22:58 04 Agosto 2020
Politica
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Tradizionalmente considerata un fedele alleato di Israele, la piccola comunità drusa che rappresenta meno del 2% della popolazione del Paese ora sembra essere in rotta di collisione, passando dal sostenere Likud a partiti più a sinistra.

Gli incontri amichevoli si svolgono spesso nella casa di Salim Firro, un settantasettenne druso del villaggio di Sajour, nell’area settentrionale di Israele. Sono diventati più frequenti a seguito della decisione di indire elezioni anticipate all'inizio di marzo.

In passato, dice Salim, il gruppo (composto da 10 persone) era abbastanza unito: la maggior parte di loro votava per Likud guidato dal primo ministro Benjamin Netanyahu o per altri partiti di destra.

Ora, però, i membri del gruppo etno-religioso sono delusi e vogliono un cambiamento:

Ora, ad ogni modo la situazione è cambiata. "Netanyahu è al potere da più di un decennio. Che cosa ha fatto? Vuole trasformare questo Paese in uno Stato solo per il popolo ebraico, approvando leggi che discriminano le minoranze", ha dichiarato Jaber Asakla, un parlamentare del partito della Lista araba comune che ha partecipato al raduno.

Non molti si identificano nel punto di vista di Asakla. Alle elezioni del settembre 2019, oltre l'84% dei drusi (ossia solo l'1,6% della popolazione totale del Paese) ha votato a favore dei partiti ebraici. Tuttavia, oltre il 50% di loro ha votato per la Blu e Bianco, una coalizione liberale centrista guidata dall'ex capo di Stato maggiore Benny Gantz.

Meno del 20% dei drusi ha votato per la Lista Araba Comune, considerata un partito che non solo contrasta le politiche dell'attuale governo, ma che molto spesso si oppone all'esistenza stessa dello Stato di Israele.

Per la maggior parte dei drusi questo è un confine invalicabile. Dopo la guerra d'indipendenza di Israele del 1948 i drusi palestinesi divennero parte integrante dello Stato ebraico. A differenza dei loro correligionari in Siria e in Libano, i drusi palestinesi erano prevalentemente rurali e quindi poco esposti al nazionalismo arabo che influenzò molti intellettuali drusi negli Stati vicini.

Per trasformarli in alleati di Israele, il neonato Stato istituì un comitato interministeriale il cui unico ruolo era quello di integrarli nella società israeliana e di separarli dai loro vicini arabi.

Nell'ambito di questa iniziativa nel 1948 fu deciso che i drusi potevano arruolarsi volontariamente nell'esercito israeliano; dal 1956 il servizio militare divenne per loro obbligatorio, a differenza delle minoranze arabe, che non hanno nemmeno il diritto di arruolarsi nell'Esercito.

"Ovunque nel mondo i drusi sono arabi, solo qui siamo diversi", ha spiegato Asakla aggiungendo che questa iniziativa è stata una parte della politica israeliana di divide et impera ancora oggi in auge.

 "Quest’approccio ha disatteso le aspettative dei drusi. Questi hanno capito che Netanyahu non vuole la pace con nessuno, né con i palestinesi né con il suo stesso popolo. Infatti, continua a dividere in blocchi di destra e di sinistra".

Rimanendo a destra:

Non tutti erano d'accordo. Nidal Ibrahim, un attivista druso del partito Likud, sostiene che il governo di Netanyahu ha fatto molto per le comunità arabe e druse del Paese.

Nel 2015, ad esempio, il premier ha approvato un budget di 4 miliardi di dollari volto a sviluppare il settore produttivo arabo e a ridurre il divario finanziario tra la popolazione ebraica e quella araba.

Netanyahu, sostiene Nidal, ha anche svolto un ruolo fondamentale nel migliorare l'immagine di Israele nel mondo e nell’instaurare legami con paesi che in precedenza erano stati ostili a Israele, compresa l'Arabia Saudita.

"Netanyahu ha ragione nel legarsi a Riyadh e nel contrastare le attività dell'Iran nella regione. La Repubblica islamica rappresenta una minaccia per l’esistenza di Israele e deve essere arginata perché, se così non fosse, i primi a pagarne il prezzo saremo noi drusi", ha dichiarato Nidal, riferendosi alla persecuzione delle minoranze in Medio Oriente.

Eppure, nonostante questi risultati, il sostegno a Likud tra i drusi è calato nel tempo. Nel 1996 il sostegno della comunità a Netanyahu raggiunse il suo apice quando 22.000 drusi (sugli 80.000 che hanno diritto di voto) hanno votato a favore del partito del premier. Nell'aprile 2019 i voti per Likud sono stati solo di circa 14.000 persone.

Nidal non attribuisce la colpa alla controversa legge dello Stato-nazione approvata nel luglio 2018 la quale riconosceva Israele come la patria del popolo ebraico, ma trascurava di menzionare le minoranze del Paese. Piuttosto, proprio come lo stesso Netanyahu, che ora è coinvolto in una serie di casi di corruzione, incolpa i media per la parzialità nei confronti del primo ministro.

“Netanyahu è il primo ministro più perseguitato di tutti i tempi. I media e alcuni circoli di sinistra gli danno la caccia. Tutti complottano per rovesciarlo".

Un altro sostenitore di Likud, Nuhad Ibrahim, ha appoggiato le affermazioni di Nidal, aggiungendo che poiché "la sinistra non può deporre il primo ministro in maniera democratica [cioè vincendo le elezioni] usa espedienti e stratagemmi per farlo".

Se riusciranno a farlo, sostiene Nidal, la sicurezza di Israele subirà un duro colpo. "Viviamo in un'area molto problematica chiamata Medio Oriente. Conosco personalmente Gantz, ma gli manca l'esperienza e lo spirito politico per governare un Israele circondato da nemici".

Nel Sud il Paese sta affrontando la minaccia di Hamas, che mette in discussione la sicurezza del Paese fin dai primi anni 2000. A Nord lo Stato ebraico deve affrontare gli Hezbollah, la milizia sciita alleata dell'Iran. Inoltre, il Paese deve fare i conti con gli attacchi militari perpetrati dai palestinesi, infuriati per la continua espansione di Israele in Cisgiordania.

Come molti altri sostenitori di Likud, Nuhad crede che l'unico modo per gestire le minacce sia l'uso della forza militare israeliana e la repressione dei militanti.

Ma Salim Firro, che aveva cinque anni quando lo Stato di Israele fu fondato e che ha vissuto tutti i governi dello Stato ebraico, non è d’accordo e crede che Tel Aviv non dovrebbe essere coinvolta in conflitti sanguinosi.

"Israele non dovrebbe tentare di risolvere il conflitto israelo-palestinese. È fuori dal nostro controllo. Dovremmo lasciare che siano gli Stati Uniti a gestire la situazione".

La principale preoccupazione di Firro non è la sicurezza del Paese, ma piuttosto il decadimento morale di Israele.

"In passato lo Stato ebraico aveva dei leader dignitosi. Quei giorni sono finiti. Tutto ciò che abbiamo ora è la corruzione. Non ho nulla contro Netanyahu, ma deve essere sostituito e non credo che una nazione con 9 milioni di anime solo in Israele non riesca a trovare un sostituto adeguato".
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