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19:31 22 Agosto 2019

In Tunisia è nato un partito di militari deciso a cambiare la situazione

© Sputnik . Safwene Grira
Politica
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Si chiama “Agissons pour la Tunisie” il nuovo partito creato da ex ufficiali per proteggere i principi di dignità e giustizia sociale. Il leader intervistato da Sputnik.

“Agissons pour la Tunisie” è un nuovo partito creato da ex ufficiali. In un primo tempo suscitò il malcontento dell’esercito tunisino che non era stato ufficialmente interpellato circa l’idea di creare una nuova formazione politica, tuttavia in seguito gli alti funzionari militari sono stati soddisfatti del risultato. Questa novità politica appare particolarmente rilevande all'indomani della morte del presidente della Tunisia, Beji Caid Essebsi.

Il segretario generale del partito, Mustafa Saheb-Ettabaa, ha rilasciato a Sputnik la presente intervista. Mustafa Saheb-Ettabaa, nato in un’importante famiglia borghese tunisina, entrò nell’Accademia militare nel 1978 seguendo, come ha affermato, la sua vocazione. Nel 1996 lasciò l’esercito per dedicarsi agli affari. Nel 2011 Ettabaa entrò in politica con il neonato partito di sua creazione La Concorde che tuttavia non superò la soglia elettorale delle votazioni per l’assemblea costituente.

A novembre 2018 con un gruppo di ex ufficiali Ettabaa ha fondato il partito Agissons pour la Tunisie che in nuce era già nato nel 2015. La comunità tunisina e internazionale, tuttavia, è venuta a sapere dell’esistenza del partito solamente dopo la prima conferenza stampa del 10 luglio.

Ettabaa ha spiegato in un’intervista rilasciata al corrispondente di Sputnik nell’ufficio del partito a Tunisi che, sebbene la creazione di un partito simile in un Paese arabo in cui i militari sono da sempre lontani dalla politica sia un evento insolito, ciò è del tutto legittimo. Infatti, una volta presentate le dimissioni all’esercito, i militari diventano cittadini comuni. Per questo, i fondatori del partito non hanno richiesto un’autorizzazione preliminare ai dirigenti militari. Secondo il nostro interlocutore, i dirigenti sono favorevoli alla creazione di un partito che intenda sostenere le esigenze sociali dei militari e che propugni il principio di “potere forte e unico” per ognuna delle diramazioni del potere in luogo del sistema attuale che si basa invece sulla condivisione dei poteri. Nel sistema vigente i partiti politici, infatti, svolgono un ruolo eccessivo.

- Ci potrebbe parlare della Sua carriera politica e spiegarci per quale motivo ha lasciato l’esercito?

- Vengo da una famiglia che ha fatto la storia della Tunisia. Sin da piccolo a casa mi sono avvicinato alla storia del movimento nazionalista. Terminata la scuola, sono entrato per vocazione in Accademia militare dove, secondo i miei compagni e il direttore, ho fatto una carriera modello. Ho lasciato l’esercito nel 1996 nonostante le brillanti prospettive che si chiudevano alle mie spalle perché non riuscivo più a sopportare le difficili condizioni di lavoro dal punto di vista sociale: basso stipendio, distanza dalla famiglia. In altri Paesi sono state trovate possibilità di colmare la distanza che separa i militari dalla loro famiglia.

- Le richieste sociali dell’esercito sono prioritarie per il Suo partito?

- Sono decisive. Dobbiamo sostenere queste richieste.

- Dunque, è una questione che non può essere rimandata? Non porterà forse a un brusco cambio di umori che potrebbe minacciare il potere centrale come è avvenuto in altri Paesi?

- Teoricamente è possibile. Ma in realtà non accadrà perché i militari tunisini sono troppo disciplinati e patriottici per fare una cosa del genere. Tuttavia, ciò non vuol dire che i dirigenti politici non debbano preoccuparsi del benessere dell’esercito.

- Quali fattori hanno spinto alla creazione di questo partito nel novembre del 2018?

- Il progetto è nato nel 2011, ma allora i fondatori del partito erano ancora in servizio. Il progetto ha cominciato ad essere delineato più concretamente tra il 2016 e il 2017. Il partito è stato creato da un gruppo di ex militari leali, veri e propri patrioti, che avevano servito l’esercito per 40 anni, mossi non da ambizioni politiche, ovvero non miravano ad alte cariche. Decisero di continuare a combattere per la patria ma in altro modo. Quindi, non siamo disertori. Al contrario, siamo necessari al Paese e sarebbe deplorevole rimanere in disparte.

- Quando dice che a voi non interessano le alte cariche, intende che non puntate ad avere il potere, ma solo a cambiare la situazione?

Il nostro obiettivo è presentare la nostra idea, il nostro progetto di società. I tunisini devono riconquistare la loro libertà e dignità. Al momento non è così perché è solo una minoranza a godere dei vantaggi del sistema. La Tunisia deve rialzarsi, diventare indipendente e avere la possibilità di soddisfare le proprie esigenze: elementari e secondarie. Al momento la stragrande maggioranza dei tunisini non ha questa possibilità.

- Parlando della minoranza al potere, sta facendo eco al rappresentante dell’UE in Tunisia che di recente ha denunciato il monopolio di alcune famiglie tunisine…

Io ne avevo parlato molto prima di lui, già nel 2011. È proprio così. Il Paese è governato da una minoranza. E di esempi ce ne sono a bizzeffe: in qualsiasi settore economico il monopolio è detenuto da poche persone.

- Ma questa non è una caratteristica esclusiva della Tunisia?

Sì, ha ragione. Ma la Tunisia è un Paese piccolo in cui una differenza di stile di vita assume proporzioni importanti sulla popolazione. Si ricordi cosa è successo domenica 14 luglio a Gasfa (nel Sud-Est del Paese, ndr). È stata tolta l’acqua nonostante l’afa che ha toccato i 50°. E la conseguenza è stata un’invasione di scorpioni e vipere nella città! E ora provi a confrontare questo con ciò che accade a Gammarth (sobborgo a nord di Tunisi, nd) dove gli abitanti del luogo cambiano l’acqua alle loro piscine due volte al giorno”. 

- Sì, ma i rappresentanti dei 200 partiti politici tunisini non diranno il contrario. Anche i loro programmi sono fondati sui principi di dignità e giustizia sociale. Perché le vostre proposte sono originali?

- L’originalità si trova nei fondatori stessi del partito. Le nostre parole si traducono in fatti. Non facciamo promesse a vuoto, noi. Quando parlo di libertà e dignità, mi riferisco al fulcro del nostro movimento. Ma per conquistare la libertà e la dignità, è necessario cambiare il sistema. Per questo il nostro obiettivo è vincere alle parlamentari. Ma non da soli. Da soli non potremo avere la maggioranza. Dunque, cercheremo di stringere un’alleanza in assemblea per cambiare il sistema oggi in vigore che è inconsistente per diverse ragioni”.

- Altri partiti fondati da personalità di spicco perseguivano il medesimo obiettivo. Ma quando hanno cominciato a stringere alleanze, questi principi sono piano piano venuti meno. Lei ha creato il suo partito da poco. Ma verso ottobre o novembre, quando si terranno le parlamentari e le presidenziali, le alleanze da Lei strette ingloberanno il partito e la vostra visione del Paese potrebbe non essere più perseguibile.

- Noi abbiamo comunicato la creazione del partito solamente quando siamo stati pronti. Ad oggi abbiamo sostenitori in tutte le 24 province del Paese. Lei ha ben osservato che valorizziamo la nostra specificità. Se fosse altrimenti, perderemmo la nostra originalità. Finora non è mai esistito un partito costituito da ex ufficiali dell’esercito. Tra l’altro, per questo siamo stati criticati molto e senza ragione. Desideriamo che i valori che difendiamo trovino spazio a livello politico, dove al momento sono ignorati.

- Lei afferma che il vostro movimento sta distruggendo l’ordine prestabilito. Ma Lei fa strategia su questo. Dopotutto dal 2011 l’esercito è l’unica istituzione della quale i tunisini continuano a fidarsi…

Assolutamente sì. Proprio per questa ragione, tutti ci rispettano e ci sostengono.

- Cos’è che attira i vostri sostenitori?

Molto sinceramente penso che si ricordino che noi tuteliamo l’onestà, la dedizione e la verità. Ad ogni modo questo è quello che affermano i nostri sostenitori. Dicono che non ci lasciamo corrompere e non mentiamo loro.

- Ad oggi quanti sono gli iscritti al partito?

Non ricordo quanti siano, ma siamo presenti ovunque. Per noi è importante non tanto il numero di iscritti, quanto il numero di persone che potenzialmente voteranno per noi.

- Saprebbe fare una stima del numero dei potenziali elettori?

Come ho già detto siamo presenti in tutte le province del Paese. Si percepisce che la gente si sta avvicinando a noi. Inoltre, non bisogna dimenticarsi dei militari già pensionati e dei membri delle famiglie dei militari ancora in servizio.

- Dunque, alle elezioni contate anche sull’appoggio dei vostri?

- Siamo pragmatici. In linea teorica le famiglie dei militari e i militari in pensione voteranno per noi anche se non intendiamo includere nelle liste elettorali esclusivamente militari. Vi saranno anche giovani e donne perché il partito non è un’esclusiva dei militari. È un partito civile del quale può far parte qualunque cittadino, di qualunque fascia sociale.

- Lei fa strategia sulla disciplina e sulla rigidità, due qualità squisitamente tipiche dell’esercito mentre tutti i governi a partire dal 2011 sono stati accusati di mancanze a livello di ordine e risolutezza.

- Chiaramente. Noi siamo militari. Non lo nasconderemo. Io vado molto fiero del mio titolo da ufficiale. Sono i nostri principi. Bisogna rendersi conto del fatto che chi ha servito l’esercito per 40 anni non possa cambiare se stesso e il proprio stile di vita in un batter d’occhio. I tunisini hanno bisogno di un governo forte, giusto e sovrano. La Tunisia ha bisogno di comandanti. Il nostro problema riguarda la gestione e la leadership anche se il nostro Paese ha tutte le risorse necessarie per far fronte a questi problemi.

- Ma come Lei sa, la Tunisia ha le proprie tradizioni. Habib Bourghuiba diceva spesso: “i militari stiano in caserma!”. Il Suo approccio non può lasciare indifferenti.

- Certo, perché abbiamo fatto qualcosa di totalmente nuovo.

- Lei, così come gli ex ufficiali, probabilmente ha dei conoscenti nell’attuale direzione dell’esercito. Cosa ne pensano della Sua iniziativa?

Hanno un’opinione estremamente positiva. A loro avviso, gli ufficiali sono l’élite del Paese, nonché una riserva di forze. A tal proposito, ci si può solo dispiacere del fatto che non vengano più considerati dopo essere andati in pensione. Ad esempio, ad oggi vi sono almeno 10 capi generali in pensione che potrebbero fornire consulenze gratuite a qualsiasi membro del governo che si affidasse loro anche su temi come la lotta al terrorismo. Si tratta di persone molto competenti che hanno dimostrato il loro valore.

- Dunque, i capi militari al momento hanno un’opinione positiva del vostro partito?

Mi pare che per loro si tratti di una cosa tranquilla. La intendono come un’iniziativa di ex militari che vogliono difendere i valori dell’esercito.

- E questo anche perché il vostro partito rappresenta i loro di interessi?

- Sì, è proprio così. Vogliamo difendere i loro interessi.

- In quanto militari in pensione anche per correttezza vi siete consultati con i dirigenti militari attualmente in carica prima di fondare il partito?

- La legge tunisina stabilisce che nel momento in cui un militare va in pensione diventa nuovamente un comune cittadino…

- Ma avreste potuto chiedere un’autorizzazione preventiva per motivi di correttezza…

No, non ci siamo consultati con i dirigenti militari.

- E loro si sono stupiti della fondazione del vostro partito o erano già al corrente delle vostre intenzioni…?

Non abbiamo chiesto permessi a nessuno in maniera ufficiale. Le alternative erano fondare o un’associazione o un partito politico. Poiché avevamo intenzioni politiche (infatti presentavamo una sorta di New Deal con l’intento di cambiare l’ingiusta situazione economica), abbiamo deciso di fondare un partito.

- In altre parole fino alla fondazione del partito non c’è stata alcuna contrapposizione, mentre dopo la sua creazione solo voci positive?

- Non piacciamo solo ai politici.

- Perché secondo voi?

Siamo ospiti non invitati. Quello della politica è un circolo chiuso in cui le facce nuove non sono le benvenute, soprattutto se non approvate. Infatti, queste potrebbero fare concorrenza ai politici. Per questo, ci ostacolano.

- Lei ha detto in un’intervista ai media tunisini che la maggior parte dei partiti si è rivolta a voi per partecipare in coalizione alle parlamentari. I soli a non rivolgersi a voi sono stati quelli del partito conservatore islamico Ennahda. Invitate questo partito a collaborare oppure volete dissociarvi?

Nessuna delle due cose. Conosco molto bene i rappresentanti del partito Ennahda già dai tempi in cui studiavo all’Accademia militare. I sostenitori dell’islamismo allora erano uditori che osservavano strettamente i riti religiosi. Nel partito Ennahda anche oggi militano circa 20 ex ufficiali. Il loro progetto di società non ha nulla a che fare con il nostro. In altre parole, ci conosciamo gli uni gli altri e non possiamo convivere. Inoltre, Ennahda, l’ex partito di maggioranza dal 2011, si è dimostrato inconsistente quanto a valori nei settori finanziario ed economico. Nel periodo di governo del Parti de Dieu la corruzione è triplicata e la criminalità organizzata si è rafforzata.

- Lei è favorevole a un potere “forte”. L’attuale sistema contribuisce a questo potere forte?

No, dobbiamo cambiare il sistema. Due-tre partiti stanno stringendo segretamente delle alleanze e cercando di entrare nell’Assemblea nazionale. Questo è un sistema di condivisione dei poteri, mentre noi propugniamo una divisione dei poteri: esecutivo, legislativo e giudiziario. Ognuno di essi deve svolgere il proprio ruolo e la decisione finale dev’essere presa dal popolo. Ad esempio il capo di governo Youssef Chahed si trova accerchiato da due “super-ministri” del partito Ennahda, Ridha Saidi e Taoufik Rajhi. Il primo si occupa delle grandi riforme e il secondo di economia. Ma chi gestisce la situazione? Non è dato sapere. Noi in sostanza, per usare dei termini militari, vogliamo un comandante.

- Dunque la Tunisia ha bisogno di un comandante?

La Tunisia ha bisogno di un nuovo ordine politico, della divisione dei poteri e di un comandante per ogni diramazione del potere. Il Parlamento approva le leggi e controlla il governo. Il Presidente nomina il capo di gabinetto. Nel governo rientra un numero limitato di ministri con la stessa visione. I ministri sono responsabili delle proprie azioni di fronte al capo di governo e non dinanzi ai partiti che rappresentano come accade oggi. Al comando c’è solo un capitano, il capo di governo. Questi deve collaborare con i membri del governo che lo sostengono e non con i ministri che rispondono di fronte ad altre istituzioni. La Tunisia ha bisogno di disciplina.

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Esercito, Africa, Tunisia
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