05:25 25 Giugno 2019

Inferno Venezuela: attentati esplosivi senza fine

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La crisi politica in Venezuela (407)
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Essendo impossibile scrivere nuovi articoli ad ogni nuovo attentato che capita in Venezuela mi limiterò a dare brevi aggiornamenti flash.

NUOVO BLACKOUT IN 5 STATI E PAURA A VOLARE SUL VENEZUELA

AGGIORNAMENTO 15 MARZO ORE 20 ITALIA (15 VENEZUELA)

Le esplosioni segnalate nella serata di ieri in Venezuela non si sono limitate alle due riportate nelle immagini del precedente aggiornamento e pertanto il blackout sarebbe tornato in alcune aree di almeno cinque stati. Ormai diventa quasi impossibile avere conferme per la linea del Governo bolivariano di evitare comunicazioni ufficiali sulle emergenze in corso finché non sono risolte onde scongiurare il panico tra la popolazione. Si resta così fermi ai dati inquietanti diffusi nei comunicati tra martedì e mercoledì del discorso del presidente eletto Nicola Maduro: l’ultimo riferisce di 150 attacchi tra cibernetici e informatici di esperti hacker ad altrettante stazioni elettriche tali da causare corti circuiti cui si sono aggiunti veri attentati fisici esplosivi (almeno 7). Proprio per questi attentati a raffica il leader dell’opposizione nonché presidente autoproclamato ad interim, il deputato Juan Guaidò, è stato messo sotto inchiesta dalla procura generale quale ispiratore intellettuale del sabotaggio della rete elettrica. Una cospirazione che risulterebbe anche dai dossier di un giudice federale argentino sequestrati ad una presunta spia americana a Buenos Aires.

Giunge invece la notizia della cancellazione di un volo dell’American Airlines e il lancio dell’agenzia Reuters sulla base di «un influente sindacato piloti» alcune ore dopo confermato da una dichiarazione ufficiale della compagnia sullo stop dei voli per Caracas. “Non accettare viaggi in Venezuela”, ha affermato ieri, venerdì 15 marzo, in una dichiarazione l’Allied Pilots Association inducendo quindi American Airlines a sospendere il traffico aereo in seguito a un avvertimento emesso dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti questa settimana circa la pericolosità ad effettuare recarsi nel paese a causa «dei disordini civili, cattive condizioni di salute e arresti arbitrari e detenzione di cittadini statunitensi» aggiunge la Reuters che, ormai servile nella causa del leader dell’opposizione golpista Juan Guaidò, non fa il benché minimo accenno agli attentati alla rete elettrica, idrica e alle raffinerie che ben più giustificherebbero la rinuncia a volare nel paese. «Tutti i diplomatici statunitensi hanno lasciato il paese giovedì» ha dichiarato il Segretario di Stato Mike Pompeo, senza ovviamente specificare che il Ministro degli Esteri Jorge Arreaza aveva dato un ultimatum di 72 ore agli Usa entro il quale avviare «un dialogo di reciproco rispetto» e non un’espulsione tout court. In quattro righe ecco condensate le anomali mediatiche e diplomatiche sul Venezuela, E’ implicito che la paura di volare dei piloti statunitensi rientra in quella strategia del terrore in quanto evoca l’eventualità di un possibile attacco militare dell’aviazione Us Air Force. Un intervento che, se dovrà esserci, è più probabile che avvenga dopo martedì 19 marzo quando il presidente americano Donald Trump incontrerà alla Casa Bianca il suo primo alleato in America Latina ovvero il neoeletto presidente brasiliano Jair Bolsonaro proprio per discutere delle dinamiche di regime-change a Caracas.

AGGIORNAMENTO 14 MARZO ORE 23 ITALIA (18 VENEZUELA)

In questa giornata era parsa strana la mancanza dell’esplosione di una stazione elettrica. Come ha ben documentato Conflict News CNV sul suo profilo Twitter ne sono avvenute due il pomeriggio il 14 marzo negli stati di Zulia e Miranda.

AGGIORNAMENTO 14 MARZO ORE 16 ITALIA (11 VENEZUELA)

E’ esploso anche una terza cisterna nella raffineria Petro San Felix, nell’area di raffinazione vicina a quella di estrazione petrolifera dei vastissimi giacimenti dell’Orinoco, già colpita mercoledì intorno a mezzogiorno, da un incidente che sembra rientrare nell’ottica di sabotaggio nei confronti delle infrastrutture del paese. Ma il quotidiano El Nacional, dopo aver pubblicato questa notizia con un ritardo di due ore rispetto al nostro sito italiano (di circa 20 ore rispetto allr precedenti esplosioni), invece di indagare sull’evento e fornire un aggiornamento sul grave incendio che ora interessa tre serbatoi di petrolio ha dato spazio alla fantasiosa ipotesi del deputato José Brito secondo cui l’esplosione sarebbe avvenuta per la cattiva manutenzione delle bombole antincendio.

Le cisterne stanno ancora bruciando nonostante il prolungato intervento dei Vigili del Fuoco perché contengono diluente altamente infiammabile. Ovviamente essendo un parlamentare non viene nemmeno ponderata la possibilità che sia un ennesimo attacco oltrechè al governo del presidente eletto Nicola Maduro, a tutta l’inerme popolazione che rischia di essere controproducente persino per il leader dell’opposizione Juan Guaidò in quanto ormai la sua propaganda su incidenti causati da incuria è smentita dalla frequenza e gravità delle esplosioni. Proprio mentre Caracas festeggia la riapertura della metropolitana dopo cinque giorni di stop per il blackout ecco il segnale che gli attentati nel paese proseguono nel silenzio dei media occidentali come latinoamericani (spiego sotto il perchè…). Ma anche la ripartenza dei treni sotterranei è avvenuta guardacaso con un incidente tra due convogli nei pressi della stazione La California: è avvenuto nella notte proprio mentre era stato avviato il test per riaprire la linea. Pertanto non ci sono state gravi conseguenze ma ciò ha causato un nuovo blocco per un quarto della rete. Dall’ospedal di San Juan de Dios di Caracas giunge invece la segnalazione di un flusso d’acqua non abbastanza sufficiente a garantire le normali attività sanitarie.

​TESTO AGGIORNATO AL 13 MARZO ORE 24 ITALIA (19 VENEZUELA)

Mercoledì pomeriggio (ora venezuelana) si è appresa la tremenda notizia dell’eplosione di due cisterne di una raffineria di Petro San Felix dell’azienda nazionale Petroleos de Venezuela (Pdvsa) vicino a San Diego de Cabrutica nello stato di Anzoategui. Ormai gli attentati nel paese si susseguono con tale frequenza che diventa difficile riuscire a raccontarne i particolari. Ma quest'ultimo evidente sabotaggio, alla luce di altri nella notte a due stazioni elettriche e ad una condotta idrica che ha portato petrolio negli impianti domestici dell’acqua potabile, evidenziano una trama che sembra disegnata da un serial killer.

​Prima la centrale elettrica intitolata a Simon Bolivar, l’eroe della rivoluzione latinoamericana, ora ai tank e all’acquedotto in due stati diversi ma che guardacaso colpiscono due città intitolate a San Diego (d’Alcalà), il santo cristiano cui i venezuelani sono particolarmente devoti come il resto del Sud America. Infine entrambi hanno come strumento di sabotaggio quell’oro nero che è il risaputo obiettivo degli Usa in Venezuela. Poco e nulla si sa per ora dello scoppio delle due cisterne della raffineria che ovviamente richiedono un intervento di emergenza urgente e specializzato. Si sa solo che sono accaduti intorno alle 11 dei Caraibi, ovvero le 16 in Italia. Nella mattinata di mercoledì 13 marzo il 27 % della rete era ancora scollegata a distanza di 140 ore dal blackout a conferma delle difficoltà nel ridistribuire l’energia a causa delle varie stazioni bruciate. A ciò si aggiunge anche la segnalazione che nello stato del Vargas la società elettrica nazionale Corpolec nel pomeriggio stava affrontando una nuova emergenza diffusa.

Come confermano alcuni messaggi Twitter inviati a membri del governo in cui si segnalano zone di Caracas (Padros de Este, Alto Prado, Terrazas Club Hipico) ancora senza luce e senza acqua percché di quell’area sud della capitale isolata dallo scoppio di una stazione come riferito nel precedente reportage, e nella Parroquia de la Vega in Montalban, da 9 giorni senza luce e senza una goccia di acqua. Da prendere quindi con beneficio di verifica la trionfale affermazione di mercoledì sera del Ministro della Comunicazione, Jorge Rodriguez, secondo cui il 100 % della rete elettrica era stata ripristinata.

L’ACQUA CONTAMINATA IN DUE STATI

Finalmente in quasi tutti i centri abitati del Venezuela fino a poche ore fa era tornata la corrente elettrica e con essa l’acqua corrente cessata per il blocco del sistema idrico di filtrazione e pompaggio. Un danno collaterale che tra domenica e lunedì si stava rivelando man mano che passavano le ore più grave di quello della mancanza della luce. Ma dai rubinetti di diverse aree dello stato di Carabobo è uscita acqua nera, densa come il petrolio ma col fetore di fogna, come se fosse una commistione tra greggio e liquami di scarico. Come nel caso degli attacchi elettrici di cui abbiamo ampiamente parlato nei precedenti articoli e per i quali è stato messo sotto inchiesta il leader dell’opposizione Juan Guaidò, a destare sospetti di un ulteriore sabotaggio non è solo l’anomalo incidente ma la sua capillare e reiterata diffusione. Sono passate poche ore da quando è tornata l’acqua corrente ed è stata fatta la tremenda scoperta di questa gravissima problematica che perdura di ora in ora almeno in quasi tutte le case della città carabobiana di San Diego.

​Sui social rimbalzano foto agghiaccianti in stridente contrasto con quelle rasserenanti diffuse dal Ministro per l’attenzione all’Acqua, Evelyn Vasquez, che, cinguettando le foto con le autobotti di acqua potabile inviate in tutto il paese, aveva avvertito che il servizio idrico sarebbe stato ripristinato con la priorità per quelle aree rimaste senza da più tempo. L’incubo che già aleggia è che questa drammatica contaminazione dell’acqua col greggio sia diffusa a macchia d’olio. Per ora i responsabili del Servizio Idrico Nazionale sono concentrati a risolvere il problema in due stati, Carabobo ed Aragua, che quindi passano dall’emergenza blackout a quella dell’acqua potabile contaminata. Ma in serata è stato lo stesso Maduro ad annunciare l’attivazione del piano “Tanque Azul” (cisterna blu) per portare l’acqua potabile in tutte le case: probabilmente anche in considerazione dei problemi di contaminazione cui però non ha fatto minima menzione.

​Inquietante è anche vedere anche l’immagine di un ristagno d’acqua vicino all’acquedotto completamente inquinata dal petrolio a riprova che la dispersione potrebbe essere non solo in qualche punto delle condotte o dell’acquedotto ma addirittura nei bacini idrici.

Ecco quindi prendere sempre più forma lo spettro di un sabotaggio militare in piena regola come ipotizzato dall’esperto di geopolitica ed intelligence bellica Gordon Duff, veterano dei marines, consulente internazionale di intelligence e senior editor del sito di anti-terrorismo e notizie di guerra Veterans Today: al momento una delle pochissime sponde occidentali d’informazione trasparente. In un’intervista trasmessa da Press Tv lunedì 11 marzo l’esperto ha avvertito che ormai ci si poteva attendere qualsiasi tipo di violento attacco. E lo stanziamento di mezzo miliardo di dollari previsto dal Dipartimento di Stato Usa per l’agenzia Usaid, proprio lunedì 11 marzo, per supportare il regime-chance fa comprendere quanta sia disposta ad investire Washington: basti pensare che per combattere il terrorismo su scala mondiale ha previsto 707 milioni di dollari, ovvero soltanto 200 in più rispetto a quelli preventivati per far fuori il presidente venezuelano  eletto Nicola Maduro e appropriarsi dei giacimenti petroliferi venezuelani: i più vasti dell’intero pianeta.

LA CENSURA MEDIATICA: L’ARMA PIU’ EFFICACE

​Tra le modalità di attuazione di un golpe c’è quello più subdolo ma anche più efficace: il silenzio dei media sui drammatici eventi e la loro manipolazione di altri. Sull’Ansa come sulla maggior parte dei quotidiani italiani, europei ed americani, è stato dato spazio, minimo, alle accuse di sabotaggio alla rete elettrica lanciate dal presidente Nicolas Maduro nel suo discorso di lunedì sera, in cui ha spiegato dettagliatamente gli attentati, ma nessuno ha riportato la notizia data da Gospa News in esclusiva giornalistica mondiale della stazione elettrica di La Ciudadela in fiamme per quasi 5 ore nella zona sud di Caracas con lingue di fuoco e nubi alte decine di metri e visibili a chilometri di distanza nella notte oscurata dal blackout. Un’esplosione con seguente incendio in una capitale, a poche centinaia di metri da un supermercato e da una clinica, non è certo una notizia secondaria che diventa anzi primaria se affiora il sospetto che sia stata causata con un attentato alla pubblica sicurezza: oppure viene completamente oscurata dai media s el’ordine del mainstream è quello di non occuparsi dei misteriosi incidenti ma solo di ciò che adombra l’immagine dello statista Maduro, dipinto come dittatore alla stessa stregua di Bashar Al Assad in Siria, dove ci sono voluti 6 anni e mezzo milione di morti per riabilitarne la proiezione politica.

Cosa succede in Venezuela
© Sputnik . Mikhail Alaeddin

In questo panorama di informazione manipolata sono coinvolti anche i giornali carabibici ormai spaccati su due fronti contrapposti: TeleSur che sostiene apertamente il governo in carica, il diario El Nacional che fa di tutto per screditarlo, giusto per fare i due esempi più importanti. Ecco perché le cronache quotidiane sono viziate da entrambe le parti. Il primo non è puntuale sulla cronaca di incidenti per non creare allarmismi non sapendo se siano stati causati da sabotaggi o da causalità che potrebbero mettere in dubbio le capacità amministrative dei ministri del presidente schiavista; il secondo minimizza gli eventi come se fossero casuali al fine di non avvalorare alla teoria del complotto e dei sabotaggi. In mezzo c’è la popolazione che patisce disagi enormi, anche tragici come le circa 36 vittime negli ospedali per i blackout, ma non sa con chi prendersela e perché. E così la notizia dell’esplosione nella stazione elettrica di Sidor nella notte tra sabato 9 e domenica 11 marzo è stata in copertina su El Nacional per pochi minuti, prima di finire nelle news minori come un qualsiasi piccolo incidente. Senza il minimo accenno che potesse trattarsi di un sabotaggio come invece denunciato lunedì sera da Maduro e avvalorato dalla procura generale del Venezuela che ha avviato un’inchiesta in merito annunciando investigazioni su Guaidò quale ispiratore dell’attentato. Lo stesso è capitato ieri mattina per il petrolio uscito dai rubinetti dell’acqua che dovrebbe essere potabile: El Nacional stamattina, mercoledì 13 marzo, ha dedicato una bellissima foto condita da dieci righe in cui manca ogni genere di minimo approfondimento o interrogativo giornalistico: «I cittadini di diverse aree dello stato di Carabobo hanno segnalato che l’acqua potabile giunta dall’ente è nera – scrive il sito del quotidiano – I carabobeños, che hanno atteso l’arrivo del servizio per diversi giorni, hanno trasmesso una serie di video sui social network in cui è possibile vedere come l’acqua esce nera dai rubinetti. “Buon giorno, l’acqua è arrivata ieri a San Diego, ma ieri al mattino ha iniziato a diventare nero con l’odore di fogna, che vergogna”, ha commentato un utente di Twitter. Un blackout, che ha colpito la fornitura di energia elettrica in tutto il paese da giovedì, ha impedito a molte famiglie venezuelane di ricevere acqua potabile. La situazione ha fatto sì che molti cittadini cercassero altre alternative per poter ottenere il liquido». L’articolo finisce qui. Senza domande, senza quesiti, senza il minimo sospetto che possa essersi trattato di un pianificato sabotaggio. Su TeleSur? Nemmeno una riga. Ovviamente si aspettano le comunicazioni ufficiali del governo.

CONDOTTA DANNEGGIATA: VANDALISMO O SABOTAGGIO?

Qualche ora dopo lo stesso El Nacional approfondisce l’articolo ma ovviamente tiene la linea morbida diffusa dalle istituzioni per evitare il panico: «L’azienda Hidrológica del Centro (Hidrocentro) ha spiegato il motivo per cui l’acqua è diventata nera in varie zone dello stato di Carabobo, una situazione denunciata da dozzine di cittadini di quella città – Hanno spiegato che la condotta principale che fornisce l’acqua potabile al comune di San Diego della città è stata “vandalizzata da persone senza scrupoli”, che ha causato la infiltrazione dei sedimenti». Anche questo articolo finisce in modo rassicurante spiegando che lo staff è impegnato a risolvere la situazione nel più breve tempo possibile ed è stato avviato il protocollo di purificazione dell’acqua per poter rifornire lo stato di Aragua e la zona orientale di Carabobo». Una rassicurazione che in realtà contiene un allarme perché implicitamente indica che quella condotta alimenta non solo lo stato in cui si trova San Diego ma anche quello dell’Aragua, evidenziando così un vandalismo assai ingegneristico nella scelta del punto. A ciò va aggiunto il fatto che a circa 5 chilometri dalla città più colpita c’è effettivamente una raffineria di petrolio. E quindi l’infiltrazione di sedimenti sembra essere stata creata ad arte: come in un vero e proprio sabotaggio. Come appare evidente per l’esplosione nelle due cisterne delle raffinerie dell’altra omonima città: San Diego de Cabrutica ma nello stato di Anzoategui. Esattamente come quello avvenuto, ormai senza ombra di dubbio, nelle in altre due stazioni elettriche esplose tra nelle ultime 24 ore e di cui ovviamente solo sui social si trova notizia.

ALTRE DUE ESPLOSIONI IN 24 ORE DOPO I 5 ATTACCHI

​Ai cinque attacchi ben descritti dal presidente Maduro lunedì sera si vanno ad aggiungere gli altri due avvenuti nelle ultime 24 ore in due differenti località del Venezuela. Va innanzitutto chiarito che questo è ciò che sappiamo grazie all’aggiornatissimo profilo social di Twitter CNV –  Conflicts News, gestito da un anonimo ma attentissimo reporter. Potrebbero esserci stata anche altre esplosioni di cui nessuno ha riferito perchè come detto il Governo bolivariano vuole evitare il panico e gli oppositori tendono a minimizzare gli incidenti catalogandoli come casuali, soprattutto dopo l’apertura dell’inchiesta per sabotaggio elettrico su Guaidò. Ma ormai anche la statistica è dalla parte della tesi del presidente Maduro il quale ha evidenziato l’altro giorno che la rete elettrica è stata colpita in tre modalità diverse: prima con un attacco cibernetico giovedì 7 marzo alla centrale idroelettrica Simon Bolivar sulla gigantesca diga di Guri, che da sola garantiva l’80% dell’apporto energetico del Venezuela, quindi con uno elettromagnetico alla stessa ed alla centrale informatica della rete di Caracas, per ostacolare il ripristino, infine con gli attacchi fisici attraverso le esplosioni a Sidor, vicino a Bolivar, la principale sottostazione di emergenza entrata subito in funzione dopo lo stop della centrale idroelettrica, e infine domenica quella più clamorosa alla Ciudadela di Caracas e in un altro punto. Adesso si apprende che nel pomeriggio di martedì è esplosa un’altra stazione elettrica a Las Cabillas a Maracaibo ed un’altra in località La Tiama di El Hatillo, nella zona sud della capitale, rimasta di nuovo in blackout. Di fronte a ben 7 attacchi consecutivi al sistema elettrico, fortunatamente nel frattempo in parte ripristinato nella sua quasi totale funzionalità grazie ad esperti hacker e con la consulenza ingegneristica a distanza di Cina e Russia, è ormai impossibile anche per i più scettici pensare ad una semplice casualità. E lo riprova la circostanza che, notizia della serata, lo stato del Vargas sarebbe nuovamente al buio in vaste aree. Mentre si contano i danni, causati alle fabbriche per lo stop improvviso ma soprattutto ai tantissimi impianti di estrazione e raffinamento di petrolio. In questo contesto prende sempre più corpo la previsione apocalittica fatta dal già citato consulente di intelligence militare Gordon Duff, senior editor di Veterans Today.

L’ESPERTO USA: “QUALSIASI VIOLENTO ATTACCO DA BOLTON”

Gordon Duff è un veterano dei Marines nella guerra del Vietnam ced ha lavorato per decenni sui prigionieri di guerra ma è anche un diplomatico accreditato come uno dei migliori specialisti di intelligence globale e senior editor del sito Veterans News, specializzato in notizie di guerra e investigazioni internazionali tra cui la scoperta di cruciali documenti e informazioni sulla cospirazione occulta dietro l’attentato dell’11 settembre 2001 alle Torri Gemelle di New York. E’ stato intervistato dal sito d’informazione iraniano in inglese Press Tv sulla crisi in Venezuela dove ha evidenziato la pericolosità del consigliere della Sicurezza Nazionale della Casa Bianca John Bolton. Ecco un passaggio saliente della interessantissima intervista. 

«Il mondo ha tutte le ragioni per credere che gli Usa vogliano attaccare ogni infrastruttura del Venezuela, E’ più o meno ciò che hanno promesso: è una politica consolidata. Gli Usa hanno minacciato attacchi militari: questa è una mossa che tutti ci aspettiamo, attendendo solo quando lo farà. Ci stiamo chiedendo se abbiano intenzione di utilizzare lo Stuxnet virus come hanno già usato molte volte prima, o un attacco simile, o qualcosa di più violento. Non escluderei che mettano in atto un bombardamento o un altro tipo di provocazione. Tutto questo è nelle carte di John Bolton. E’ la persona che non è estranea a questo tipo di violenti attacchi. La questione è naturalmente per afferrare l’oro del Venezuela. Una chiara interferenza ma non solo sul Venezuela ma anche una pressione sulle altre nazioni perché si uniscano al boicottaggio. Venezuela fa parte di una lunga lista di nazioni che gli Usa stanno cercando di distruggere economicamente».

IL PERICOLO ISIS IN VENEZUELA

Se sotto il profilo ci sono già in parte riusciti con la complicità di tutti i paesi, tra cui l’Unione Europea, che hanno accolto senza battere ciglio le sanzioni via via sempre più strangolanti dal 2014 ad oggi, sotto il profilo militare stanno procedendo lentamente con la tattica della provocazione e dei sabotaggi. Soprattutto dopo che la Russia ha manifestato a parole e nei fatti la sua intenzione a garantire l’appoggio militare alla Repubblica Bolivariana. A metà dicembre 2018, infatti, il presidente venezuelano Nicola Maduro era volato a Mosca per incontrare il presidente russo Vladimir Putin e riconfermare la loro alleanza, forse anche già pianificando le strategie per difendersi dall’imminente golpe, di cui certamente, i servizi segreti dei rispettivi paesi, il Sebin di Caracas e lo Fsb del Cremlino, erano già al corrente. Pochi giorni dopo insieme alle promesse del ministro russo degli Esteri Sergey Lavrov delle «armi necessarie a difendersi» all’Aeroporto Internazionale di Maiquetia “Simon Bolivar” sono atterrati due bombardieri strategici Tu-160, un cargo An-124 e un velivolo a lungo raggio IL-62 dell’esercito moscovita. Ecco perché un’attacco militare frontale sembra da escludere in tempi brevi: almeno fino a martedì 19 marzo quando il presidente statunitense Donald Trump, ormai teleguidato dal suo consigliere guerrafondaio Bolton, incontrerà il presidente Jair Brasiliano proprio per parlare del Venezuela come già annunciato in una nota ufficiale della Casa Bianca.

Nel febbraio scorso però gli americani hanno già fatto trapelare sui media affermazioni, prive di ogni minimo elemento probatorio, circa la presenza in Venezuela di miliziani Hezbollah, i valorosi combattenti dell’esercito libanese che hanno aiutato la Siria a sconfiggere l’Isis ma sono considerati organizzazione terroristica da Usa e Regno Unito. Alla luce delle continue liberazioni di comandanti Isis avvenute nelle scorse settimane prima in Afghanistan, proprio ad opera delle forze speciali Usa, e poi nella zona siriana dell’Eufrate, da dove sarebbero stati deportati in cambio delle rivelazioni sul nascondiglio di 50 tonnellate di oro rubato a Mosul, non è da escludere che la strategia bellica per molti aspetti criminale di Bolton possa pensare anche a seminare nello stato caraibico la gramigna dell’Isis. Per i miliziani sunniti del Daesh sarebbe facile dover scegliere tra una minaccia di reclusione a Guantanamo ed un’opportunità di combattimento a Caracas, aizzati anche solo dal sospetto che ci siano componenti degli odiati sciiti. Per gli Usa sarebbe facile liberarsi di loro a lavoro finito con le solite bombe a grappolo come quelle usate a Deir El Zor ucciderebbero guerriglieri jihadisti e bambini innocenti. Proprio per la spietata crudeltà dimostrata dagli Usa dal 2011 in poi sotto la presidenza di Barack Obama e riconfermata da Donald Trump dopo un anno di tentennamenti può indurre a ritenere reale un pericolo che al momento è solo una semplice ipotesi.

di Fabio Giuseppe Carlo Carisio 

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

Fonte: Gospa News

Tema:
La crisi politica in Venezuela (407)
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Situazione in Venezuela, Venezuela
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