11:53 22 Gennaio 2021
Politica
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I negoziati in merito alle condizioni di uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea si stanno sviluppando verso il peggiore degli scenari per Boris Johnson, la cosiddetta Brexit no-deal, che equivale a catapultare la Gran Bretagna fuori dall’Unione europea senza qualsivoglia preciso accordo sui futuri rapporti tra Londra e Bruxelles.

La possibilità che si realizzi un tale scenario è fonte di emozioni forti e poco piacevoli tra i comuni cittadini britannici e anche nella comunità imprenditoriale del Paese alla quale spetterà il compito di sopportare tutte le conseguenze della rottura delle relazioni economiche e la probabile imposizione di dazi europei, tributo paragonabile a vere e proprie sanzioni economiche.

Per comprendere la gravità della situazione è sufficiente considerare uno solo degli elementi che caratterizzano il periodo preparatorio della Gran Bretagna alla vita post-Brexit: il governo di Sua Maestà ha diramato alla grande distribuzione al dettaglio la raccomandazione di creare scorte di prodotti alimentari per soddisfare il fabbisogno della popolazione in condizioni di difficile approvvigionamento alimentare. I media locali riferiscono anche che “i ministri hanno chiesto ai fornitori di farmaci, dispositivi sanitari e vaccini di creare scorte per 6 settimane in luoghi sicuri sul suolo britannico”.

Sempre secondo i media locali, sarà Boris Johnson in persona a farsi carico dell’operazione di salvataggio della Gran Bretagna da eventuali interruzioni nell’approvvigionamento di alimenti e farmaci. Se Johnson si dimostrerà tanto sagace e ingegnoso quanto nel processo negoziale sulla Brexit, allora non possiamo che provare sincera compassione per i cittadini britannici.

Tra l’altro, non si può nemmeno affermare che il governo Johnson non stia facendo nulla per tutelare l’orgoglio nazionale britannico. Il problema è che le misure finalizzate a dimostrare l’inflessibilità di Londra e la determinazione nella difesa per gli interessi nazionali si rilevano o inefficaci o semplicemente comiche.

The Times riporta: “La polizia militare della Royal Navy acquisirà il diritto di arrestare i marinai francesi e di altre nazionalità europee che permarranno illegalmente nelle acque britanniche nel caso in cui la Gran Bretagna lascerà l’Unione europea senza un accordo diplomatico. Il governo disporrà un testo di legge ad estensione dei poteri della polizia militare così da permettere agli agenti di salire a bordo di natanti battenti bandiera straniera e di arrestare marinai. Questo in previsione di eventuali scontri di forza nel Canale della Manica. La Royal Navy è altresì pronta a dispiegare 4 pattugliatori per fermare ed eventualmente confiscare pescherecci europei qualora questi si trovino nel Canale nel caso di una Brexit senza accordo”.

Poiché la situazione è tale che ci si prepara ad attaccare con la forza i marinai europei e i loro pescherecci, allora il segnale è chiaro: Londra e Bruxelles si odiano apertamente e non desiderano nemmeno seguire le minime norme di decoro in nome dell’ormai passata “solidarietà paneuropea”.

Considerato che lo stesso Johnson già a settembre ha accusato l’Unione europea di preparare (presumibilmente via mare) un blocco alimentare della Gran Bretagna e dell’Irlanda del Nord, possiamo trarre questa conclusione: siamo di fronte non a un eccesso effimero, ma al risultato di un degradamento sistematico delle relazioni tra Unione europea e Gran Bretagna. Entrambe le parti hanno come fine ultimo quello di arrecare all’altro il massimo danno possibile.

Potrebbe sembrare che le parti coinvolte si stiano comportando in maniera piuttosto irrazionale: considerati gli interessi strategici dell’UE, crearsi un altro nemico è una cattiva idea; considerati invece gli interessi britannici, trasformare l’UE in una infinita fonte di problemi e complessità, è una idea ancora peggiore. Il problema risiede nel fatto che in realtà le parti si stanno comportando razionalmente, ma sono mosse da una logica particolare: l’Unione europea, per evitare la minaccia di una seconda Brexit in Italia, Finlandia, Polonia o Ungheria, deve arrecare alla Gran Bretagna il maggior danno possibile. Mettendoci per un attimo nei panni di un sostenitore dell’integrazione europea, qualsivoglia interruzione degli approvvigionamenti britannici può essere usata come pretesto per stimolare nei cittadini dell’UE un semplice riflesso: “se votate per uscire dall’UE, non avrete niente da mangiare né soldi per comprare un’aspirina in farmacia”.

Se invece proviamo ad analizzare la situazione con gli occhi di Boris Johnson, il quadro è ancora più semplice: le proposte di regolamentazione della Brexit che consentirebbero di conservare una sorta di cooperazione economica e un accesso reciproco ai rispettivi mercati presuppongono che la Gran Bretagna di fatto rispetti tutte le disposizioni di Bruxelles in materia di incentivazione economica (ossia l’assenza di incentivi), di regolamenti tecnici e di regolamentazione del mercato interno del lavoro (per evitare che la Gran Bretagna diventi una fonte di prodotti a basso costo che entrerebbero in competizione con le merci europee). Tra l’altro, come giustamente osserva lo stesso Johnson (e questo è uno dei rarissimi casi in cui il primo ministro britannico non mente, evento già di per sé sorprendente), alla Gran Bretagna viene proposto di accettare in anticipo non solo le norme già vigenti in Unione europea, ma anche quelle future, senza però avere la possibilità di esercitare alcuna influenza su tali norme. A Londra viene, dunque, riservato lo status di colonia diseredata di Bruxelles come punizione per la Brexit che ha così tanto oltraggiato i funzionari europei.

Il ministro britannico degli Esteri Dominic Raab ha dichiarato: “A mio avviso, l’UE è preoccupata perché la Gran Bretagna potrebbe farcela, una volta uscita dall’UE, ed è preoccupata per i nostri vantaggi competitivi qualora venissero applicate le norme internazionali standard”.

Da questa dichiarazione possiamo rilevare che sia l’UE sia la Gran Bretagna effettuano operazioni commerciali a livello internazionale basandosi sulle norme dell’OMC le quali in via teorica dovrebbero essere la base che disciplinerà l’accesso ai reciproci mercati nel caso di una Brexit senza accordo. Tuttavia, i britannici temono che l’Unione europea si affretti a imporre ai danni della Gran Bretagna dazi all’importazione finalizzati a scoraggiare le società britanniche, a privare il Paese di investimenti e di fatto a chiudere l’accesso al mercato europeo.

The Guardian riporta un esempio delle conseguenze che avrebbe un simile approccio: “Nissan rientra fra i numerosi produttori che, a detta loro, non hanno un piano B nel caso in cui la Gran Bretagna lasci il mercato unico europeo. L’industria automobilistica prevede un aumento dei prezzi per i consumatori nel caso dell’imposizione di un dazio del 10%. A più lungo termine l’assenza di comunicazione con i produttori con sede in Unione europea limiterà il volume degli investimenti con la Gran Bretagna, in particolare in settori innovativi come la produzione di automobili elettriche”.

Criticità analoghe si riscontrano anche in altri comparti. Ben consci dell’efficacia di una simile tattica, funzionari e politici europei stanno esercitando pressione sulle loro controparti londinesi. Come sottolinea The Daily Mail “Angela Merkel si è dimostrata pienamente decisa nell’intento di mettere in difficoltà la Gran Bretagna senza concederle alcun compromesso”.

Le azioni dell’Unione europea chiaramente avranno determinate conseguenze relativamente al grado di percezione che i comuni cittadini britannici avranno della politica di Bruxelles. Ad ogni modo, non si può non riconoscere il merito di chi ha elaborato una strategia per cui gli amanti dell’indipendenza vengono costretti a camminare sui carboni ardenti. In primo luogo, è semplicemente impossibile immaginare una umiliazione maggiore per quelli che sono i discendenti dell’Impero britannico. In secondo luogo, è una evidente dimostrazione del fatto che i padroni di un grande mercato come quello europeo faranno sempre soccombere chi controlla mercati invece più ridotti come quello britannico. In tal senso la Russia ha solo da trarre insegnamenti sul modo più consono di configurazione delle relazioni con alcuni Paesi vicini, alcuni dei quali ancora si illudono di poter imporre alla Russia le proprie condizioni di integrazione, anche in materia di cooperazione energetica e politica.

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