10:20 05 Agosto 2020
Politica
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Il negoziatore capo europeo per l’uscita della Gran Bretagna dall’UE Michel Barnier ha definito “improbabile” il raggiungimento di un accordo con il Regno Unito. Di questo Barnier ha accusato le autorità britanniche e, più precisamente, il loro “diniego ad adeguarsi alle condizioni di concorrenza leale e all’accordo bilanciato in materia di pesca”.

Il nuovo round di questa competizione ufficiosa tra UE e Gran Bretagna può essere considerato una piccola vittoria per l’Europa continentale.

Si ricordi che nel round precedente di negoziati, sei mesi fa, Londra aveva riportato una significativa vittoria. Infatti, a dicembre 2019 il partito conservatore vinse alle elezioni parlamentari in Regno Unito nella figura di Boris Johnson il quale come punto principale del suo programma elettorale aveva promesso ai britannici la tanto agognata Brexit. E Johnson ha mantenuto la sua parola.

Così Johnson ha posto fine all’infinita sudditanza a cui per diversi anni è stato sottoposto il Paese sotto forma di rigidi negoziati con Bruxelles. Al contempo Johnson ha sfatato agli occhi del mondo il tabù sacro della mancanza di alternative all’Unione europea per le nazioni europee. Questa era tra l’altro una delle ragioni per le quali nessuno dei suoi predecessori si era deciso ad adottare un approccio risoluto.

La Brexit è stata chiaramente un duro colpo all’Europa unita, un colpo tanto ideologico quanto materiale: il contributo britannico al bilancio comune europeo era troppo significativo perché la Brexit non lasciasse alcun segno.

Ora, 7 mesi dopo, è giunto il momento di tirare le somme e questa volta a uscirne vincitrice è l’UE anche se rimane con l’amaro in bocca.

Bruxelles continua a perseguire la rigida linea politica adottata nei negoziati con Londra: al momento oggetto della discussione sono le norme in materia di commercio tra le due parti coinvolte dopo il 31 dicembre di quest’anno. La dichiarazione di Barnier conferma il recente approfondimento pubblicato da The Telegraph secondo cui il diniego dell’UE di scendere a compromessi con i britannici porterà molto probabilmente al mancato raggiungimento di un accordo e alla possibilità che a partire dal nuovo anno le relazioni commerciali tra i due Paesi saranno disciplinate dalle norme dell’OMC, il che chiaramente costituisce un vantaggio per il Regno Unito.

Anche in molti altri settori la situazione per Londra non è delle più rosee. I media occidentali parlano spesso dei problemi che deve affrontare il Paese. In tal senso esemplare è una pubblicazione di Bloomberg il cui titolo recita “Boris Johnson’s Global Britain Collides With Global Reality” (La Gran Bretagna globale di Boris Johnson si scontra con la realtà globale). In particolare, è divertente che gli autori dell’articolo abbiano fatto ricorso a un approccio solitamente impiegato dai giornalisti antirussi. Secondo gli autori, Londra, nostalgica della perduta grandeur, starebbe tentando di imporsi come influente forza geopolitica ignorando però punti di vulnerabilità interni ben più urgenti.

E l’elenco di tali vulnerabilità sorprende per portata.

La Gran Bretagna sta affrontando la più grande recessione del secolo. La valuta nazionale è così instabile che la Bank of America ha paragonato la sterlina alle monete dei mercati in via di sviluppo e ha definito le sue fluttuazioni come “nevrotiche nel migliore dei casi e misteriose nel peggiore”. Il principale indice di Borsa britannico, il FTSE 100, ha registrato un -17% e gli investitori stanno gradualmente lasciando l’isola. Questo quadro desolante è aggravato da un alto tasso di mortalità da COVID-19.

Alla luce di tali problematiche, l’UE appare assai più incoraggiante sebbene l’economia dell’Unione sia anch’essa interessata da determinate difficoltà. L’euro si è imposto a tal punto che, stando alle stime di Crédit Agricole e Mizuho International Plc., potrebbe a tendere persino privare il dollaro del proprio status di principale valuta di riserva a livello globale.

Tuttavia, la notizia principale degli ultimi giorni è stata il conseguimento di accordi strategici tra i leader degli Stati membri dell’UE in merito al bilancio dell’Unione per il periodo 2021-2027 e in merito al grandioso (750 miliardi di euro) piano di misure anticrisi per il risanamento economico.

In linea generale, di primo acchito, il quadro appare chiaro: finché i britannici punteranno sulla politica estera ignorando i reali problemi e muovendosi sui vecchi binari nei rapporti con l’UE, l’Europa continentale farà prova di solidarietà e sarà incline al compromesso.

È proprio così che descrive la situazione la stampa di settore che ha mostrato stupore per l’imminente immissione di fondi alquanto ingenti all’interno dell’economia europea.

In verità, i politici non sono altrettanto contenti. Sebbene Emmanuel Macron abbia definito “storico” il giorno del raggiungimento degli accordi, la maggior parte dei suoi colleghi ha condiviso posizioni ben più moderate. Secondo la presidente della BCE Christine Lagarde, l’accordo “avrebbe potuto essere migliore” e Angela Merkel l’ha definito “un compromesso doloroso, ma responsabile”.

Una simile reticenza è comprensibile. Il vertice è durato 4 giorni invece dei 2 previsti e ha gettato luce su controversie alquanto profonde tra i partecipanti, il che a un certo punto aveva messo in dubbio persino il raggiungimento stesso di un accordo. Le decisioni adottate alla fine ricordano non tanto un trionfo, quanto una pezza apposta alla bell’e meglio su una profonda ferita.

Tutti sono rimasti scontenti: sia i Paesi dell’Europa meridionali bisognosi di aiuti finanziari che si aspettavano di più, sia i Paesi settentrionali i quali dovranno sborsare i fondi, ma che speravano di cavarsela con molto meno.

Di conseguenza, mentre il commercio è in estasi per l’imminente pioggia di denaro che dovrebbe far ripartire l’economia mondiale in difficoltà, gli analisti politici prevedono un destino avverso per l’Europa unita.

Di fatto nella rivalità tra Gran Bretagna e UE si riflettono due approcci strategici alla risposta a una crisi sistemica che sono radicalmente diversi. I britannici hanno deciso di farcela da soli contando sul fatto che da soli sarebbero riusciti a semplificare le cose. L’Europa continentale, invece, ha preferito puntare sul fare fronte comune per rispondere alle sfide. Ma è già chiaro che dovrà profondere grandi sforzi anche solo per conservare l’unità interna.

Dunque, l’esito dei negoziati britannico-europei non è ancora deciso ed è troppo presto per decretarne un vincitore.

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