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15:42 24 Agosto 2019
Donald Trump

National Interest: la politica estera USA è disastrosa e arrogante

© Sputnik . Vladimir Astapkovich
Politica
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Nell’ultimo ventennio gli USA hanno condotto una politica estera “arrogante” e semplicemente “disastrosa”, scrive Doug Bandow per The National Interest. L’errore più catastrofico di Washington sarebbe stato ignorare le conseguenze inevitabili dei suoi interventi militari negli altri paesi.

“Come descrivere la politica estera degli USA dell’ultimo ventennio? La parola “disastrosa” viene alla mente. Anche “arrogante” e “omicida” sembrano appropriate” scrive nel suo articolo per The National Interest Doug Bandow, collaboratore scientifico del Cato Institute ed ex assistente speciale del presidente Ronald Reagan.

Secondo l’esperto dopo gli attentati dell’11 settembre 1001 Washington è stato inusualmente attivo sul piano militare. Ha invaso due paesi, bombardatone diversi, inviato droni, mobilitato le sue forze speciali in ancora più territori e imposto sanzioni a molti. Per quanto sia triste le minacce dell’estremismo islamico e del terrorismo non hanno fatto che crescere come per metastasi.

Nonostante il gruppo Al Quaeda abbia perso efficienza dal punto di vista dell’organizzazione diretta degli attacchi, continua a ispirare le azioni delle sue filiali in diversi paesi. Anche lo Stato Islamico, seppur rimasto senza un “califfato” fisico, continua ad aggiungere alla lista dei suoi meriti nuovi attentati.

Tre amministrazioni diverse una dietro l’altra hanno gradualmente condotto gli USA dritti nella trappola del Medio Oriente, scrive Bandow. La guerra con l’Iran sembra “spaventosamente possibile”, i loro più ricchi alleati sono più che mai dipendenti dagli USA, la Russia è attivamente ostile agli Stati Uniti. Washington e Pechino stanno portando il loro conflitto sempre più lontano e non solo dal punto di vista commerciale.

Eppure l’amministrazione sembra convinta che continuando ad agire allo stesso modo si possano ottenere risultati diversi. “È la migliore definizione di follia”, ironizza Bandow.

Nonostante la sua retorica a volte offensiva e provocatoria, il presidente Donald Trump non si è allontanato molto dalla politica dei suoi predecessori. Per esempio le forze militari statunitensi continuano ad essere impiegate in Afghanistan e in Siria. Inoltre Trump ha aumentato la quantità di soldati e attrezzature militari presenti in Europa. Washington ha irrigidito le sanzioni contro Cuba, Iran, Corea del Nord e Russia. Sotto l’effetto delle misure restrittive imposte dagli USA sono finiti anche altri paesi, come il Venezuela.

La politica estera degli USA soffre di difetti sistematici che l’ex assistente di Obama Ben Rhodes chiamava “la Bolla”. Probabilmente nessun altro è riuscito a formulare i principi difettosi della Bolla meglio di Madeleine Albright, ex segretario di stato ed ex rappresentante permanente per gli Stati Uniti d'America alle Nazioni Unite. Si tratta soprattutto di eccessivo orgoglio.

Nel 1998 Albright, allora segretario di stato, ha dichiarato “Se dobbiamo usare la forza è perché noi siamo l’America: siamo la nazione indispensabile. Siamo in alto e vediamo nel futuro più in là degli altri paesi e vediamo il pericolo che aspetta tutti noi”.

Anche allora, scrive Bandow, queste parole non erano verosimili. Infatti l’America aveva fatto l’errore madornale di entrare nella Guerra di Corea e stava ottenendo risultati appena passabili. L’amministrazione Johnson aveva dato al Vietnam un’importanza drasticamente esagerata. Per diversi decenni Washington aveva commesso un’enorme sciocchezza, rifiutandosi di occuparsi della Repubblica Popolare Cinese. I dittatori mantenuti dall’America a Cuba, in Nicaragua, in Iran e in altri paesi cadevano sgraziatamente. L’embargo contro Cuba, che è in vigore ancora oggi, aveva trasformato Fidel Castro in un eroe popolare per tutto il mondo. Washington per ben due volte aveva sfiorato una guerra nucleare con Mosca: durante la crisi dei missili di Cuba nel 1962 e 20 anni dopo durante le esercitazioni militari in Europa.

Le autorità statunitensi erano raramente preparate a quello che sarebbe successo dopo una settimana o un mese, per non parlare di quello che sarebbe successo un anno dopo. In Vietnam le azioni degli americani non si distinguevano certo da quelle dei francesi. Gli Stati Uniti in Africa se la cavavano non meglio dei governatori delle colonie britanniche, portoghesi, francesi. Washington prendeva pessime, terribili decisioni nei confronti degli altri più spesso di come avrebbe dovuto.

È possibile che l’errore peggiore degli Stati Uniti nella propria politica estera sia stato ignorare le inevitabili conseguenze dei propri interventi all'estero. Gli americani non potranno mai osservare passivamente mentre un altro paese bombarda o invade i loro territori o interferisce nel loro sistema politico. Anche se in minoranza, resisteranno. Eppure Washington stessa utilizza queste misure, non pensando due volte a quali potranno essere le conseguenze. Da qui parte la ribellione dei terroristi contro gli Stati Uniti.

“Il terrorismo, per quanto sia orribile e spaventoso, è stata l’arma scelta dai popoli più deboli contro gli interventi degli stati nazionali più industrializzati del mondo”.

Dopo gli attentati terroristici dell’11 settembre le azioni degli USA sono state esclusivamente controproducenti. Invece di ridurre le ostilità nei suoi confronti, Washington ha applicato una politica le cui caratteristiche distintive sono l’inizio di nuove guerre e la crescita delle vittime tra i civili, assicurandosi così nuovi nemici, umori radicali ancora più acuti e portando alla diffusione del terrorismo. Le reazioni di risposta sono ovunque, sostiene Bandow, e uno degli esempi più cupi ne è stata la trasformazione dei ribelli iracheni nello Stato Islamico, che ha sparso caos militare in tutto il Medio Oriente.

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Tags:
invasione militare, Cina, Vietnam, Corea del Nord, guerra fredda, USA, politica estera
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