12:12 20 Ottobre 2020
Politica
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Il problema risiede nel fatto che in Armenia e in Azerbaigian questo documento viene interpretato in maniera diversa. Sputnik vi spiega il contenuto del documento e le controversie che i due Paesi dovranno risolvere.

Il documento del consenso

La risoluzione del conflitto del Nagorno-Karabakh è sin dal 1992 compito del Gruppo di Minsk della Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE). I co-presidenti del Gruppo sono Russia, USA e Francia. Gli altri partecipanti sono Azerbaigian, Armenia, Turchia, Bielorussia, Germania, Italia, Svezia e Finlandia.

Nel 2007 a Madrid si giunse a convenire su quanto segue. Il territorio circostante il Nagorno-Karabakh venne riconsegnato al controllo di Baku. La repubblica non riconosciuta ottenne uno status giuridico intermedio, la possibilità di autogestirsi e la garanzia di sicurezza. Venne altresì previsto un corridoio di collegamento tra il Nagorno-Karabakh e l’Armenia. Lo status giuridico definitivo del territorio conteso fu determinato in base alle espressioni di volontà che hanno efficacia giuridica vincolante. Tutti gli sfollati e i profughi ritornarono nei luoghi dove vivevano in precedenza. La sicurezza sarebbe stata garantita a livello internazionale.

Il documento non fu pubblicato nella sua versione integrale. Nel 2010 i presidenti armeno e azero presentarono alcuni principi rinnovati che si rifacevano a quelli formulati in precedenza. Baku ed Erevan convennero di considerarli come base per il dialogo futuro.

Tuttavia, l’interpretazione del documento venne effettuata in maniera differente dai due Paesi. Secondo il presidente Ilham Aliyev, il punto focale dei Principi di Madrid è il ripristino dell’integrità territoriale dell’Azerbaigian e il rimpatrio degli sfollati. 

Il presidente Serž Sargsyan invece sottolinea come aspetti importanti il ripudio di atti violenti e il diritto di autodeterminazione. Sargsyan insistette sul fatto che la repubblica non riconosciuta del Nagorno-Karabakh potesse decidere in autonomia la questione in materia di statualità. Il presidente armeno sostenne altresì che dovessero essere inclusi nei negoziati anche i rappresentanti della Repubblica del Nagorno-Karabakh (RNK), nonostante Baku fosse contrario.

Anche Step'anakert, capitale della repubblica autoproclamata, insistette per partecipare ai negoziati. Dopo la pubblicazione dei Principi di Madrid, il presidente della RNK Bako Sahakyan in occasione di un incontro con il rappresentante dell’Unione europea sottolineò che non v’era altro modo per risolvere il conflitto.

Il ministro armeno degli Esteri Eduard Nalbandyan indicò che il documento necessitava di precisazioni. Ed effettivamente la sua affermazione era comprensibile. L’Unione dei nazionalisti armeni chiedeva le dimissioni del governo: infatti, secondo loro i Principi di Madrid erano in contrasto con gli interessi del Paese. La Federazione Rivoluzionaria Armena (Dashnak) chiese a Nalbandyan di dimettersi e minacciò di organizzare manifestazioni di protesta.

La parte armena pensava di scendere a compromessi convenendo sul punto relativo alla “espressione della volontà” in quanto nel 1991 nella Regione autonoma del Nagorno-Karabakh (NKAO) della Repubblica socialista sovietica di Azerbaigian si era tenuto un referendum. Ma poco prima di quella data Baku aveva privato la NKAO del suo status di regione autonoma. E alla votazione non presero parte i cittadini di etnia azera domiciliati nella regione.

Durante il conflitto armato questo territorio conteso mutò il suo assetto. Gli armeni furono espulsi dalle regioni di Martowni e Martakert, ma conquistarono dei terreni oltre la loro aree di autonomia. Dunque, i Principi di Madrid avrebbero dovuto sciogliere una lunga serie di nodi, ma alle parti rimasero dubbi in merito alla loro formulazione.

Un problema di attuazione

Baku chiedeva più precisione. Akif Naghi, presidente della Organizzazione per la liberazione del Karabakh, sosteneva che il Paese non fosse del tutto a conoscenza della nuova versione del documento di Madrid. Secondo Naghi, il popolo doveva sapere a quali compromessi erano pronte a scendere le autorità in fase di negoziati.

Il fulcro delle controversie fu ben espresso dal co-presidente statunitense del Gruppo di Minsk, Matthew Bryza: vi è una discrepanza tra i principi di integrità territoriale e il diritto dei popoli all’autodeterminazione. “Non posso prevedere quale sarà il risultato”, sostiene in un’intervista a un quotidiano azero. “Posso solo dire che i co-presidenti del Gruppo di Minsk stanno applicando tutta la loro esperienza in ambito diplomatico e stanno facendo tutto il possibile per aiutare i presidenti a raggiungere un punto di incontro. I co-presidenti stanno tentando di trovare un compromesso”.

Il politologo russo Sergey Markedonov a suo tempo osservava: “Stanno sorgendo moltissime questioni in merito alla attuazione. Ad esempio, quanto allo svolgimento del referendum. Chi vi parteciperà? Solo i cittadini dell’ex NKAO oppure tutti i profughi? I profughi e i cittadini della NKAO sono due gruppi ben distinti”.

Stando alla Costituzione azera, il referendum è possibile soltanto ove coinvolga l’intero Paese. Mentre la “espressione di volontà con efficacia giuridica vincolante” viene interpretata come fa più comodo. Anche i confini del corridoio che dovrebbe collegare il Nagorno Karabakh all’Armenia nella regione di Laçın sono stati oggetto di discussione.

Nell’aprile del 2016 nella regione scoppiò la cosiddetta “Guerra dei quattro giorni”, il più grande scontro dal 1994. Baku dichiarò di aver ripreso il controllo su parte del territorio, ma di fatto la linea degli scontri si era spostata in maniera poco significativa nonostante i forti scontri. Successivamente si ripeterono alcuni incidenti durante i quali le parti si accusarono a vicenda. Tuttavia, il processo negoziale non si interruppe e continuò a basarsi sui Principi di Madrid.

L’esperto russo di Caucaso meridionale, Nurlan Gasymov, spiega: “Si raccolsero diverse opzioni, furono le parti stesse a proporle e a rigettarle. Ma è sulla base del documento di Madrid che Baku ed Erevan stanno conducendo i negoziati. Si tratta di principi universali e in grado di portare al consenso”.

Secondo Gasymov, al momento non vi sono alternative. “Le parti erano vicine alla risoluzione del conflitto già negli anni ’90, per quanto sembri paradossale, quando al potere vi erano Gaydar Aliev e Lewon Ter-Petrosyan. All’epoca furono proposti dei progetti che prevedevano comunque delle concessioni e si rimandava la decisione in merito allo status del Nagorno Karabakh a tempo indefinito”, osserva l’esperto.

Gasymov sottolinea infine anche un difetto del documento di Madrid: al suo interno, infatti, sarebbero assenti meccanismi preposti alla determinazione dello status definitivo della regione. Pertanto, le parti non potrebbero comunque giungere al consenso.

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