10:58 20 Ottobre 2020
Politica
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Secondo un esperto locale, la lealtà ai palestinesi e la forte influenza dei nazionalisti non consentiranno al Kuwait di mutare la posizione in merito a Israele. E sebbene il Kuwait possa considerare l’eventualità di una collaborazione nel tentativo di contenere l’Iran, non è possibile essere certi di un futuro ricongiungimento delle due nazioni.

La morte dello sceicco Sabah Al Ahmad Al Jaber Al Sabah, l’emiro del Kuwait, spentosi il 29 settembre 2020 all’età di 91 anni, è giunta in un momento critico per la regione.

All’inizio di settembre, gli UAE e il Bahrain hanno ufficialmente siglato i trattati con Israele e pare che anche altri Paesi del Golfo siano intenzionati a seguire presto questo esempio.

Lealtà ai palestinesi

Sebbene il presidente statunitense Donald Trump dica che il Kuwait sarà il prossimo Paese a normalizzare le relazioni con lo Stato ebraico, la politica dello sceicco Sabah non è mutata fin quando è rimasto in vita.

“Il governo ritiene che la causa palestinese sia la prima e più importante questione per gli arabi e i musulmani e lo Stato del Kuwait sostiene il popolo palestinese”, si legge in un comunicato ufficiale diramato in risposta ai commenti di Trump.

Il dottor Fahed Al Shelaimi, esperto kuwaitiano e presidente del Middle East Centre for Strategic and Political Studies, spiega la sua posizione adducendo il legame storico che il suo Paese ha da sempre intrattenuto con i palestinesi.

Infatti, nel corso degli anni il Kuwait si è sempre mostrato sensibile alle vicissitudini del popolo palestinese. Dal 1948 fino al 1960 il Paese accolse decine di migliaia di rifugiati e non dalla Cisgiordania e dalla Striscia di Gaza. Nel 1961, quando il Kuwait dichiarò la propria indipendenza, il Paese aveva già accolto 40.000 palestinesi, ossia il 12% della sua popolazione.

Queste relazioni furono ostacolate solamente dalla Guerra Iraq-Kuwait del 1990 quando alcuni palestinesi, influenzati dal nazionalismo arabo, supportarono l’allora leader iracheno Saddam Hussein con la costernazione dei dirigenti kuwaitiani che si sentirono profondamente traditi.

Di conseguenza, furono espulsi dal Paese 200.000 palestinesi e altri 200.000 che erano scappati durante la guerra non furono più riammessi.

Dopo la dipartita di Saddam, il Kuwait perdonò i palestinesi per i loro errori passati e oltre a supportarli a livello internazionale donò anche milioni di dollari all’UNRWA, l’agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi in Medio Oriente.

Improbabile normalizzazione

Ora, però, che l’emiro si è spento, i palestinesi seguiranno da vicino gli sviluppi in Kuwait. E lo stesso farà sicuramente anche Israele.

Ma Al Shelaimi ritiene che il Paese non muterà la propria posizione “a meno che vi sia una ragionevole soluzione alla questione palestinese) oppure vi sia un innegabile beneficio derivante da un patto tra Kuwait e Israele.

Ad oggi, Al Shelaimi non vede possibile nessuno di questi scenari.

“Il Kuwait potrebbe essere tentato dalle competenze scientifiche e tecnologiche o dalla prospettiva di vendere petrolio a Israele ma dubito che questo possa bastare per siglare un accordo anche solo per il fatto che abbiamo altri clienti come la Corea del Sud, l’India e il Giappone. L’Iran, invece, potrebbe diventare il nemico comune in grado di ricongiungere i due Paesi ma non so se si tratta di un collante forte a sufficienza”.

Inoltre, è improbabile far cambiare idea ai nazionalisti kuwaitiani e ai sostenitori di Hamas e del movimento dei Fratelli Musulmani che costituiscono circa il 20% della popolazione del Paese e fanno presa sui media e i social network.

“Per 70 anni abbiamo detto al popolo che Israele è il nemico. Com’è possibile cambiare tutto questo dal giorno alla notte e accettarli come fratelli?”, si chiede l’esperto aggiungendo che il Paese si è già diviso in merito alla questione e che intrattenere relazioni con lo Stato ebraico potrebbe solo peggiorare la situazione.

“Oltre alle consuete opinioni di chi è contrario a qualsivoglia relazione con Israele, vi è anche chi ha esortato ad avviare il processo di normalizzazione”.

Alcuni, sostiene Al Shelaimi, sono stati delusi dai dirigenti palestinesi i quali non sono stati in grado di risolvere la crisi; altri si sono stancati di finanziare la loro causa; altri ancora sostengono che i palestinesi stessi siano entrati in stretti rapporti con Israele, dunque anche il Kuwait potrebbe fare lo stesso.

Per adesso, secondo l’esperto, il conflitto rimane aperto per il semplice fatto che il Kuwait intende aspettare i risultati delle elezioni presidenziali statunitensi di inizio novembre.

Ma c’è anche un’altra ragione della politica di attesa del Kuwait, ossia gli affari interni. Dalla corruzione alla cattiva gestione di alcuni enti governativi, una cosa è certa: in questo momento, all’ordine del giorno per il Paese c’è tutto fuorché le relazioni con Israele.

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