22:38 19 Ottobre 2020
Politica
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Il prossimo mese gli USA introdurranno il divieto di acquisto di prodotti dalle società che utilizzano tecnologie o componentistica di Huawei e di altri 4 produttori cinesi.

Le relative norme in materia di appalti pubblici entreranno in vigore il 13 agosto. Washington motiva questa decisione con la necessità di garantire la sicurezza nazionale in quanto, come sostengono gli USA, l’utilizzo di strumentazione delle società cinesi potrebbe generare una fuoriuscita di dati sensibili a favore di Pechino.

Questa decisione, come scrive la stampa asiatica, porrà le società giapponesi di fronte a una sfida complessa. Da un lato, gli appalti statali statunitensi nel 2019 si sono attestati a 580 miliardi di dollari e di questa somma 1,5 miliardi di dollari sono stati usati per acquistare prodotti dalle società giapponesi. Dall’altro lato, come stimato da Washington, i costi totali che dovranno sostenere i partner, una volta esclusi i fornitori cinesi, supereranno gli 80 miliardi di dollari. Inoltre, rimane poco tempo per soddisfare i requisiti imposti dagli USA.

A ciò si aggiunge la totale mancanza di chiarezza su ciò che Washington intenda esattamente per utilizzo dei prodotti di alcuni produttori cinesi. Dalle informazioni di pubblico dominio si evince che al bando finiranno i prodotti Huawei, ZTE, Hangzhou Hikvision Digital Technology, Zhejiang Dahua Technology e Hytera Communications. Ma quanto sono rigidi i divieti statunitensi? Non si potrebbero, ad esempio, impiegare commutatori dei produttori di cui sopra all’interno di reti aziendali? Oppure la presenza di telecamere Hikvision negli uffici delle società potrebbe anch’essa far scattare un campanello d’allarme? E se i dipendenti delle società fornitrici usassero telefonini personali Huawei: questo si può o non si può fare? Al momento a queste domande non c’è una chiara risposta.

Nippon Telegraph & Telephone sostiene che entro il termine indicato sostituirà tutte le strumentazioni made in China non approvate dagli USA. SoftBank Group ha dichiarato che sostituirà le strumentazioni impiegate nelle reti di telecomunicazioni, ma ha ammesso che i dipendenti della società utilizzano smartphone 5G della ZTE e che non intende sostituirli a breve termine.

La Cina non è solamente il più importante fornitore di componentistica, ma anche il principale mercato dello smercio di prodotti finiti o semilavorati dei produttori giapponesi. Il Giappone rifornisce Huawei di chip per miliardi di dollari. Le sanzioni imposte dagli USA contro le società cinesi sono finalizzate a contenere lo sviluppo tecnologico cinese, sostiene Zhou Yongsheng, docente all’Università cinese di relazioni internazionali. Tuttavia, gli alleati americani si trovano di fronte a una difficile scelta: sostenere importanti perdite economiche o perdere il sostegno politico degli USA, spiega l’esperto.

“Gli attacchi degli USA contro Huawei e altre società cinesi perseguono un unico obiettivo fondamentale: ostacolare lo sviluppo tecnologico e scientifico della Cina. Gli USA puntano a eliminare un concorrente. In quest’ottica un attacco a Huawei non è che un tentativo statunitense di conservare a tutti i costi e con tutti i mezzi lo status di leader tecnologico a livello globale. E a tal fine gli USA partono anzitutto dai propri interessi desiderando indurre i propri alleati ad esercitare pressione sulla Cina. Tuttavia, è universalmente noto che, ad esempio, le società giapponesi vendano a Huawei chip per 50-60 miliardi di yuan. Dunque i requisiti imposti dagli USA e ai quali si adeguano autorità e società giapponesi pongono Tokio dinanzi a una difficile scelta. Qualora il Giappone si allineerà con gli USA, sosterrà enormi perdite economiche. Qualora non lo farà, dovrà prepararsi a subire le pressioni americane per lungo tempo”.

Il tentativo statunitense di ostacolare lo sviluppo tecnologico cinese ha effetti collaterali negativi per molti partner statunitensi. Ad esempio, Taiwan Semiconductor Manufacturing Corporation per via delle sanzioni statunitensi contro Huawei potrebbe perdere il secondo maggior committente dopo Apple, dal quale proviene circa il 15-20% delle entrate di TSMC. Il produttore taiwanese ha dichiarato che da settembre interromperà le forniture di prodotti a Huawei. Anche la britannica ARM è stata costretta a interrompere la collaborazione con la società cinese. Colpite sono anche le imprese americane: il 60% del fatturato di Qualcomm, ad esempio, è legato al mercato cinese. L’anno scorso Huawei da sola ha comprato chip per più di 18 miliardi di dollari. Ma dopotutto ci sono anche altre società cinesi le quali, seppur meno di successo rispetto a Huawei, operano su larga scala. Tuttavia, le tensioni politiche di Washington con la Cina pongono l’intera imprenditoria mondiale in una situazione spiacevole. Una soluzione favorevole di fatto non esiste: o ci perde il mercato cinese o quello americano. Probabilmente gli USA continueranno a esercitare pressioni sui propri alleati per indurli a unire le forze nel contrasto alle imprese cinesi. E non sono in molti ad avere la forza di opporsi alla volontà degli USA, ritiene l’esperto.

“A mio avviso, data la situazione attuale, è poco probabile che gli alleati americani si oppongano alle richieste degli USA. Chiaramente gli alleati statunitensi dell’alleanza dei Cinque occhi (FVEY) seguiranno Washington passo passo. E anche il Giappone ha sempre seguito la linea statunitense quando si trattava di esercitare pressioni su Huawei. Alcuni Paesi occidentali come la Germania stanno tentando invece di conservare la propria relativa indipendenza. Ma persino della Germania al momento è difficile dire se riuscirà a esprimere liberamente il suo dissenso con la posizione statunitense”.

La Germania sta davvero cercando di rimanere neutrale per quanto possibile. Da quando la cancelliera Angela Merkel si è insediata nel 2005, le esportazioni tedesche in Cina sono di fatto quintuplicate raggiungendo i 110 miliardi di euro. Pertanto, nonostante la pressione politica esercitata da Washington, Berlino non si affretta di certo ad assecondare gli USA, ma desidera salvaguardare gli interessi delle imprese tedesche. Infatti, le autorità tedesche alcuni giorni dopo la decisione britannica di escludere Huawei dalle reti di telecomunicazioni entro il 2027 hanno dichiarato che al momento non vi è motivo di irrigidire la politica adottata nei confronti della società cinese. La stessa Merkel si è astenuta dal rendere dichiarazioni eccessivamente brusche nei confronti di Pechino relativamente all’adozione della Legge sulla sicurezza nazionale di Hong Kong. Per questo motivo, tuttavia, Merkel è stata criticata anche dai propri alleati della CDU.

Ad oggi è difficile dire se Washington riuscirà anche in futuro a coinvolgere altri Paesi nei suoi programmi anticinesi. Da un alto, la situazione della Gran Bretagna, che per lungo tempo si era opposta, è emblematica. Londra ha cercato di trovare un compromesso per far contenta Washington e non danneggiare troppo se stessa, ma in ultima battuta a pagarne il prezzo sarà comunque la Gran Bretagna.

E alla luce dell’attuale crisi a nessuno servono ulteriori spese. Stando alle previsioni di Deloitte, ad esempio, il PIL dell’eurozona a fine anno registrerà comunque una contrazione del 7,5%.

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