18:52 25 Novembre 2020
Politica
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Il più variegato governo nella storia degli USA: Joe Biden promette agli americani di unire l’America. Per farlo inviterà alla Casa Bianca anche alcuni recenti oppositori tra le fila dei repubblicani. Per l’inaugurazione di gennaio dovrà affidare mandati chiave a circa 300 persone. Sputnik vi presenta una panoramica dei pretendenti.

Per esperienza e analogia

“Uomini, donne, omosessuali, centristi, neri, bianchi, asiatici. È davvero importante che il governo rifletta il Paese così che tutti possano dare il proprio contributo”, afferma Joe Biden.

Biden ha trascorso alla Casa Bianca 8 anni in qualità di vicepresidente ed è probabile che molti dei nuovi collaboratori saranno quelli di un tempo. Ad esempio, l’ex capo della sua amministrazione Ron Klein potrebbe essere nuovamente collocato al suo vecchio ruolo. In lizza per la Casa Bianca vi sono anche Ted Kaufman, che ha sostituito Biden al Senato; Steve Ricetti, ex responsabile della vicepresidenza; Anita Dunn, direttrice delle comunicazioni durante l’amministrazione Obama.

Si prevedono cambiamenti ai Ministeri delle Finanze e della Difesa. Finora sono stati guidati da uomini bianchi, ma il Tesoro probabilmente sarà guidato da Lael Brainard, membro del Comitato dei governatori presso la Federal Reserve. Brainard ha già lavorato presso questo dicastero durante l’amministrazione Obama. Brainard dovrà concorrere con Elizabeth Warren e con l’afroamericana Mellody Hobson.

Anche il Pentagono potrebbe essere guidato da una figura femminile: Michèle Flournoy, l’ex consigliera del ministro della Difesa, oppure Tammy Duckworth, senatrice dell’Illinois e veterana della guerra in Iraq, colonnello in pensione di origine thai. Il governo sta cercando di assegnare incarichi anche a ex candidati democratici alla presidenza: il “socialista democratico” Bernie Sanders e il gay dichiarato Pete Buttigieg. Il primo sarà in lizza per diventare il nuovo ministro del Lavoro, mentre il secondo per rappresentare gli USA all’ONU. Tuttavia, il candidato più probabile è la ex vicesegretaria di Stato Wendy Sherman.

Corsa per il Dipartimento di Stato

La prima missione del team di Biden è assegnare le cariche relative agli affari interni perché i mandati che si occuperanno degli affari esteri saranno affidati a figure di maggiore esperienza.

Susan Rice
© AP Photo / Mark Humphrey
Susan Rice
Per molti esperti la figura più adatta per il Dipartimento di Stato è Susan Rice, consigliera per la sicurezza nazionale durante l’amministrazione Obama e rappresentante permanente degli USA all’ONU tra il 2009 e il 2013. Secondo alcune fonti, Rice avrebbe buoni rapporti con Biden sebbene i due abbiano divergenze di vedute in merito a diversi temi, fra cui la Libia. Infatti, se non si fosse verificato l’attacco all’ambasciata americana di Bengasi nel 2012, la Rice già allora avrebbe potuto guidare il Dipartimento di Stato.

Per quanto riguarda i rapporti con Mosca, si tratta di una scelta difficile: Rice è convinta che la Russia abbia tentato di compromettere le elezioni e che si sia resa partecipe dell’organizzazione delle proteste di massa negli USA. Ad ogni modo, scelte “facili” per questa carica non ce ne sono.

Deputy Secretary of State Antony Blinken testifies on Capitol Hill in Washington, Tuesday, Jan. 27, 2015, before the Senate Banking Committee hearing on Iran sanctions. A group of Senate Democrats told the White House on Tuesday that they won't support passage of an Iran sanctions bill until at least the end of March.
© AP Photo / Susan Walsh
Antony Blinken
Un altro candidato a questo mandato è Antony Blinken, ex consigliere del vicepresidente per gli affari di sicurezza nazionale. Blinken ha lavorato alla Casa Bianca durante il periodo in cui si tentava di normalizzare i rapporti russo-americani. Tuttavia, secondo Blinken, Trump avrebbe dovuto tenere con Mosca una linea più aggressiva.

Fra gli altri candidati figura anche il senatore Chris Coons il quale ha dichiarato che “l’attuale governo russo guidato da Vladimir Putin è una continua minaccia alla democrazia russa, ai partner europei e allo stato di diritto”. Altra figura di spicco è William Burns, ex vicesegretario di Stato nonché ambasciatore statunitense a Mosca tra il 2005 e il 2008. I rapporti tra i due Paesi anche allora erano piuttosto complessi, ma Burns, forte della sua esperienza di diplomatico, riuscì sempre a trovare opportunità per stabilizzare per quanto possibile le relazioni bilaterali. Inoltre, Burns non fu nominato per via politica, ma assunse la carica in qualità di tecnocrate. Anche oggi Burns assume posizioni piuttosto moderate nei confronti della Russia, ma osserva che Mosca, “seppur stia perdendo potere, è ancora in grado di porre in essere attività sovversive”.

È il Senato a decidere tutto

Biden-Harris 2020
© REUTERS / Mark Makela
Nel frattempo si avvicenda la difficile lotta per il Senato: dopotutto, la camera alta ha facoltà di bloccare non solo le decisioni del potere esecutivo, ma anche le nomine alle cariche chiave. L’assetto generale del nuovo governo sarà definitivo solo a gennaio, secondo Andrey Baklitsky, ricercatore senior dell’Istituto di studi internazionali presso l'Istituto statale di Mosca per le relazioni internazionali.

“Al momento vi sono 50 repubblicani e 48 democratici. I restanti 2 seggi saranno definiti al secondo turno”, precisa l’esperto. “Se vinceranno i democratici, vi sarà una parità di seggi. Il voto della vicepresidente Kamala Harris sarà decisivo. Così, i democratici riusciranno tranquillamente ad assegnare i seggi a chi desiderano. Si ricordi che è il Senato a confermare la nomina di tutti i ministri”.

“Qualora invece la maggioranza dei senatori sarà dei repubblicani, questi ultimi non consentiranno la presenza di alcun rappresentante democratico loro avverso al governo, in particolare Susan Rice che i repubblicani non amano per via degli eventi di Bengasi”, aggiunge Baklitsky.

In tal caso la presidenza Biden non avrà vita facile, osserva in un’intervista rilasciata a Sputnik Fedor Voytolovsky, dottore in Scienze politiche e direttore dell’Istituto di economia mondiale e di relazioni internazionali in seno all’Accademia nazionale russa delle scienze (RAN). “Si verrebbe a creare il cosiddetto “governo diviso”, ossia la situazione in cui il presidente appartiene a un partito e la maggioranza in parlamento a un altro. Biden dovrà trovare compromessi con entrambe le camere”, spiega l’esperto.

Particolare attenzione va riservata alle questioni di ordine socioeconomico. Biden ha promesso di incrementare le spese di bilancio dedicate all’istruzione e alla sanità. Per conseguire questo obiettivo, si rende necessario un aumento dei tributi che durante l’amministrazione Trump hanno registrato una significativa contrazione non soltanto per le imprese, ma anche per le famiglie. Considerate le criticità attuali legate alla pandemia, un simile provvedimento colpirebbe soprattutto i comuni cittadini, ossia coloro che hanno votato per Biden.

Per le decisioni in materia di affari esteri l’approvazione del Senato non è necessaria, dunque in questo ambito Biden avrà vita più facile.

“In qualità di democratico Biden promuoverà il tema dei diritti umani”, afferma convinto l’esperto.

Washington si attiverà poi nello spazio post-sovietico minando gli interessi di Mosca.

“Ma con Biden sarà più semplice dialogare in merito alla sicurezza internazionale e, anzitutto, al controllo sugli armamenti”, sostiene Voytolovsky. “Biden ha criticato Trump per essere uscito dal Trattato INF. Ciò non significa che gli americani cambieranno idea, ma è possibile che si trovino dei compromessi”.

L’esperto non esclude nemmeno una proroga del New Start per altri 5 anni senza condizioni aggiuntive.

Baklitsky è concorde sul fatto che i democratici apprezzino la possibilità di controllare gli armamenti, ma ritiene improbabile l’assenza di scontri su questo fronte. Ad ogni modo, la politica estera statunitense sarà decisa direttamente dal presidente e non dai funzionari.

Le relazioni con il mondo esterno e, dunque anche con la Russia, dipendono in larga misura dalla volontà politica del leader statunitense.

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