20:55 24 Ottobre 2020
Politica
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Gli emiratensi sono interessati alla possibilità di recarsi a Gerusalemme per pregare. Questa è l’opinione della vice-sindaca della città che si è di recente recata in visita negli UAE per stimolare la cooperazione e incentivare gli imprenditori locali a investire in Israele.

Quando Israele siglò il suo patto con gli Emirati Arabi Uniti a metà settembre, molti israeliani predissero che la pace sarebbe durata, ma pochi avrebbero immaginato dei progressi cosi rapidi.

In meno di due mesi da quando le due nazioni annunciarono di voler instaurare relazioni, Israele e gli UAE hanno già avviato una serie di importanti progetti.

A metà agosto, la società emiratense APEX National Investment Company ha sottoscritto un accordo commerciale con il gruppo israeliano Tera con l’intento di unire gli sforzi in ambito medico anche per contrastare il coronavirus.

Accordi analoghi hanno interessato anche i comparti finanziario e bancario: ora i governi dei due Paesi stanno profondendo sforzi per migliorare il grado di cooperazione in numerosi altri comparti quali l’high-tech e il turismo.

Relazioni sempre più profonde

Proprio per queste ragioni Fleur Hassan-Nahoum, vice-sindaca di Gerusalemme, si è recata alla fine della scorsa settimana negli UAE per discutere della cooperazione tra i due Paesi.

Grazie a lei le relazioni con gli Emirati sono cominciate subito dopo il raggiungimento dell’accordo di pace quando Hassan-Nahoum co-fondò lo UAE-Israel Business Council il cui obiettivo è incentivare “opportunità condivise, la cooperazione economica e le relazioni imprenditoriali tra emiratensi e israeliani”.

All’epoca non si immaginava affatto che quel progetto avrebbe avuto successo attirando decine di partecipanti da Israele e gli UAE.

Oggi l’iniziativa conta oltre 200 membri. Hassan-Nahoum spera che questo sia solo l’inizio e sostiene che il fine sia quello di contribuire allo sviluppo di Gerusalemme, i cui rapporti con l’estero la vice-sindaca sta curando per il bene di “tutti i suoi cittadini”.

“Al momento stiamo pensando di posizionare un hub ad alto contenuto tecnologico a Gerusalemme Est in modo da soddisfare le esigenze di tutti i cittadini e da portare beneficio a tutti senza distinzione”.

Si prevede che la cosiddetta Silicon Wadi sarà il doppio della stazione Grand Central di New York, si estenderà su una superficie di 200.000 m2 e ospiterà società ad elevato contenuto tecnologico, strutture ricettive e spazi commerciali nel cuore di Gerusalemme Est.

Per realizzare il grandioso piano che prevede la creazione di migliaia di posti di lavoro sia per ebrei sia per arabi ci vorranno milioni di dollari. Ma la difficile situazione economica in cui versa Gerusalemme, anche per via della diffusione del COVID-19 e del duro colpo che il virus ha inflitto al comparto turistico locale, potrebbe ostacolare la realizzazione dell’iniziativa.

Ad ogni modo, Hassan-Nahoum rimane ottimista riguardo alla possibilità di trovare i fondi necessari per supportare il progetto e in tal senso Abu Dhabi potrebbe essere la soluzione ideale.

“Il partenariato con gli Emirati avrà un grande beneficio per questo progetto. Gli emiratensi stanno dimostrando un certo interesse e sembrano intenzionati a investire”, sostiene.

Sebbene la vice-sindaca sia certa che “non a tutti piacerà l’idea che gli UAE investano in Gerusalemme Est” anzitutto per via dello scontento provocato dall’accordo di pace tra i palestinesi, è certa che gli abitanti della città sapranno andare oltre alle questioni politiche e riusciranno ad apprezzare i benefici che un simile patto può portare.

Il ruolo strategico di Gerusalemme

Tuttavia, la Silicon Wadi è ben lungi dall’essere l’unica iniziativa all’ordine del giorno per la vice-sindaca. Il suo altro piano consiste nello sviluppare il comparto turistico di Gerusalemme. Per farlo, Hassan-Nahoum conta sull’aiuto degli Emirati.

“Abbiamo notato che molti emiratensi vorrebbero recarsi a Gerusalemme per pregare. Per loro la nostra città è un luogo associato alla Cupola della Roccia. Prima della pandemia una importante quota del turismo di questa zona era costituita dai pellegrinaggi dei cristiani. Spero che saremo in grado di incentivare i musulmani a fare lo stesso”.

Hassan-Nahoum non vuole farsi false illusioni in merito a un’eventuale rapida realizzazione del suo progetto.

Gli israeliani, infatti, sono ancora in confinamento e Gerusalemme rimane un punto caldo per la diffusione del COVID-19, il che scoraggia i turisti. Ma la vice-sindaca guarda avanti e fa grandi progetti.

“Una volta che Israele aprirà le sue porte, una volta regolamentato il regime dei visti e avviati i voli diretti, niente potrà più impedire agli emiratensi di visitare il nostro Paese”.
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