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    La più satanica privatizzazione

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    L’espansione della NATO ad Est, nei territori dell’Ex Patto di Varsavia, è giustificata dal rinnovato pericolo russo?

    Il vero motivo è scritto nero su bianco in un articolo del New York Times. Traduco:

    "I fabbricanti occidentali di armamenti hanno fatto pressioni durissime per l'espansione della NATO ai paesi ex-satelliti dopo il collasso del comunismo. E da allora hanno premuto e influenzato sia i vecchi stati-membri NATO sia i nuovi perché non si sviassero fuori dall'Alleanza per acquisti di armi che avrebbero intaccato il loro giro d'affari".

    Naturalmente il New York Times essendo il megafono dell'Establishment, non sta deplorando la cosa. Anzi, la frase è all'interno di un articolo che si scaglia contro la Turchia di Erdogan per l'acquisto dei S-400 dalla Russia. Un acquisto che "è uno schiaffo alla cooperazione entro l'alleanza NATO" e, per la prima volta dal dopoguerra, intacca il business del complesso militare-industriale statunitense.

    Viene così confermata la conclusione del generale pakistano Asad Durrani, uno dei capi dei servizi del suo paese, che noi abbiamo riferito giorni fa: che le guerre americane dell'ultimo trentennio sono dettate non da valutazioni politico-strategiche di Stato, bensì dagli interessi che diremmo commerciali della gigantesca industria dell'armamento americana, dalla sua necessità di "espandere il business", facendole durare all'infinito, e conquistare "nuove quote di mercato".

    Invito a considerare l'apertura di "nuovi mercati" al business delle armi la NATO come uno dei motori occulti e concreti della espansione atlantica ad Est, in spregio delle promesse che la Casa Bianca fece a Gorbaciov quando sciolse il Patto di Varsavia. Si possono solo immaginare i grassi lucri spuntati dalle industrie anglo-americane a spese di quegli Stati, obbligati dagli esperti militari NATO a standardizzare, omogeneizzare, rendere "inter-operabili", i sistemi d'arma, munizionamenti, e di fatto di gettare via quelli del vecchio Patto di Varsavia e comprare quelli americani e inglesi (da soli valgono due terzi dell'industria) E si tratta, per usare il gergo americano degli affari, di mercati "captive", ossia letteralmente "prigionieri", dipendenti dal fornitore in esclusiva.

    Attenzione: non si tratta qui di denunciare (vecchio discorso pacifista) l'indebita influenza del complesso militare industriale sul governo. Si tratta ormai di molto di più: di fusione e integrazione totale di tali industrie e delle loro logiche col e nel governo, di identificazione della loro essenza nella nazione stessa.

    Il complesso militare-industriale è l'ultima rete di industrie americane al 100 per cento, che producono cioè all'interno (mentre le imprese produttrici di beni di consumo delocalizzano) impiegando centinaia di migliaia di dipendenti qualificati con stipendi sicuri (mentre negli altri settori è di regola la precarietà e il calo salariale): la sola Lockheed-Martin occupa 126 mila lavoratori, la Boeing 160 mila, Raytheon 66 mila, Nortrop Grumman 65 mila, General Dynamics 100 mila…se poi si conta l'indotto, le immani aziende di appaltatori militari a contratto del Pentagono, nonché i "contractors", i mercenari ex militari, si constaterà che l'apparato bellicista è la più solida istituzione anche sociale di un paese economicamente tutt'altro che prospero, per milioni di lavoratori ed elettori — per i quali il patriottismo si identifica col lavoro in una delle prestigiose imprese.

    Sono imprese private, sì, ma che hanno un grande unico Cliente e consumatore: lo Stato, più precisamente il Pentagono, più il corteggio degli Stati europei NATO, mercati captive, che possono essere considerati una pura estensione — filiali — del Pentagono. E' il Pentagono che sceglie modelli di nuove armi, che ne finanzia la ricerca e lo sviluppo, e li impone ai satelliti che piaccia loro o no (pensate solo allo F-35).

    Dunque abbiamo il caso di industrie private che non sono veramente "sul mercato", ma poppano alla mammella del denaro pubblico dalla spesa incontrollata. Un conflitto d'interessi possibile. Che viene scongiurato felicemente: i più alti dirigenti, generali e ammiragli, appena vanno in pensione, vengono assunti con stipendi enormemente maggiorati da Lockheed, Northrop, Boeing — e si mettono subito a telefonare ai colleghi ancora in servizio, di cui sono stati superiori, per proporre nuovi progetti, contratti, servizi: per esempio, appalti per la formazione di truppe straniere, come quelle dell'Afghanistan e Irak, di cui il generale Durrani ha spiegato: "Queste compagnie private forniscono spesso alle reclute una cattiva formazione allo scopo di prolungare i loro contratti".

    In pratica, agli attori di questo sistema è impossibile distinguere l'interesse aziendale da quello pubblico e politico, "il mercato" dalla "patria" e dalla sua difesa.

    Se posso osare un paragone prosaico, direi che il Pentagono è una ATAC romana — ovviamente moltiplicata per mille. Se l'ATAC fornisce un pessimo servizio di trasporto, la "produzione" del Pentagono consiste nel produrre cattive guerre non vincibili; ossia sempre "nuovi mercati" per le industrie dell'armamento, private ma "patriottiche", onde non solo non falliscano ma aumentino il giro d'affari.

    La subordinazione degli strateghi alle esigenze aziendali ebbe già un precedente plateale "durante la Guerra del Vietnam. La Bell Aircraft Corporation stava fallendo prima del conflitto, ma venne salvata dalle massicce commesse governative e da un cambio di tattica militare. I generali, su pressione delle corporations militari, introdussero il trasporto delle truppe di attacco tramite elicotteri, con successivo sbarco a ridosso delle linee nemiche. Fu una decisione catastrofica, perchè ai soldati nordvietnamiti bastava attendere nascosti il momento dell'atterraggio per colpire i soldati americani mentre scendevano", mi ha ricordato un lettore competente, "Learco".

    Ma oggi si è superato anche questo, con l'occupazione del Cliente da parte dei fornitori. Questa ultima, 

    Le bandiere della Russia e degli USA
    © Sputnik. Sergei Pyatakov
    maligna "privatizzazione" della guerra fu teorizzata da Donald Rumsfeld — lui stesso uomo del business militare, dirigente della General Instruments Corporations, gran venditore di armi all'allora amico Saddam Hussein nella sua guerra contro l'Iran — che la applicò appena salito al potere a fianco di Cheney (ex Halliburton, altro fornitore) sotto Bush jr.

    Il mega attentato dell'11 Settembre deve essere letto come il colpo di Stato decisivo con la presa di potere degli interessi bellici privati sulla superpotenza. Rumsfeld annunciò "la lunga guerra globale" al "terrorismo mondiale, detta subito "long war""; dichiarò che sarebbe stata facile e poco costosa, perché avrebbe usato non i mezzi dello Stato ma i privati; per esempio, meno soldati e più contractors (mercenari):

    "Costano di più, ma li usi solo finché ne hai bisogno", e il subappalto di tutto i servizi ausiliari ai privati, "snelli ed economici"" perché "competitivi". 

    Chiamò la sua privatizzazione "Revolution in Military Affairs".

    Il risultato è quello che vediamo: non la riduzione, ma l'aumento delle spese militari sbalorditivo e titanico; il Pentagono è diventato un mostruoso tumore che succhia la sostanza vivente di una società in deperimento grave, con un'economia civile invasa di merci estere, dove i lavoratori sono impoveriti e precari, le paghe calano e i debiti aumentano, dove il 60 per cento dei civili è sotto oppiaci e i militari si suicidano a percentuali aberranti. Guerre motivate da pretesti e false flag, in cui l'America si impantana, che non riesce a vincere contro avversari che non sono nemmeno Stati, come "il terrorismo islamico", come l'ISIS, che lo stesso Pentagono arma a ed addestra.

    Tutto ciò fa bene al business, anche se male all'Americano medio e al mondo. La produzione e il consumo del Pentagono sotto gestione "privata" vanno a gonfie vele. Producono centinaia di migliaia di morti in Siria, Irak e Yemen, milioni di sfollati, profughi e rifugiati; città in macerie, miserie infinite: ma siccome devastano popoli lontani e "poco civili" di cui l'americano medio non sa nemmeno dove siano, li si può considerare "sfridi" accettabili.

    Naturalmente, la privatizzazione della guerra ha fatto subito a meno di ogni resto di etica miliare, s'è libero dal minimo onore militare, insieme ad ogni capacità di valutazione strategica vera e propria: non occorre Clausewitz quando il successo che avete è giudicato dai mercati azionari, e il Nemico di turno è un innocuo nano militare, che subisce soltanto l'aggressione americana, del tutto incapace di portare la guerra sul suolo statunitense.

    Attenzione però: come tutte le imprese private che traggono i loro lucri dalla poppa pubblica, anche il complesso militare-industriale non è veramente fiorente; qualunque allentamento della tensione mondiale la pone davanti allo spettro del fallimenti, del downsizing (ristrutturazioni, riduzioni del personale) o anche solo del crollo in borsa delle azioni. Un pericolo così estremo e terminale che ha indotto queste industrie all'ultimo, fatale passo, che è sotto gli occhi di tutti: appena l'elettorato americano stanco di guerre ha eletto un candidato che prometteva di allentare le tensioni internazionali ed occuparsi del lavoro e dell'economia civile, il Deep State l'ha messo sotto tutela. E non a caso, sotto tutela di tre generali: McMaster, Mattis, Kelly. Ed hanno creato di sana pianta un Nemico nella Russia di Putin.

    Fonte: maurizionblondet.it

    L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

    Tags:
    Spese militari, Diplomazia, Guerra, NATO, Russia, UE, Turchia, USA
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