00:45 20 Ottobre 2020
Politica
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"Siamo una rivolta pacifica. Dare una cornice è come mettere confini al mare".

Mattia Santori, Roberto Morotti, Giulia Trappoloni e Andrea Garreffa, i fondatori del movimento delle “Sardine” hanno scritto una lettera a Repubblica.

“Caro direttore, il 14 novembre eravamo quattro trentenni come ce ne sono tanti in Italia” inizia la lettera. 

“Dopo poche ore piazza Maggiore sarebbe stata strabordante di Sardine. In una misura che nessuno prevedeva, tantomeno noi. (...) Il 15 novembre eravamo quattro trentenni come ce ne sono tanti in Italia. Ma il telefono squilla e su Facebook spuntano i primi tre eventi spontanei: Modena, Firenze, Sorrento”.

I ragazzi scrivono di come successivamente abbiano deciso “che l'Emilia Romagna non è la sola terra in cerca di un modo per esprimere un sentire diffuso” e che per questo motivo hanno dato vita “a un coordinamento nazionale, con l'obiettivo di favorire lo sviluppo di un fenomeno culturale e sociale di resistenza all'avanzata del populismo e dei suoi meccanismi di attecchimento”.

Nella lettera si sottolinea come questo movimento abbia avuto vita grazie ai social e di come il ruolo svolto da essi sia stato fondamentale per l’internazionalizzazione di questo affermando che “la forza delle Sardine è collegare il virtuale al reale, e non c'era niente di meglio che favorire la nascita di un fenomeno sociale fatto d'individui in carne e ossa, capaci di mostrare che le piazze, virtuali e reali, sono di tutti”.

Poi si sostiene che “nonostante gli attacchi e le sirene del populismo, (...) le persone si sono fidate, hanno continuato a fidarsi. E lo hanno dimostrato diventando Sardine e riempiendo le piazze”.

“L'Italia è nel mezzo di una rivolta popolare pacifica che non ha precedenti negli ultimi decenni” affermano i ragazzi nella lettera a Repubblica.

Poi sostengono di non volersi trasformare in un partito in quanto a detta loro "sarebbe un oltraggio a ciò che è stato e che potrebbe essere" e "non perché i partiti siano sbagliati, ma perché veniamo da una pentola e non è lì che vogliamo tornare".

"Chiedere che cornice dare a una rivolta è come mettere confini al mare. Puoi farlo, ma risulterai ridicolo. Noi ci chiediamo ogni giorno come fare, e ci sentiamo ridicoli, inadatti e impreparati... ma finalmente liberi" concludono i quattro organizzatori nella lettera indirizzata a Repubblica.

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