10:34 05 Agosto 2020
Politica
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Sul confine tra Armenia e Azerbaigian ricominciano le sparatorie. Dopo gli ultimi 30 anni notizie di questo tipo non sorprendono più il lettore. Infatti, gli spari dell’artiglieria sul confine tra le due repubbliche si sentivano già quando quel confine non era ancora nemmeno di Stato.

A quell’epoca vivevano insieme all’interno di un’unica entità statale, ma già si percepivano i primi focolai di un conflitto che poi effettivamente scoppiò con foga quando crollò l’URSS. Oggi armeni e azeri si sparano l’uno contro l’altro non nella regione del Nagorno-Karabakh, ma molto più a nord. Ad ogni modo, questo conflitto continua a incidere direttamente sugli interessi nazionali della Russia. È probabile che si scateni un conflitto di grande portata nella regione del Caucaso? In tal caso cosa dovrà fare la Russia?

Per comprendere questi eventi, è necessario perlomeno ricordare che proprio la questione del Nagorno-Karabakh inferse il primo grande colpo all’integrità dell’Unione sovietica: infatti, proprio a partire dal febbraio del 1988 prese inizio il processo di estinzione dell’URSS. Per alcuni mesi in quel periodo nel Karabakh vi furono disordini e cominciarono dei conflitti nazionalistici. Il parlamento della regione autonoma del Nagorno-Karabakh si rivolse ai dirigenti dell’URSS e, in particolare, a Gorbachev chiedendo la trasmissione dell’autonomia dalla Repubblica socialista sovietica di Azerbaigian a quella di Armenia. All’epoca ormai da tempo non si erano verificati altri casi di spostamento dell’autonomia da una repubblica ad un’altra, tantomeno a seguito di una pressione proveniente dal basso. Dunque, i dirigenti dell’amministrazione centrale cercarono di appianare il dissidio, ma lo fecero goffamente e il popolo della regione autonoma non percepì l’impegno di Mosca. Gli armeni contavano di sfruttare la perestroyka per ripristinare ciò che credevano spettasse loro di diritto in termini storici, ossia riunificare le terre armene e gli armeni di Karabakh e Armenia in un’unica repubblica.

I disordini aumentarono e ben presto vi furono le prime vittime. Gli azeri cominciarono a fuggire dall’Armenia e dal Karabakh e gli armeni dall’Azerbaigian. Alla fine, se prima in Azerbaigian vivevano degli armeni, ora non ve n’erano praticamente più. Allo stesso modo, se in Karabakh vi erano molti azeri, non ve ne rimasero più. L’Armenia vinse il conflitto all’inizio degli anni ’90 conseguendo la separazione dall’Azerbaigian non solo della maggior parte del Karabakh, ma anche di alcune regioni dislocate tra quest’ultimo e l’Armenia stessa (infatti, non sarebbe stato possibile garantire la sicurezza del Karabakh senza queste regioni). Tuttavia, dal punto di vista formale il Karabakh non solo non costituisce parte dell’Armenia, ma quest’ultima non lo riconosce nemmeno come nazione indipendente (Repubblica dell'Artsakh o del Nagorno-Karabakh).

Naturalmente l’Azerbaigian non ha superato la perdita delle proprie terre a maggior ragione dal momento che il Karabakh e gli altri territori rimangono di competenza azera dal punto di vista del diritto internazionale.

Gli azeri credono che prima o poi si riprenderanno le terre perdute, mentre gli armeni sono convinti del fatto che riusciranno a mantenerle proprie. A cadenza periodica sul confine tra i due Paesi si verificano sparatorie che talvolta assumono la forma di operazioni armate di maggiore portata: l’ultima operazione di questo genere si è verificata nel 2016 e oggi assistiamo di nuovo ad una escalation del conflitto. Come dovrebbe comportarsi la Russia a fronte di tutto ciò?

Negli ultimi anni la Russia ha tentato diverse volte di riappacificare le sue due ex repubbliche dell’Unione, ma senza alcun risultato. Infatti, le parti coinvolte devono volere trovare un compromesso o almeno fare i primi passi per conseguirlo. Tuttavia, la parte armena non è affatto incline a farlo. Infatti, teme di dover restituire all’Azerbaigian anche parte di quelle regioni dislocate tra il Karabakh e l’Armenia, il che significherebbe fornire al nemico la piazza d’armi per attaccare in futuro il Karabakh. Dal canto suo, invece, l’Azerbaigian è convinto che il tempo giocherà a suo favore. Una popolazione quattro volte più numerosa, un PIL molto superiore, ingenti spese militari e il sostegno, seppur ufficioso, della comunità internazionale sono i motivi per cui l’Azerbaigian ritiene che l’Armenia non potrà mantenere in eterno i territori conquistati. L’Armenia stessa sa bene che il rapporto di forze non gioca a suo favore, ma gli armeni hanno un asso nella manica.

Senza questo jolly già da tempo avremmo assistito a una guerra. Quest’asso nella manica è la Russia. In Armenia, infatti, è dislocata una base militare russa e la repubblica fa parte dell’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva, ossia è un alleato militare della Russia.

Tuttavia, questo è il punto di vista della parte armena: infatti, il fatto che la Russia abbia interessi in Transcaucasia non determina necessariamente che, ove necessario, si ponga come garante della sicurezza dell’Armenia. La Russia ha bisogno di intrattenere buoni rapporti con entrambe le parti coinvolte: né l’Azerbaigian né l’Armenia devono nemmeno pensare all’eventualità di un conflitto armato. Dopotutto, oltre ad essere distruttivo per entrambe le parti, un simile conflitto danneggerebbe anche la Russia. Infatti, nessun conflitto in Transcaucasia soddisfa gli interessi nazionali della Russia e questo lo capiscono bene sia Baku sia Erevan. Per i due Paesi la Russia è non solo il principale partner e alleato, ma anche il garante della loro esistenza in quanto tali. Se togliessimo la Russia, domani entrambe le repubbliche comincerebbero una battaglia folle che le porterebbe a distruggersi vicendevolmente. Il Karabakh è già stato l’elemento che ha innescato il crollo dell’URSS. Vale davvero la pena che nuove tensioni in questa regione distruggano due repubbliche eredi dell’URSS?

Come è possibile uscire da questo vicolo cieco? L’unica via ragionevole è la graduale re-integrazione di Armenia e Azerbaigian non solo con la Russia, ma anche tra loro stesse. In altre parole, si auspica un loro riavvicinamento nel contesto dell’Unione eurasiatica. L’Armenia fa parte dell’Unione eurasiatica, mentre l’Azerbaigian per ora se ne sta in disparte non chiaramente per motivazioni economiche, ma di visione dello spazio post-sovietico in quanto tale. All’interno dell’unica nazione in cui prima o poi si tramuterà l’Unione eurasiatica è possibile trovare un compromesso sul Karabakh: mediante lo scambio di territori, il rimpatrio parziale di migranti e una politica di sicurezza comune. Armeni e azeri non sono destinati a lottare per sempre gli uni contro gli altri: infatti, nonostante le numerose vittime e i milioni di migranti, vi è un luogo in cui i due popoli possono rispettarsi a vicenda in maniera pacifica. Questo luogo non è il Karabakh, ma la Russia. Oggi, infatti, la Russia ospita milioni di armeni e azeri che sono sia cittadini russi sia cittadini di queste repubbliche.

Baku ed Erevan possono chiaramente aspettare quanto vogliono il momento opportuno per avviare una guerra, ma si tratterebbe di un vicolo cieco. Finché esisterà la Russia, non vi sarà alcuna guerra fra di loro. Se non vi fosse la Russia o se la Russia improvvisamente per qualche ragione lasciasse il Caucaso, entrambi i popoli ne rimpiangerebbero amaramente la presenza. Nessun attore esterno sarebbe in grado di assicurare non solo la tregua, ma nemmeno una tregua duratura tra le due repubbliche: infatti, per i player esterni la Transcaucasia sarà sempre e solo un campo di gioco contro le grandi nazioni confinanti, ossia Russia, Turchia e Iran. Ma di queste tre nazioni soltanto la Russia è in grado di fare da garante della pace nella regione: infatti, la stessa Turchia è troppo indifferente nei confronti dell’Azerbaigian.

A tal proposito, come interpretare le dichiarazioni di ieri dei dirigenti turchi? Mentre non sorprende che Erdogan abbia accusato l’Armenia delle recenti tensioni (in realtà sono entrambe le parti ad essere colpevoli), sono però le parole del ministro turco della Difesa Hulusi Akar a rivelarsi alquanto fuori luogo. “Ci porremo a fianco delle forze armate azere, sosterremo i nostri fratelli rispettando il principio una nazione, due Stati”, ha dichiarato il ministro. È davvero difficile interpretare questa come una dichiarazione di pace. Nonostante la vicinanza tra turchi e azeri, Baku non ha bisogno di simili dimostrazioni di solidarietà e aiuto: infatti, per evitare una guerra in Transcaucasia, è sufficiente l’influenza della Russia che consciamente non prende le parti di nessuna dei soggetti coinvolti nel conflitto, evitando così di contribuire alla escalation di quest’ultimo.

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