16:26 24 Novembre 2020
Politica
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Gli USA hanno impugnato la decisione dell’OMC in merito ai dazi sulle merci cinesi. In precedenza l’OMC aveva stabilito che gli USA, introducendo dei dazi sulle merci cinesi, avevano violato le norme fondamentali del libero commercio.

Washington ha accusato per l’ennesima volta l’OMC di incapacità nella gestione di rilevanti criticità commerciali e ha dichiarato che la politica dei dazi degli USA, inclusa quella relativa all’accordo commerciale di prima fase con la Cina, rimarrà invariata.

Stando alle conclusioni dei tre esperti dell’OMC divulgate a settembre, gli USA hanno violato le regole internazionali del commercio quando nel 2018 hanno introdotto dazi ai danni delle merci cinesi per un volume totale di 234 miliardi di dollari. Sebbene l’OMC non abbia comunque negato le criticità legate al commercio con la Cina, l’Organizzazione ha concluso che le sanzioni imposte dagli USA non siano giustificabili in questo contesto. In primo luogo, gli USA hanno introdotto i dazi esclusivamente sulle merci cinesi violando il principio di non discriminazione. In secondo luogo, i dazi imposti erano maggiori rispetto ai massimi consentiti dall’OMC. Infine, gli USA non sono riusciti a giustificare in maniera convincente il motivo per cui ai danni della Cina dovessero essere applicate eccezioni alle norme generali.

Il principio cardine dell’OMC sancisce che gli Stati membri debbano anzitutto tentare di risolvere le eventuali controversie di natura commerciale utilizzando i meccanismi messi a disposizione dall’Organizzazione. Tuttavia, gli USA, basandosi sull’indagine condotta ai sensi della Section 301 del Trade Act degli Stati Uniti, hanno deciso unilateralmente di introdurre dazi ai danni dei prodotti cinesi motivando tale decisione come reazione alle pratiche sleali cinesi di sovvenzione delle società locali e di trasferimento delle tecnologie americane. Washington sostiene di avere tutto il diritto di agire in questo modo in conformità al Trade Act del 1974. Infatti, sebbene questa legge sia datata, è ancora in vigore. Tuttavia, a partire dagli anni ’90, di fatto le disposizioni del Trade Act non sono più applicate nella risoluzione di controversie di natura commerciale poiché gli USA, in qualità di Stato membro dell’OMC, hanno preferito avviare i meccanismi dell’Organizzazione.

Nella propria impugnazione della recente decisione dell’OMC gli USA osservano che l’OMC ha nuovamente perso l’occasione di risolvere problemi più importanti in merito al commercio internazionale, e nello specifico il problema della politica statale aggressiva finalizzata a creare le condizioni adatte perché alcune società possano ottenere il monopolio su ampi settori industriali. Pertanto, Washington si riserva il diritto di assumere decisioni in via unilaterale.

Negli ultimi anni gli USA hanno più volte criticato l’OMC per la sua incapacità di risolvere questioni afferenti al commercio. Ma il paradosso è che sono proprio gli USA a paralizzare l’operato dell’OMC e, in particolare, i meccanismi di risoluzione delle controversie commerciali. Ad esempio, Washington da molti anni boicotta la nomina dei nuovi giudici dell’Organo di appello dell’OMC. A dicembre dello scorso anno è giunto al termine il mandato di due dei tre giudici rimasti. Secondo lo statuto dell’Organizzazione, per il corretto funzionamento dell’organo sono necessari almeno 3 giudici (sebbene a regime i giudici dovrebbero essere 7, da statuto). Dunque, al momento l’OMC non è effettivamente in grado di risolvere alcuna controversia commerciale. Di questo però non è responsabile soltanto Washington, sostiene Jia Jinjing, vicedirettore del Chongyang Institute for Financial Studies presso l’Università popolare cinese.

“A mio avviso l’OMC ha perso le sue possibilità e la ragione principale è che gli USA non stanno adempiendo alle proprie obbligazioni a livello internazionale. La stragrande maggioranza delle norme dell’OMC è stata scritta dagli USA. Ma ora gli USA stanno boicottando la nomina dei giudici dell’Organo di appello paralizzando così l’operato dell’Organizzazione. Lo sviluppo futuro dell’OMC dipenderà dall’esito delle imminenti elezioni americane e dall’eventuale prosecuzione della politica americana di unilateralismo”.

Bandiere al di fuori della sede di UNESCO
© REUTERS / Philippe Wojazer
Dopotutto, proprio alla figura di Trump sono legati i processi di deterioramento delle relazioni esterne degli USA. Con Trump gli USA hanno lasciato l’UNESCO e l’OMS. La decisione dell’OMC in merito alla Cina potrebbe essere sfruttata dagli USA come ulteriore pretesto per lasciare l’Organizzazione e per disfarsi di tutti i propri obblighi a livello internazionale. In sostanza, con questa impugnazione gli USA hanno boicottato la decisione dell’OMC poiché l’operato dell’Organo di appello è paralizzato. Pertanto, la Cina sarà costretta ad adottare contromisure contro gli USA perché Washington non intende sottostare alle norme internazionali, secondo Jia Jinjing.

“La politica dei dazi degli USA di per sé viola le norme stabilite dall’OMC e dalla legislazione internazionale. L’OMC ha emesso la propria decisione finale sulla questione e la Cina ha adottato una serie di contromisure razionali e oggettive. Al momento gli USA si stanno rifiutando di correggere la propria politica. Se Washington intraprenderà ulteriori passi che contribuiranno a un’eventuale escalation, la Cina sarà costretta ad adottare contromisure aggiuntive. Tuttavia, va detto che la Cina non intende contribuire a peggiorare lo stato delle controversie tra Cina e USA. Stiamo solo adottando le contromisure più proporzionali possibile”.

La Cina, adottando contromisure contro le società e i prodotti americani, sta tentando di attenersi al principio del contenimento. A differenza di Washington che con un “bombardamento a tappeto” ha incluso nella lista nera del Ministero del Commercio Huawei e una decina di altre società tech, Pechino introduce sanzioni soltanto ai danni di quelle società che mettono direttamente a rischio gli interessi fondamentali della Cina. Ad esempio, la settimana scorsa la Cina ha imposto sanzioni sulle società e le organizzazioni coinvolte nella vendita di armamenti a Taiwan. Nella lista sono finite Lockheed Martin, Boeing Defense e Raytheon. In realtà, il danno maggiore per gli USA sarebbe l’inclusione nella lista nera della società madre Boeing la quale detiene grandi interessi sul mercato cinese. Tuttavia, al momento le autorità cinesi non hanno ancora dichiarato nulla di simile.

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