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15:53 24 Agosto 2019
Vaticano

Stati Uniti chiedono al Vaticano di desecretare un accordo con la Cina

© Sputnik . Natalia Seliverstova
Politica
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Washington ha esortato, quasi ordinato, al Vaticano di rivelare i dettagli dell'accordo temporaneo con la Cina sulla nomina dei vescovi.

A pochi giorni dalla seconda riunione della conferenza ministeriale sulla libertà religiosa in tutto il mondo, prevista per il 15-18 luglio a Washington, l'ambasciatore degli Stati Uniti per le assegnazioni speciali sulla libertà religiosa internazionale, Sam Brownback, ha tenuto un briefing ai giornalisti, dove ha rilasciato una serie di dichiarazioni importanti.

In particolare, ha spiegato che i diplomatici di un certo numero di stati non prenderanno parte a questo evento rappresentativo per motivi politici. "Abbiamo invitato paesi che condividono la stessa opinione, sostengono la libertà religiosa o cercano di espandere la libertà religiosa nei loro paesi", ha detto Brownback. "Sfortunatamente, la Cina ha una brutta reputazione." L'ambasciatore ha ripetuto le classiche accuse contro Pechino di violare i diritti umani nella provincia dello Xinjiang, sede di minoranze etniche e religiose (gli uiguri musulmani), di interferire con i buddisti tibetani e di perseguitare i cristiani cinesi, inclusa la comunità cattolica "sotterranea" fedele al Vaticano. Dalla lista degli invitati sono assenti anche i rappresentanti dell'Iran e della Corea del Nord. Come ha osservato Brownback, "l'Iran non ha mostrato alcun interesse a diventare un paese aperto e religiosamente libero", esprimendo la speranza che Teheran "intensifichi gli sforzi" nella giusta direzione.

Tuttavia, quel che ha fatto più notizia è stato altro. Secondo Crux, un portale cattolico americano, l'ambasciatore ha chiesto al Vaticano di rendere pubblica la sua diplomazia. Ha dichiarato che l'accordo della Curia romana con la Cina sulla nomina dei vescovi dovrebbe essere divulgato in modo che possa essere valutato. "Certamente mi sembra che sia nell'interesse di tutti essere reso pubblico in modo che le persone possano apprezzarlo, dovrebbe essere portato alla luce, in modo che le persone capiscano quali sono i suoi punti", ha detto Brownback. Rispondendo alla domanda della testata, ha aggiunto che sebbene non potesse affermare che la persecuzione religiosa in Cina si sia intensificata a causa di questo accordo, da parte di Pechino ci sono "azioni più aggressive contro ogni fede", ricordando come il Partito Comunista Cinese ha stabilito il suo controllo religioni nel 2017. Riferendosi all'accordo del Vaticano con la Cina, Brownback ha sottolineato: "Non so se questo abbia peggiorato la situazione, ma credo che l'accordo debba essere reso pubblico".

Una posizione difficile

Tale esortazione, che suona più come un ordine, mette la diplomazia vaticana in una posizione difficile. Il fatto è che l'accordo temporaneo sulla nomina dei vescovi firmata il 22 settembre 2018 a Pechino, sigillato dal vice segretario della Santa Sede per i rapporti con gli Stati, monsignor Antoine Camiller, e il vice ministro degli affari esteri della Cina, Wang Chao, è tsato costantemente criticato, in modo particolare da un certo numero di prelati cattolici e dalla stampa cattolica (principalmente occidentale). In questa situazione, le affermazioni che il Vaticano dovrebbe divulgare i dettagli della transazione potrebbero portare al fatto che alcune frasi possano essere estrapolate dal contesto e male interpretate. Inoltre, la diplomazia vaticana, abituata a lavorare silenziosamente e segretamente, verrebbe screditata agli occhi di Pechino e di altri paesi.

La sorpresa è che l'appello a pubblicizzare il contenuto dell'accordo ad interim è rivolto al Vaticano e non alla Cina. Dopotutto, non si tratta di relazioni interstatali, ma di quelle puramente religiose. Anche se nel maggio di quest'anno, il segretario di Stato della Santa Sede, il cardinale Pietro Parolin, in un'intervista al quotidiano cinese Global Times (un'unità strutturale del People's Daily) ha osservato che l'accordo concluso a settembre è stato un aspetto importante del dialogo Vaticano-Cina. Secondo lui, "nessuna parte rifiuta la propria identità o ciò che è necessario per l'adempimento del proprio compito". Inoltre, "c'è la prospettiva che due comunità internazionali antiche, grandi e capaci, come la Cina e la Sede Apostolica, possano diventare sempre più consapevoli della responsabilità condivisa per le gravi difficoltà del nostro tempo".

Ma anche con questi chiarimenti, sarebbe logico che i diplomatici americani, in qualità di funzionari del governo, facciano richieste per far conoscere i dettagli dell'accordo interinale ai loro colleghi cinesi, scegliendo come scusa la necessità di chiarire la linea della Cina come stato. Per quanto riguarda la politica ecclesiastica della Santa Sede, gli Stati Uniti non sono un paese cattolico, non hanno firmato un concordato con il Vaticano e hanno stabilito relazioni diplomatiche solo nel 1984. A questo proposito, sarebbe logico che la Conferenza dell'Episcopato Cattolico degli Stati Uniti chiedesse qualsiasi chiarimento alla Santa Sede. Quest’ultimo non lo sta facendo e, inoltre, alcuni dei suoi rappresentanti hanno preso e partecipano attivamente ai negoziati con Pechino, con consulenze sulla conclusione dell'accordo temporaneo.

Pertanto, sembra che gli appelli di Washington al Vaticano siano, in primo luogo, un tentativo di sostituirsi alla Santa Sede e a Papa Francesco, con cui l'amministrazione statunitense non ha relazioni. E, in secondo luogo, il tutto appare come un tentativo di sfruttare questioni dolorose di osservanza di libertà religiosa e persecuzione dei cristiani per scopi utilitaristici, che hanno poco in comune con la fede.

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