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11:33 24 Agosto 2019
Ex donne di conforto sudcoreane

Sentimenti vs ragione: riuscirà la Corea del Sud a perdonare il Giappone?

© REUTERS / Hong Ki-won
Politica
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Il Giappone e la Corea del Sud festeggiano il 54° anniversario dell’instaurazione dei rapporti diplomatici in una situazione ad oggi piuttosto controversa.

Sfiducia, rimproveri e contenziosi giudiziari. Incremento del turismo, del commercio e degli investimenti. Da un lato i governi di entrambi i paesi dicono di pensare al futuro. Dall’altro, il passato non permette loro di avanzare. Mentre prima quest’indecisione non ostacolava i rapporti bilaterali, ora si teme che tutto possa cambiare.

Gli attriti fra la Repubblica di Corea e il Giappone non si sono mai interrotti sin dalla sottoscrizione a Tokio il 22 giugno 1965 del Trattato sulle basi dei rapporti bilaterali. Mentre i giapponesi considerarono questo Trattato come una possibilità di cominciare tutto da zero, il presidente sudcoreano Park Chung-hee per via del malcontento fu costretto a indire lo stato di emergenza per 2 mesi. E nonostante la Corea del Sud si fosse messa l’anima in pace per aver instaurato relazioni diplomatiche ufficiali con il Giappone dopo essere stata un suo protettorato, le clausole degli accordi che accompagnano il trattato continuano ad essere messe in discussione ancora oggi.

Uno di questi è l’Accordo sulla cooperazione economica e la risoluzione di questioni patrimoniali.

Grazie a questo accordo la Corea del Sud ha ricevuto a titolo gratuito merci e servizi per 300 milioni di dollari e un prestito a tasso agevolato e a lungo termine di altri 200 milioni. Questi fondi furono per la maggior parte spesi da Seul per la costruzione delle infrastrutture e per lo sviluppo industriale. In parte furono impiegati per il pagamento delle riparazioni alle famiglie dei pochi defunti venuti a mancare in seguito alla mobilitazione coatta da parte delle autorità coloniali giapponesi. Tuttavia, nell’accordo non si fa alcuna menzione di un risarcimento per i danni causati dalla politica coloniale. Tutto è stato formalizzato come compensazione di pretese economiche: per il buon sviluppo della cooperazione bilaterale il Giappone di fatto ha rinunciato a tutti i possedimenti che i propri cittadini avevano in Corea al momento della capitolazione il 15 agosto 1945, mentre la Corea del Sud ha perso il diritto di richiedere qualsivoglia compensazione.

La ragione di questo esito è il mancato volere da parte di Tokio di riconoscere l’illegittimità dell’annessione della Corea. Secondo il Trattato sulle basi delle relazioni diplomatiche, le parti hanno confermato che tutti i trattati e gli accordi siglati il 22 agosto 1910 o prima di questa data “sono già nulli e non hanno validità giuridica”. Ma mentre il Giappone considera tutto ciò non valido in quanto entrambi gli imperi non esistevano più verso il 1965, in Corea del Sud si riconosce l’invalidità iniziale del Trattato di annessione che fu siglato esercitando pressioni e senza osservare le procedure necessarie.

Proprio su questo si basa la sentenza della Corte suprema sudcoreana che lo scorso ottobre ha stabilito che venissero pagate delle compensazioni ai propri cittadini vittime di mobilitazione lavorativa coatta da parte della società che ha preceduto la Nippon Steel. Dopotutto se i trattati che avevano portato all’annessione sono illegittimi, la limitazione dei diritti di riscossione ai sensi dell’accordo del 1965 non si applica all’intero periodo che parte dal 1904.

Per usare un eufemismo, al Giappone questo approccio non è andato giù. Tokio ha già chiesto a Seul di nominare un rappresentante nella commissione arbitrale che dovrà risolvere tutte le controversie circa l’accordo sulla cooperazione economica. Ma i 30 giorni destinati alla nomina sono scaduti martedì e ora entro altri 30 giorni le parti devono determinare nazioni esterne che eleggeranno i propri rappresentanti nella commissione. Se la Corea del Sud non farà nemmeno questo, il caso potrebbe essere deferito dinanzi la Corte internazionale di giustizia oppure si concluderà con lo scioglimento degli accordi circa le domande riconvenzionali dei cittadini giapponesi per la confisca dei propri antichi possedimenti in Corea. Non vi è alcun dubbio che i giudici giapponesi soddisferanno tali richieste.

In preda alla passione

Altrettanto spinosa è la questione delle “donne di conforto” il coinvolgimento delle quali nei bordelli militari giapponesi la Corea del Sud da tempo sta cercando di far passare come sfruttamento sessuale. Verso la fine del 2015 i ministri degli Esteri pareva avessero trovato un compromesso: la parte giapponese riconosceva la propria responsabilità per le sofferenze causate, si scusava ulteriormente, si pentiva a nome del primo ministro e conveniva di devolvere 1 miliardo di yen a un apposito fondo “per la ricostituzione del loro buon nome e della loro dignità”. In risposta, però, Seul si è impegnato a chiudere la questione “in maniera definitiva e senza ripensamenti”, il che ha generato molte critiche nella società sudcoreana. Parte delle vittime e delle loro famiglie hanno già usufruito del Fondo per la guarigione, ma dopo l’arrivo al potere di Moon Jae-in il fondo non è di fatto stato più operativo e a novembre dell’anno scorso sono state avviate le procedure per la sua chiusura definitiva.

L’accordo del 2015 è stato inizialmente accolto in maniera negativa dalla maggior parte dei sudcoreani. Ma il successivo approccio di Seul volto a frenare i propri concittadini che tentavano di lottare per la giustizia storica ha complicato ulteriormente la situazione. Secondo un sondaggio tenuto a maggio dalle testate giornalistiche Yomiuri Shinbun e Chosun Ilbo, il 74% dei giapponesi e il 75% dei sudcoreani non si fidano gli uni degli altri. L’83% e l’82% considerano cattivi i rapporti bilaterali reciproci. L’80% dei giapponesi intervistati ritiene che il proprio Paese non abbia di che scusarsi nuovamente per il problema delle donne, mentre l’87% dei sudcoreani è convinto che il Giappone debba farlo.

“Il mecenatismo degli USA e la Guerra di Corea (che ha garantito le commesse all’industria giapponese, NdR) hanno permesso al Giappone di diventare in breve tempo dopo la Seconda guerra mondiale una potente nazione dal punto di vista economico sebbene non abbia ancora acquisito le qualità morali che si addicono a quello status”, afferma Song Ukgi, il cinquantasettenne presidente del Club diplomatico eurasiatico.

Le sincere scuse del Giappone sono strettamente legate a una maggiore consapevolezza dei cittadini giapponesi e ai cambiamenti all’interno della politica nipponica. Perciò, diventa una cartina al tornasole della pace in tutta l’Asia. Le richieste avanzate dalle nazioni asiatiche perché il Giappone si scusasse costituiscono non solo un invito a valutare criticamente la propria storia, ma anche una richiesta di adeguarsi alle qualità morali che si addicono al ruolo di leader e allo status di nazione rispettata. Ora gli abitanti del continente asiatico ritengono che il Giappone si sia pentito solo a parole ma che in realtà non sia affatto pentito. Per questo, gli asiatici sono prudenti nei confronti del Giappone poiché temono che l’incubo dell’occupazione giapponese possa ripetersi nuovamente in futuro”, afferma Song.

Quest’opinione è condivisa anche dai giovani coreani solitamente non interessati agli affari internazionali.

“Ho una buona opinione della cultura giapponese, ma non appena penso alla questione delle donne di conforto la mia opinione cambia immediatamente”, ammette Jeong Yeeun, studentessa ventunenne dell’Università di Pusan.

“Il governo giapponese deve porgere subito sincere scuse per la questione relativa alle donne di conforto. Alcuni giovani sudcoreani chiaramente sono confusi e si chiedono: “ma abbiamo ricevuto riparazioni consone? Dopotutto non si è trattato di lavoro volontario, ma di una mobilitazione coatta”. Fintanto che non è troppo tardi e che tutte le vittime non sono venute meno, il governo giapponese deve dare nuovo corso alla storia e ai rapporti bilaterali con le proprie scuse e le riparazioni”, ritiene Jeong.

Capire e perdonare

L’anno scorso gli scambi a livello umano tra Giappone e Corea del Sud si sono attestati a più di 10 milioni di persone e continuano ad aumentare di anno in anno. Il Giappone è la destinazione turistica più in voga tra i sudcoreani. Tokio è il terzo partner commerciale di Seul. Le società giapponesi garantiscono apparecchiature e componenti importanti alle aziende sudcoreane produttrici di semiconduttori: è la fonte primaria degli introiti derivanti dalle esportazioni. Per volume di investimenti stranieri diretti il Giappone è subito dietro agli USA garantendo un impiego a più di 100.000 sudcoreani. Per non parlare poi dei volumi di denaro che gli istituti di credito giapponesi mettono in circolo in Corea.

Seul lo sa bene. Perciò continua a voler risolvere le questioni del passato. Questa settimana il Ministero degli Esteri ha comunicato di aver già proposto in passato al Giappone di risolvere il problema della mobilitazione forzata tramite la creazione di un altro fondo per il rimborso. Tuttavia, questa volta nel fondo avrebbero dovuto esserci società non solo giapponesi, ma anche coreane le quali avrebbero ricevuto ingenti fondi ai sensi dell’accordo sulla cooperazione economica. Ma per creare un simile fondo servono la buona volontà e il desiderio di riconciliazione. Se Tokio fosse pronto, Seul si metterebbe alla creazione di un arbitrato.  È degno di nota che la società sudcoreana PNR (le sue azioni per un totale di 400 milioni di won sono state confiscate a gennaio in seguito alla denuncia delle vittime) è in joint venture con Nippon Steel e POSCO (la maggiore impresa siderurgica del Paese). Proprio per la creazione della società precedente a Nippon Steel fu speso circa un quarto dei fondi stanziati dal Giappone in cambio della normalizzazione dei rapporti. E considerato che il maggiore azionista in POSCO è l’NPS (il Fondo pensionistico nazionale per i cittadini), la questione delle donazioni da parte sudcoreana è, evidentemente, risolta.

Il problema è che oltre al caso contro Nippon Steel nelle corti sudcoreane viene esaminata circa una decina di casi analoghi contro Mitsubishi Heavy Industries, Mitsui Mining and Smelting e altre società. Secondo le stime degli attivisti locali, circa 300 società giapponesi hanno partecipato in misura diversa ai “crimini di guerra” in territorio coreano. Per questo, non sorprende che Tokio abbia immediatamente respinto la nuova proposta di Seul. Dopotutto se il Giappone non desidera ottenere altre centinaia di sentenze di confisca delle proprietà delle proprie società, deve difendere fino alla fine l’accordo del 1965. Tokio ha qualche chance di vincere il contenzioso, poiché giuristi e storici non sono concordi su quali accordi considerare legittimi negli anni in cui tutti i Paesi più avanzati stavano conducendo un’aggressiva politica imperialistica.

Ad esempio, le Hawaii, dove ha trovato asilo lo strenuo difensore dell’indipendenza della Corea Syngman Rhee, divennero territorio statunitense in seguito a un colpo di stato illegittimo organizzato da un gruppo di uomini d’affari europei e americani. Naturalmente senza tenere in alcun conto l’opinione della popolazione locale che costituiva la maggioranza assoluta. Dunque, gli stessi Stati Uniti, grazie ai quali Syngman Rhee riuscì a diventare il primo presidente coreano, hanno lasciato correre durante la guerra tra Giappone e Russia nella penisola coreana. E dopo la sconfitta della Russia di fatto hanno approvato la colonizzazione della Corea a patto che il Giappone riconoscesse i diritti statunitensi sulle Filippine conquistati da Washington in seguito alla guerra con la Spagna e ai sostenitori locali di una repubblica indipendente.

Nel 2018 il Giappone e la Corea del Sud hanno festeggiato il ventesimo anniversario della dichiarazione congiunta di Kim Dae-jung e Keizō Obuchi sul nuovo partenariato del XXI secolo. In questa dichiarazione il premier giapponese riconobbe per la prima volta che “la dominazione coloniale ha generato alla popolazione coreana ingenti perdite e sofferenze” e espresse “profondo pentimento e le più sincere scuse”. In risposta il presidente sudcoreano invitò a superare il pesante onere della storia e a sviluppare “relazioni orientate al futuro che si fondassero sulla conciliazione e sul buon vicinato”. E come primo passo abolì le restrizioni sulla cultura giapponese di massa di fatto vietata in Corea sin dalla liberazione di quest’ultima nel 1945. Alla fine, però, cresciuto grazie ai dorama e alla musica pop giapponese, il K-pop è riuscito da solo in breve tempo ad arrivare sul mercato nipponico e a catturare l’Asia e il mondo intero.

Seguendo la linea politica del “raggio di sole” avviata da Kim Dae-jung nei confronti della Corea del Nord, Moon Jae-in nel suo intervento a Pyongyang nel settembre scorso ha ricordato che i coreani “hanno vissuto insieme per 5000 anni e vivono separati da soli 70”.

Inoltre, ha invitato a “seppellire i 70 anni di ostilità facendo un grande passo avanti verso la pace per tornare nuovamente uniti”.

Le questioni relative alla risoluzione pacifica della questione nucleare saranno un tema fondamentale per il presidente sudcoreano in occasione del vertice del G20 a Osaka. Mentre la risoluzione dei problemi accumulatisi con il Giappone sarà a questo seconda per importanza. Per ora il primo ministro Abe non risponde alla richiesta di un incontro bilaterale separato adducendo come motivo un’agenda “fitta di impegni”.

Non ci resta che aspettare per scoprire se i leader dei due Paesi diranno che ad eccezione dei 36 anni di annessione e i 7 di guerra Corea del Nord e Giappone hanno vissuto in pace per 4 secoli e se questo potrà aiutare loro a instaurare relazioni solide.

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Giappone, Corea del Sud
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