21:45 12 Luglio 2020
Politica
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Sebbene ad oggi non sia ancora chiaro se Israele porterà avanti il suo progetto di estendere la propria sovranità alla Cisgiordania, i media israeliani stanno già stimando le perdite.

Infatti, questa mossa costringerà lo Stato ebraico a spendere per garantire la sicurezza e l’integrazione dei palestinesi. Ma Israele non può stanziare tutto questo denaro.

Lunedì il ministro della Difesa Binyamin Gantz ha dichiarato che il primo luglio, il termine ultimo per l’estensione della sovranità di Israele ad alcune aree della Cisgiordania, non è in realtà una “data sacra”. Gantz ha, infatti, sottolineato che il suo obiettivo primario è risolvere le problematiche legate al COVID-19 e non annettere nuovi territori.

Sebbene il piano della “annessione” sia già all’ordine del giorno, Gantz intende anzitutto occuparsi della pandemia che ha provocato un crollo dell’economia israeliana e ha fatto registrare un’impennata della disoccupazione. Dopodiché intraprenderà i passi necessari per indurre lo Stato ebraico a sostenere spese che al momento il Paese non può permettersi di affrontare.

È difficile stimare quanti fondi servano a Israele per attuare il progetto di estensione della sovranità, anzitutto perché ad oggi non si sa se il primo ministro Benjamin Netanyahu porterà avanti il progetto e, anche se lo facesse, non conosciamo né la portata dell’annessione né il numero di palestinesi che verranno assimilati.

Tuttavia, secondo le stime, se il primo ministro porterà avanti il piano, Israele dovrà immettere nella propria economia miliardi di dollari per far sì che questo ambizioso progetto rimanga a galla.

Un prezzo alto per la “annessione”?

Inizialmente Israele dovrà fare i conti con la minaccia delle sanzioni eventualmente comminate dai Paesi occidentali. Sebbene la questione relativa al consenso tra gli Stati membri dell’UE non sia all’ordine del giorno, la decisione vera e propria circa l’estensione della sovranità di Israele potrebbe indurre il blocco occidentale a riflettere sul fatto che tale decisione potrebbe altresì generare un decremento del rating creditizio del Paese e un contestuale incremento dei tassi di interesse.

In secondo luogo, una simile mossa avrebbe gravi conseguenze a livello di sicurezza e richiederebbe ingenti investimenti nel bilancio della sicurezza nazionale che nel 2019 si è attestato a poco più di 20 miliardi di dollari. Accanto a Russia, USA e Arabia Saudita, Israele rientra tra i Paesi con le spese militari pro capite maggiori. E la situazione si conserverà tale se i palestinesi rimarranno fedeli alle proprie promesse di “incendiare” la Cisgiordania e la striscia di Gaza.

Israele sa bene quale danno economico sono in grado di arrecare i disordini e l’instabilità. Infatti, vent’anni fa dopo la Seconda Intifada lo Stato ebraico ha subito perdite significative: crollo del PIL, decremento dei flussi turistici, riduzione della produzione nei settori agricolo e tecnologico.

Anche il conflitto Israele-Striscia di Gaza e l’Operazione Margine di protezione del 2014 hanno influito sulla situazione economica del Paese: infatti, prima di allora la crescita economica annua si attestava al 3% e dopo quegli eventi (nel terzo trimestre dell’anno) è scesa allo 0,4%.

Questa volta, avvertono gli esperti, la situazione non sarà diversa. Israele dovrà fare i conti con un duro scontro anche armato. Questo inevitabilmente arrecherà danni al settore del turismo già in difficoltà per via della pandemia. Inoltre, lo Stato ebraico si troverà costretto a stanziare miliardi per difendere i suoi nuovi confini. Questo ambizioso progetto potrebbe costare a Israele fino a 8 miliardi di dollari.

Tuttavia, le spese non si limiteranno solamente agli aspetti relativi alla sicurezza. Se Israele deciderà di estendere la propria sovranità all’Area C della Cisgiordania dove vivono circa 200.000 palestinesi, dovrà anche occuparsi di questi civili stanziando ad esempio risorse per la loro formazione, salute e previdenza sociale.

Non si sa quanti siano di preciso i palestinesi che saranno inglobati dallo Stato ebraico, ma, stando alle stime, per accogliere 66.000 palestinesi sarà necessaria una iniezione annuale di denaro pari a circa 377 milioni di dollari. Questi fondi saranno impiegati per soddisfare le loro necessità in materia di istruzione e salute.

Ma importanti spese dovranno essere sostenute anche dal sistema giudiziario. Ad oggi i palestinesi residenti nell’Area C hanno dovuto fare ricorso a giudici propri senza interpellare dunque l’apparato militare israeliano il quale ha giudicato i palestinesi solamente nelle cause che vedevano implicati cittadini israeliani.

Anche questa situazione muterà alla luce della “annessione” prevista. L’inglobamento di migliaia di palestinesi eserciterà maggiori pressioni sul sistema giudiziario israeliano che già prima dell’ingresso di nuovi cittadini presentava numerose carenze per via dell’insufficienza di personale.

Un duro colpo per i palestinesi?

Tuttavia, i contribuenti israeliani non saranno i soli a farne le spese. Anche i palestinesi saranno colpiti. Al momento le società edilizie e gli insediati israeliani che intendono costruire nell’Area C devono seguire un lungo e complesso iter burocratico, il che rallenta in maniera significativa il progetto israeliano di espansione.

L’estensione della sovranità su questo territorio cambierà la situazione rendendo quest’area più accessibile agli israeliani. Probabilmente questi ultimi ne approfitteranno per ridurre al minimo il numero di centri abitati e appezzamenti di terra palestinesi.

Una situazione analoga si osserverà anche in materia di sfruttamento delle risorse idriche e naturali della regione. Le cave estrattive rappresentano la principale fonte di reddito di molti palestinesi che utilizzano le pietre per l’attività edilizia. La presenza in via ufficiale dello Stato di Israele in quest’area complicherà ulteriormente l’accesso dei palestinesi a queste risorse, mettendo dunque a repentaglio il loro sostentamento.

Consci dei rischi poc’anzi esposti e sapendo che questa mossa di Israele porrà fine alla loro volontà di indipendenza, i palestinesi hanno già dichiarato che qualsivoglia misura adottata in via unilaterale da Israele potrebbe portare allo scioglimento dell’Autonomia palestinese che, sebbene alcuni sostengano il contrario, sta alla base della riuscita del piano.

E sebbene i piani di Benjamin Netanyahu non siano ancora stati confermati, i palestinesi sperano che possano cambiare la situazione agendo a livello di possedimenti terrieri e di dialogo con Israele, qualora il primo ministro rinunci al progetto di estensione della sovranità. 

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