti i punti di vista, il primo e più stretto alleato e partner della Serbia, lo è sotto molti aspetti ma la situazione del paese è delicatissima e difficilissima, poichè stretto in una morsa che potrebbe divenire letale, tra USA, NATO e UE da un lato e Russia e Cina dall’altro.

E’ evidente che Russia e Cina non possono perdere un loro ruolo nei Balcani per motivi, tattici e strategici ed anche soprattutto per contenere l’espansionismo degli USA.

Il rischio è che se saltano le mediazioni e riesplode un conflitto, non ci sarebbe solo una crisi locale, ma avrebbe ripercussioni su tutti gli equilibri internazionali.

Srdjan Vulovic, sindaco di Zubin Potok, dove c’è stato l’attacco più pesante e sanguinoso delle forze speciali della polizia albanese del Kosovo, ha affermato che una tale brutalità e aggressività non si ricordava in quel luogo da tempi immemori.

Secondo lui, nessuno è stato arrestato sulla base di un elenco di cosiddetti "contrabbandieri", cioè persone che sono collegate a crimini economici, ma gli 11 nostri concittadini che sono stati arrestati, non hanno nulla a che fare con affari e crimini.

Ha denunciato che le forze speciali hanno demolito quattro case, una taverna, trenta veicoli e sei camion sono stati distrutti. Sono state picchiate numerose persone, di cui tre pestate duramente, sono state portate all'ospedale di Kosovska Mitrovica. Ha anche detto che avevano chiesto alla KFOR di essere protetti, ma che gli è stato risposto che la lotta contro il crimine e la corruzione non è il loro lavoro; ennesima dimostrazione di come la KFOR abbia una funzione di parte.

Anche la comunità internazionale ha dimostrato il suo disinteresse per la grave situazione verificatasi, quindi niente di nuovo. Il sindaco serbo ha comunque invitato la gente a non cadere nelle provocazioni: “abbiamo a che fare con persone violente e armate. Ieri abbiamo mostrato eroismo, ma non ne abbiamo bisogno. Abbiamo bisogno di una vita tranquilla, che i nostri figli vadano negli asili e nelle scuole, vogliamo avere il diritto di occuparci delle cose ordinarie. Ma non andremo via da qui…".

Anche a Leposavic una manifestazione di piazza, guidata dal sindaco locale Zoran Todic, ha detto che i serbi che vivono nel Kosovo settentrionale sono più che mai decisi a difendere la loro dignità di serbi, le proprie istituzioni, i propri figli e famiglie. “…Pristina e la comunità internazionale, già dal 1999, sta cercando di realizzare il loro obiettivo: che è quello della completa pulizia etnica del Kosovo, eliminando i cittadini serbi, e ieri la loro azione è stata coerente con il loro obiettivo… Avevano 1.000 modi per un lavoro investigativo ma il vero obiettivo degli arresti era di intimidire il popolo serbo… Questa volta, la determinazione della leadership dello stato della Serbia, guidato dal Presidente Vucic, per proteggere il popolo serbo contro ogni forma di violenza, ci ha dato ulteriore forza, coraggio e fiducia. Il Kosovo era serbo e rimarrà serbo…”.

Ha poi concluso chiedendo un applauso per i detenuti, aspettando che riabbiano la libertà insieme al popolo serbo del Kosovo e Metohija, libertà che è stata tolta negli ultimi 20 anni.

A Zvecan il sindaco Vucina Jankovi? ha detto che il popolo serbo in Kosovo e Metohija: “… ieri ha mostrato coraggio, armonia e unità. Ha dimostrato di avere la forza per combattere per il Kosovo serbo con il cuore. Che il coraggio e la forza si trova nel cuore, non in chi è contro il nostro popolo. Davanti a noi avremo, probabilmente, altri giorni difficili, ma con fermezza e unità dimostreremo di essere pronti ad affrontarli… Spesso si sentono storie. Il Kosovo è la storia. Si stanno sbagliando se pensano che sia una storia finita. La storia del Kosovo sarà affrontata nel prossimo periodo, a condizione che noi serbi, saremo disponibili a combattere per il Kosmet. Non possiamo permettere a nessuno di provocarci. È così che si difende la propria terra, la propria famiglia e la Serbia”.

La manifestazione di protesta nella piazza centrale di Kosovska Mitrovica settentrionale è avvenuta il giorno dopo l’assalto, verso mezzogiorno, era guidata dal Sindaco di Kosovska Mitrovica, Goran Rakic, il quale ha rivolto un appello ai cittadini, chiedendo ai serbi del KiM “…di rimanere calmi e lucidi in questi tempi difficili, pieni di provocazioni e tentazioni… Vi prego di non cadere nelle provocazioni preparate nelle cancellerie occidentali. Non possiamo avere libertà e protezione da coloro che sono disposti a fare di tutto per raggiungere i loro obiettivi politici…. Stanno chiedendoci di negoziare con chi è usurpatore e ci bastona. Se vogliono proteggersi dal crimine, il cantiere deve prima partire dalla loro casa… siamo i testimoni e vittime della più grande ingiustizia che ci stanno infliggendo e non ne vediamo la fine…”.

Ha inoltre dichiarato che: finora la Serbia è sempre stata a fianco del popolo serbo in Kosovo e ha inviato un messaggio speciale al Presidente Vucic: “ Presidente, sei sempre il primo a dire chiaramente che sei con il tuo popolo e che ci difenderai. Ci fidiamo solo di te e del nostro paese. Se ci stai al fianco non ci intimorirà nulla e nessuno e noi resteremo qui…", ha concluso Rakic rivolto alla gente presente.

In piazza oltre alle bandiere serbe e alcune della Russia, vi erano striscioni con la richiesta di giustizia e libertà per gli arrestati.

Il Direttore del Centro Clinico, storico leader dei serbi, a Kosovska Mitrovica, Milan Ivanovic, ha detto che la violenza a sfondo etnico contro i serbi in Kosovo non ha fine, e si sta facendo sempre più diffusa e più intensa negli ultimi tempi.

Egli ha denunciato che gli arresti continui e le accuse escogitate, sono stati il tentativo di introdurre una presenza armata nei comuni serbi di militari dell'UCK, per giungere alla soluzione di un genocidio del popolo serbo in Kosovo e Metohija, sperando di completare la pulizia etnica del popolo serbo della zona.

"…Ieri abbiamo visto una violenza pianificata e brutale, con nuove forme professionali, che è stata applicata con cinismo dalle forze speciali di polizia addestrate appositamente per reprimere e spaventare, arrivando a picchiare selvaggiamente una persona sordomuta che stava acquistando del pane e non poteva sentire gli ordini ricevuti. Oltre ai due amministratori russi dell'UNMIK, colpiti duramente con il calcio dei fucili in testa, che sono dovuti essere trasferiti in clinica a Belgrado, in quanto hanno varie ossa fratturate del viso, agli zigomi e alla mascella superiore, oltre a vari ematomi… E 'un segno che non solo i serbi sono sotto attacco, ma il tentativo finale è di espellere anche gli osservatori neutrali dell’UNMIK, col fine di completare la pulizia etnica nella provincia… “, ha detto Ivanovic.

Sottolineando che, poiché nella sola manifestazione di Mitrovica c’erano più di 10.000 persone, questa è la dimostrazione dell'unità popolare in Kosovo, e anche con lo stato della Serbia.

Ivanovic ha poi dichiarato: “… la Serbia è stata finora il garante della nostra sopravvivenza, mentre quelli delle varie opposizioni tipo "Uno su cinque milioni", sostengono un conflitto congelato, perché nessuna soluzione per il Kosovo è oggi politicamente redditizia, ma produce però, possibilità per il popolo e il paese… I rappresentanti dei serbi del Kosovo più volte a Belgrado hanno discusso le contromisure e i programmi da seguire dopo la riunione di Parigi. Tra cui cercare la reciprocità nella vita economica, nazionale e politica, riconsiderare gli accordi nel contesto delle politiche di Bruxelles, come attuare la partecipazione serba nelle istituzioni kosovare, ottenere una risoluzione rispetto al genocidio in atto da parte delle forze albanesi versoi cittadini di origine serba, mettendo così fine alla pulizia etnica dei serbi in Kosovo e Metohija, insistere per ottenere la condanna dei bombardamenti della NATO, perseguire i crimini commessi contro i serbi ed operare per la reale attuazione della risoluzione 1244 per quanto riguarda il ritorno delle forze di sicurezza serbe in Kosovo. ...Questo è realismo politico e i fatti finora non sono andati in questa direzione…”, ha concluso Ivanovic.

Anche il Vice Rettore dell'Università di Pristina in Kosovska Mitrovica, Nemanja Biševac ha detto che gli studenti, che costituiscono gran parte dei cittadini della città è sempre stata e resterà qui.

Il presidente della Serbia A. Vucic dopo aver convocato il parlamento serbo, ha onestamente e realisticamente ammesso che in questo momento le autorità serbe hanno perso di fatto, il controllo della situazione dei serbi in Kosovo Metohija, una assunzione di responsabilità pubblica coraggiosa. “… Sono preoccupato non solo per quanto è accaduto oggi, ma per quello che sta per avvenire, data la portata politica e di scontro, che questa azione presuppone. Si tratta di una scelta di attacco e destabilizzazione della situazione esplosiva e sicuramente pianificata non a Pristina…Ho dato mandato di piena disponibilità al combattimento del nostro esercito e tutti devono sapere che la Serbia non permetterà vendette sulla popolazione serba…La Serbia continuerà a cercare di preservare la pace e la stabilità, ma sarà pienamente pronta a proteggere la nostra gente nel più breve tempo possibile…”.

Ha poi chiesto di avere il sostegno di tutto il parlamento serbo per trovare un accordo di compromesso su basi patriottiche sul Kosovo, annunciato ulteriori investimenti nelle forze armate serbe e chiesto alla Procura locale di rilasciare immediatamente i cittadini di Zubin Potok, che sono stati arrestati durante l'azione.

Dopo il dibattito parlamentare il Ministro della Difesa della Serbia A. Vulin è arrivato nella sede della 2° Brigata dell’Armata Serba, a meno di due chilometri dal confine del Kosovo, dove stavano giungendo carri armati, mezzi militari e soldati delle forze speciali Spetsnaz, oltre ad alcuni Mig-29. Dall’altra parte il cosiddetto "Presidente" del Kosovo Hashim Thaci ha annunciato che anche le truppe kosovare sono state poste in stato di mobilitazione.

Il primo ministro del governo della Repubblica di Serbia, Igor Mirovic, ha affermato che l’operazione delle unità ROSU nel nord del Kosovo è stata un chiaro atto di terrorismo e di violenza selvaggia che devono cessare immediatamente.

Mirovic ha dichiarato in una comunicazione che il governo ha dato tutto il sostegno necessario agli organi di stato, al presidente della Serbia, al Consiglio di sicurezza nazionale, all'esercito e alle autorità di polizia e che tutto ciò è stato approvato in conformità con la Costituzione e la legge, e che tutto sarà portato a termine.

Il vescovo di Raska-Prizren e del Kosovo-Metohija Theodosio in un comunicato ufficiale ha condannato fermamente l'uso della forza nel nord del Kosovo Metohija compiuta da membri delle unità speciali di polizia del Kosovo, ribadendo che la Chiesa Ortodossa è fermamente al fianco del popolo serbo.

COMUNICATO dell'Episcopato di Raska-Prizren:

“In occasione dell'azione della polizia del Kosovo nel nord del Kosovo e Metohija, come Vescovo di Raska e Prizren, con il suo clero e i fedeli, con grande preoccupazione condanniamo fortemente l'uso della forza da parte della polizia kosovara del Kosovo. Quali che siano i veri motivi di questa azione, pestaggi, irruzioni nelle case in cui vi sono civili, dove donne e bambini vengono intimiditi, spaccando mobili con una brutalità neanche nascosta, mostrano che l'intenzione di Pristina è quella principalmente di intimidire il nostro popolo ostentando la sua forza. Condanniamo anche l'uso della forza contro membri dell'UNMIK. Pristina continua a calpestare lo stato di diritto e usare il terrore istituzionale…rifiutandosi di rispettare anche le decisioni della Corte del Kosovo…Tali azioni contribuiscono solo a destabilizzare ulteriormente la situazione di sicurezza già difficile in Kosovo e Metohija …Come Chiesa stiamo con fermezza al fianco dei nostri fedeli e del nostro popolo, ci appelliamo al principio del Diritto che deve essere applicato a tutti allo stesso modo, non per appartenenze etniche e religiose, e invitiamo la KFOR e la comunità internazionale a impedire il ripetersi di tali eventi sciagurati”. Granica-Prizren, 28 maggio 2019

Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha dichiarato che la crisi verificatasi in Kosovo e Metohija è stata causata da chi vuole costruire un cordone sanitario per impedire la presenza della Russia sul territorio dei Balcani.

"Per quanto riguarda gli eventi a Kosovska Mitrovica, tali provocazioni sono in linea con coloro che vogliono creare un cordone sanitario ostativo alla Russia nei Balcani", ha detto Lavrov.

“…Il fatto che Pristina non tenga in alcun conto degli accordi che sono stati raggiunti prima, dimostra che l'UE è impotente… l'operazione delle forze speciali in Kosovo avrà gravi conseguenze nelle relazioni tra Pristina e Belgrado…E’ evidente che il comportamento di Pristina in Kosovo, richiede una reazione seria, il comportamento delle autorità kosovare verso il membro russo della missione delle Nazioni Unite, non può in nessun modo essere giustificato…”, ha detto Lavrov.

“…Le autoproclamate autorità del Kosovo hanno dimostrato di essere protette e guidate dagli Stati Uniti e dall'UE. Il risultato di questo tragico patrocinio da parte dell'Occidente, ha portato a tutto ciò che rimane costantemente impunito, il che è inaccettabile…”.

Il ministro russo ha anche detto che “… l'autorità autoproclamatasi del Kosovo ha violato i suoi obblighi minimi, in primo luogo riguardo a quello che era stato pattuito quattro anni fa, che era l'istituzione della comunità dei grandi comuni serbi…Inoltre le autorità del Kosovo hanno violato la Risoluzione 1244 con la formazione di proprie forze armate e con molte altre azioni arbitrare, il che dimostra quanto sia pericoloso chiudere gli occhi a tutte queste sistematiche e numerose violazioni del diritto internazionale, che potrebbe portare a un nuovo conflitto… la Russia continua a insistere sull'attuazione della risoluzione 1244, che ha nei suoi paragrafi i parametri per una soluzione pacifica del problema Kosovo e questa risoluzione rispetta tutte le parti…”, ha concluso Lavrov.

Subito dopo l’assalto, la popolazione serba ha reagito immediatamente, anche con scontri a fuoco, nei comuni serbi sono state alzate barricate con pneumatici incendiati.

A Zubin Potok i ROSU hanno sparato sulle case e distrutto anche auto private e trattori, al momento del ritiro, i reparti speciali albanesi hanno dovuto sfondare e superare numerosi blocchi stradali dei serbi.

Per dovere di cronaca riporto anche quanto mi è stato riferito da un nostro referente, relativamente ad una tesa assemblea tenutasi a Mitrovica nord, dove alcuni leader serbi hanno fatto proposte, alcune molto dure, come quella di abbandonare tutte le istituzioni del falso stato del Kosovo separatista; chiedere alla Serbia la convocazione di una sessione straordinaria del Consiglio di sicurezza ONU con OdG sul Kosovo e Metohija; l’annullamento automatico degli accordi di Bruxelles e l’Interruzione immediata dei negoziati a Bruxelles tra le due parti, e la restituzione degli stessi negoziati nell'ambito del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

Proclamare l'occupazione del Kosovo e Metohija come parte del territorio della Repubblica di Serbia, chiedere alla Federazione Russa di inviare una missione militare in Kosovo e Metohija, come garante della sicurezza e della pace in questa parte del territorio serbo.

di Enrico Vigna, portavoce del Forum Belgrado Italia – 3 giugno 2019

Fonte: L'antidiplomatico

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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Ramush Haradinaj, Sergej Lavrov, Alexander Vucic, Serbia, Kosovo
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