11:24 19 Maggio 2019
Donald Trump

Sanzioni, guerre commerciali, vertici storici: 2 anni di politica estera à la Trump

© AP Photo / Carolyn Kaster
Politica
URL abbreviato
116

Il 20 gennaio sono 2 anni da quando Donald Trump ha cominciato il suo mandato come presidente degli Stati Uniti.

È giunto il momento di passare in rassegna i momenti più salienti di questi 24 tumultuosi mesi: dalle sue decisioni provocatorie (come l'uscita unilaterale da accordi internazionali) alla pacificazione con nemici di lunga data.

Negli ultimi 2 anni il presidente degli USA Donald Trump ha mostrato di essere determinato a seguire le promesse elettorali e il suo approccio "Prima l'America" sulla scena internazionale.

Niente di personale, sono affari: sì alle guerre dei dazi, no ai trattati commerciali

Le relazioni commerciali hanno rivestito un'importanza particolare per il Trump imprenditore. Trump ha tentato di rinegoziare o di cancellare gli accordi in questo settore con l'intento di ottenere condizioni più favorevoli per gli USA.

Per mantenere una promessa elettorale, Trump ha ordinato all'Ufficio del Rappresentante per il Commercio degli USA di togliere il paese dal "disastroso" Partenariato Trans-Pacifico (TPP) voluto da Obama.

Trump sosteneva che quest'accordo (che riuniva una dozzina di Paesi fra cui USA, Giappone, Malesia, Australia, Nuova Zelanda, Canada e Messico) avrebbe danneggiato i lavoratori americani e l'economia del Paese. L'accordo commerciale è entrato in vigore il 30 dicembre 2018 e, sebbene gli USA non ne facciano parte, alcuni Paesi membri sperano ancora che Washington cambi idea un giorno.

Lo stesso destino è toccato al NAFTA del 1994 che Trump aveva promesso di rinegoziare per affrontare il problema della bilancia commerciale USA in calo, per eliminare sussidi ingiusti e riportare in patria posti di lavoro esternalizzati. Trump ha mantenuto la promessa sostituendo il NAFTA con l'accordo trilaterale United States-Mexico-Canada Agreement (USMCA) dopo un anno di accesi dibattiti.

In linea con "Prima l'America", il presidente Trump si è rifiutato di tollerare ancora quello che ha continuamente descritto come "pratiche commerciali sleali" da parte della Cina: dunque, ha deciso di infliggere dazi del 25% per un valore di 50 miliardi di dollari sulle merci cinesi nel giugno del 2018. Pechino ha accusato Washington di avviare una guerra commerciale e ha minacciato di rispondere allo stesso modo. L'amministrazione Trump ha minacciato di infliggere un ulteriore dazio del 10% su un gruppo di merci cinesi del valore di 200 miliardi di dollari se Pechino avesse continuato con le sue contromisure. Non è passato molto tempo prima che il governo cinese applicasse queste contromisure.

Fino ad oggi gli USA hanno imposto alla Cina dazi su merci per un valore di 250 miliardi di dollari e hanno minacciato di estendere il dazio a merci del valore di 267 miliardi di dollari. Pechino, dal canto suo, ha imposto un dazio su merci americane del valore di 110 miliardi di dollari e ha annunciato di voler attuare misure "quantitative e qualitative" che potrebbero colpire le società statunitensi che commerciano con la Cina.

Nell'ambito del G20 tenutosi a Buenos Aires a dicembre 2018, le due superpotenze economiche hanno convenuto di stipulare una tregua di 90 giorni alla guerra commerciale. Trump ha deciso di non aumentare i dazi dal 10% al 25% su 200 miliardi di dollari di merci cinesi a partire dal primo gennaio, mentre il presidente cinese Xi Jinping si è impegnato ad acquistare più merci cinesi per sostenere la bilancia commerciale.

Ma la Cina non è l'unico paese nel mirino: nemmeno i "tradizionali" alleati degli USA sono riusciti a evitare le controverse politiche protezionistiche del 45° presidente del paese. Trump è sembrato serio nel suo tentativo di difendere gli interessi statunitensi quando ha imposto dazi maggiorati su acciaio e alluminio provenienti dall'Unione europea e dal Canada.

Questa decisione ha scatenato la reazione dei paesi colpiti.

Ricollocamento dell'Ambasciata USA nella "Capitale eterna" di Israele

Per mantenere un'altra promessa elettorale, Donald Trump ha preso una storica decisione che ha cambiato il panorama politico del Medio Oriente: ha ricollocato l'Ambasciata americana in Israele nella "eterna capitale del popolo ebraico, Gerusalemme".

Il 6 dicembre 2017 il presidente USA ha ufficialmente riconosciuto Gerusalemme come la capitale di Israele e ha annunciato di aver ordinato al Dipartimento di Stato di avviare il processo di ricollocamento dell'Ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme.

Mentre in Israele l'annuncio è stato accolto sorprendentemente bene, nella regione ha creato varie tensioni tra le nazioni arabe che hanno invitato Trump a non intromettersi nel processo di pace in Medio Oriente.

Sia Israele sia l'Autorità palestinese, che governa la Striscia di Gaza e due regioni della Cisgiordania ai sensi degli Accordi di Oslo del 1993, rivendicano Gerusalemme come propria. Questo ha ostacolato gli sforzi della comunità internazionale volti ad attuare una soluzione "doppio-stato" che prevede uno Stato palestinese indipendente e uno Stato di Israele a ovest del Giordano.

La cerimonia ufficiale di inaugurazione della nuova Ambasciata statunitense a Gerusalemme si è tenuta il 14 maggio 2018 e ha scatenato ondate di proteste e sanguinose risse tra i palestinesi e le Forze di Difesa Israeliane (IDF) nella Striscia di Gaza. Gli scontri hanno provocato la morte di almeno 55 manifestanti.

Contrapposizione all'Iran

L'Accordo sul nucleare iraniano è stato sottoscritto nel 2015 tra Iran, Russia, USA, Cina, Francia, Regno Unito e Germania dopo anni di negoziati. L'accordo multilaterale cercava di ridurre le ambizioni nucleari iraniane in cambio di una graduale rimozione delle sanzioni economiche inflitte a Teheran.

Da quando ha cominciato il suo mandato, Trump ha continuamente criticato l'accordo firmato da Obama descrivendolo come "motivo di imbarazzo" e come uno dei peggiori accordi mai firmati dagli USA.

Ha minacciato più volte di togliere unilateralmente gli USA dall'accordo mentre la sua amministrazione sottolineava che la volontà del presidente era quella di correggere i "vistosi difetti" di un accordo "orribile e di parte".

Dopo mesi di congetture, il presidente degli USA ha infine annunciato l'8 maggio 2018 di togliere il paese dall'accordo e di ripristinare le sanzioni contro l'Iran. La decisione è stata condannata dagli altri paesi firmatari e dai negoziatori. Il presidente iraniano Hassan Rouhani ha affermato che ormai gli USA sono un paese famoso per minare la solidità dei trattati internazionali.

La reintroduzione delle sanzioni contro vari settori economici iraniani (logistica, energia, servizi finanziari) è stata accompagnata dalla minaccia di Trump di imporre ulteriori restrizioni alle società straniere con attività commerciali in Iran. Questo ha costretto molte società ad abbandonare il mercato iraniano.

In seguito al ritiro degli USA, gli Stati membri dell'UE hanno dimostrato il proprio interesse a mantenere rapporti commerciali con l'Iran nonostante la minaccia delle ulteriori sanzioni. L'UE ha aggiornato il proprio statuto di blocco per proteggere le società europee dalle eventuali sanzioni aggiuntive di Washington.

La Corea del Nord: da fuoco e fiamme a storiche strette di mano

Il percorso dei negoziati sulla denuclearizzazione della penisola coreana tra Trump e Kim Jong-un (per la prima volta un presidente USA in carica ha incontrato un leader nordcoreano) è stato piuttosto difficile. Poiché il leader del paese più chiuso al mondo ha minacciato di lanciare missili balistici nelle acque circostanti la basa navale statunitense a Guam nell'agosto 2017, il presidente Trump ha minacciato a sua volta di scatenare fuoco e fiamme su Pyongyang.

Da quel momento, Trump ha invitato la comunità internazionale ad esercitare maggiore pressione sulla Corea del Nord, mentre i test nucleari di Kim non facevano altro che aumentare le tensioni.

Trump che è ormai noto per la sua creatività nel trovare soprannomi ha definito il leader nordcoreano un "uomo razzo" impegnato in una "missione suicida", mentre Kim ha risposto definendo Trump un "rimbambito" dal "comportamento mentalmente deviato".

Poiché il leader nordcoreano ha messo in guarda Trump riguardo alle capacità nucleari di Pyongyang, il presidente statunitense ha insistito sul fatto che il proprio "pulsante nucleare" fosse "più grande" e la strategia ha funzionato.

Tuttavia, nonostante questa "infinita" guerra di parole, Trump ha sostenuto di aver fatto tutto il possibile per essere amico di Kim. E i suoi tweet sono stati davvero profetici visto il legame unico che i due hanno creato durante il loro primo vertice.

I due capi di stato hanno avuto un incontro storico a Singapore nel giugno 2018 e hanno sottoscritto un documento in cui Kim si è impegnato a denuclearizzare completamente il paese (un traguardo tangibile che nessuno può negare). Le fotografie e i video di quella giornata hanno fatto il giro di Internet: alcuni utenti sui social media hanno addirittura ipotizzato che Trump potesse essere in lizza per ricevere il Premio Nobel per la pace.

Al momento, le due controparti stanno discutendo i dettagli per un secondo vertice.

Più duro di ogni altro presidente nei rapporti con la Russia?

Negli scorsi 24 mesi Trump è stato costantemente accusato di accontentare i desideri della Russia sebbene sostenesse lui stesso di avere un approccio "molto più duro" con Mosca rispetto ai suoi predecessori.

Mentre continuano le ricerche di Robert Mueller riguardo alla possibile implicazione del Cremlino nella campagna elettorale di Trump, quest'ultimo non vuole cedere agli inviti dei media e dei democratici di avviare una crociata contro la Russia.

Apprezzando l'idea che un giorno gli USA potrebbero intrattenere buoni rapporti con la Russia (come del resto è accaduto con la Corea del Nord), Trump ha cercato di migliorare le relazioni bilaterali e ha deciso di tenere un vertice con il presidente Vladimir Putin ad Helsinki il 16 luglio 2018.

Nonostante le critiche che hanno preceduto il vertice, sia Trump sia Putin hanno definito un "successo" questo loro primo vertice in quanto hanno trattato un'ampia gamma di temi.

Poiché dopo l'incontro vis-à-vis non è stato rilasciato alcun comunicato, i media mainstream e i russofobi più infervorati hanno avanzato le teorie cospiratorie più disparate.

I giornali hanno accusato Trump di voler mantenere segrete le proprie interazioni con Trump e lo hanno persino accusato di essere un agente del Cremlino, cosa che il presidente USA ha trovato offensiva.

Preoccupati per la segretezza del vertice a porte chiuse di Helsinki, i media più critici hanno insistito sulla necessità che venissero rivelate le note dell'interprete Marina Gross, l'unica altra americana presente al vertice, in modo tale da scoprire se Trump avesse fatto alcune promesse a Putin.

Entrambi i capi di stato hanno negato con veemenza ogni teoria: Trump ha spesso respinto le illazioni definendole una "caccia alle streghe", mentre il Cremlino ha più volte sottolineato la mancanza di qualsivoglia prova.

Il Tratto INF all'orlo del baratro

Le relazioni tra Russia e USA sono ancora difficili e la riduzione delle armi nucleari è tornata alla ribalta nel 2018. Il 20 ottobre il presidente Trump ha annunciato di voler ritirare gli USA dal Trattato sulle forze nucleari a medio raggio (INF) del 1987 in quanto la Russia avrebbe violato l'accordo.

Dunque, ha dichiarato di voler avviare la creazione di armi al momento vietate ai sensi del trattato.

Mosca ha risposto a queste accuse sostenendo che Washington in passato aveva dispiegato piattaforme per il lancio di Tomahawk in Romania e Polonia infrangendo di fatto il trattato.

L'amministrazione USA a inizio dicembre ha dichiarato che avrebbe ritirato il paese dal trattato a meno che la Russia non fosse tornata a "rispettare" in ogni sua parte il trattato entro 60 giorni.

In risposta a questa richiesta il presidente Putin ha affermato che una mossa simile avrebbe potuto portare a conseguenze imprevedibili, nonché a una catastrofe a livello globale perché sarebbero venute meno le restrizioni vigenti in materia di armi nucleari.

L'accordo aveva per la prima volta dimostrato che le due superpotenze, Unione Sovietica e Stati Uniti, avevano deciso di concerto e volontariamente di ridurre i propri arsenali nucleari distruggendo tutti i missili di raggio compreso tra 500 e 5500 km e permettendo ispezioni in loco.

La situazione in Siria

Il 77° giorno della sua presidenza Trump ha ordinato di lanciare un missile contro un aerodromo siriano per rispondere al presunto attacco chimico di Khan Sheikhoun in cui avevano perso la vita 80 persone. L'incidente si sarebbe verificato il 4 aprile 2017: alcuni gruppi dell'opposizione sostenuti dagli USA incolpavano il governo siriano di aver impiegato armi chimiche contro i civili. Damasco, dal canto suo, ha negato tutte le accuse scaricando la colpa sui militanti locali.

Un anno dopo Trump ha tentato di mantenere la sua promessa elettorale di ritirare le truppe in Medio Oriente. Tuttavia, per un segno del destino, due settimane dopo l'annuncio, venne diffusa la notizia di un altro attacco chimico in Siria.

Dopo aver definito Bashar al-Assad un "animale che uccide con il gas", il presidente USA ha ordinato altri attacchi aerei sulla repubblica araba nell'aprile 2018.

Questa volta gli USA, sostenuti dai loro storici alleati militari (Francia e Regno Unito), hanno lanciato più di 100 missili su alcuni bersagli impegnati ad effettuare un ulteriore presunto attacco chimico alla città di Duma, del quale è stato nuovamente incolpato l'Esercito siriano.

Damasco e Mosca hanno definito l'incidente come un'operazione sotto falsa bandiera mentre l'Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (OPAC) ha riferito che gli inquirenti non hanno trovato alcuna traccia di gas nervino né nei campioni ambientali né nei campioni prelevati dai corpi delle vittime.

Nove mesi dopo gli attacchi trilaterali il presidente Trump ha tentato nuovamente di mantenere la sua promessa di ritirare le truppe: il 19 dicembre 2018 ha annunciato di riportare a casa i 2000 soldati americani allora dispiegati in Siria.

Il presidente americano ha dichiarato che l'ISIS era stato sconfitto e che, quindi, gli USA non avevano più alcuna ragione per rimanere. Inoltre, ha aggiunto che i paesi della regione non avrebbero avuto alcuna difficoltà a sconfiggere i pochi terroristi rimasti.

Tuttavia, non è stata fornita una data per il ritiro e sembra che ci vorrà un po' poiché Trump sta cercando di garantire la sicurezza delle forze curde che al momento rischiano di subire un'incursione turca nella Siria settentrionale.

Inoltre, il ritiro delle truppe potrebbe essere ormai complicato in seguito a un attacco inferto alla città di Manbij che ha provocato 20 vittime fra cui alcuni soldati statunitensi all'inizio di questa settimana. L'ISIS, che secondo Trump era stato sconfitto, ha rivendicato questo attacco.

Una NATO obsoleta? Quote eque e voci di un probabile ritiro

Da quando è diventato presidente Trump ha continuamente accusato i propri alleati transatlantici di non osservare i propri obblighi contributivi all'interno della NATO.

Trump ha sottolineato che solo 5 stati membri su 29 destinavano il 2% del proprio PIL alla difesa e ha insistito sul fatto che anche gli altri membri dell'alleanza pagassero la loro "equa quota".

Inoltre, il presidente USA ha anche messo in dubbio l'attualità di un blocco risalente all'epoca della Guerra fredda nella congiuntura attuale, definendolo "obsoleto" e "ingiusto" nei confronti di Washington.

I membri della NATO sono rimasti turbati da queste affermazioni temendo che Trump fosse intenzionato a ritirare gli USA dalla NATO.

Un articolo del New York Times potrebbe aver incrementato questi timori in quanto sosteneva che nel 2018 Trump aveva più volte confidato ai suoi consiglieri di voler ritirare il paese dall'alleanza militare.

Gli alti funzionari dell'amministrazione hanno temuto che una tale mossa potesse minare l'influenza di Washington sull'oceano e rafforzare invece la Russia.

Nonostante queste voci, Trump non ha mai pubblicamente parlato di tali progetti.

Preoccupati per il potenziale collasso dell'alleanza militare ormai sessantanovenne, gli alleati europei hanno ceduto alle richieste di Trump e hanno convenuto di destinare il 2% del proprio PIL alla NATO entro il 2024 in occasione del Vertice di Bruxelles nel luglio 2018. Tuttavia, sono rimasti scettici riguardo alla proposta di Trump di incrementare il contributo al 4%.

Frattura con la Turchia: il Pastore Brunson, gli S-400 e gli F-35

Le relazioni fra i due alleati NATO hanno registrato una grave crisi in seguito alla reclusione di un pastore americano in Turchia, nonché alla volontà di Ankara di acquistare dalla Russia i potenti sistemi d'arma antiaereo S-400 (infatti, questo complicava la buona riuscita dell'accordo sugli F-35 americani).

Il pastore Andrew Brunson è stato fermato nella città turca di Izmir nel 2016 perché accusato di aver intrattenuto rapporti con Fethullah Gulen il quale Ankara riteneva responsabile di aver orchestrato un raffazzonato colpo di stato militare quell'anno.

I sistemi d’arma antiaereo S-400 Triumf
© Sputnik . Ministry of Defence of the Russian Federation

Poiché la Turchia si rifiutava di liberare il pastore, gli USA hanno imposto sanzioni ai Ministeri turchi della giustizia e degli interni e hanno raddoppiato i dazi sull'alluminio e l'acciaio turchi del 20 e del 50% rispettivamente.

Queste restrizioni hanno inferto un pesante colpo alla lira che ha perso più del 40% nel 2018.

La situazione è stata poi complicata dalla decisione di Ankara di procedere all'acquisto degli S-400 russi che Washington ha ritenuto incompatibile con i principi della NATO.

L'amministrazione Trump ha minacciato di imporre ulteriori sanzioni alla Turchia e di congelare l'accordo sugli F-35 per cui Ankara aveva già pagato.

Dopo alcuni mesi la Turchia si è decisa a liberare il pastore Brunson e a rimpatriarlo.

La questione di difesa, invece, è ancora aperta nonostante Washington abbia offerto alla Turchia di venderle i propri Patriot come alternativa agli S-400 russi.

Il ritiro dall'Accordo di Parigi sul clima

Durante la sua campagna elettorale del 2016, Trump ha definito il cambiamento climatico una "bufala" e si è impegnato a invalidare l'Accordo di Parigi sul clima del 2015 e a "interrompere i fondi in dollari americani ai programmi ONU per il riscaldamento globale".

In un intervento del giugno 2017, il presidente USA ha mandato all'aria l'accordo ai sensi del quale gli USA avrebbero limitato in maniera volontaria le proprie emissioni di CO2. Infatti, Trump ha sostenuto che questo avrebbe danneggiato le aziende americane, l'economia del paese e ne avrebbe limitato la sovranità.

Trump ha inoltre annunciato che gli USA si sarebbero ritirati dall'accordo (un'altra eredità di Obama) perché poco vantaggioso per Washington. Tuttavia, mesi dopo il ritiro, ha affermato che gli USA lasciavano aperta la possibilità di un futuro rientro, ma che non avrebbero permesso a un accordo di privare il paese del suo vantaggio competitivo.

L'Accordo di Parigi è stato creato nell'ambito della Convenzione quadro dell'ONU sul cambiamento climatico. È stato ratificato da 170 delle 197 parti incluse nella convenzione. Gli USA sono l'unico paese ad essersi ritirato dall'accordo.

L'Arabia Saudita e il caso Khashoggi

Il 2 ottobre 2018 Kamal Khashoggi, un giornalista del Washington Post di origine saudita, è scomparso dopo essersi recato al Consolato Generale dell'Arabia Saudita a Istanbul. Dopo settimane di preoccupazione (si pensava che fosse stato rapito o assassinato all'interno dell'edifico) e di ricerche effettuate dalla polizia turca al consolato, è stata confermata la morte del giornalista.

Le autorità saudite hanno negato qualsivoglia coinvolgimento della famiglia reale condannando l'incidente.

Nonostante le pressioni esercitate dai maggiori senatori americani per agire contro il Principe Mohammed bin Salman, il presidente Donald Trump ha affermato che l'intelligence USA stava ancora esaminando tutte le informazioni relative al caso.

Trump si è inoltre detto preoccupato: infatti, se venissero meno i contratti di fornitura militare degli USA con Riyadh, il Regno saudita si rivolgerebbe semplicemente verso la Russia e la Cina.

Poiché il mondo "potrebbe non riuscire mai a conoscere tutti i fatti" riguardo all'omicidio, il presidente USA ha ribadito che Washington continuerà ad essere un "partner solido" di Riyadh.

Tags:
crisi in Qatar, Crisi in Siria, Trattato Inf, NATO, Donald Trump, Israele, Qatar, Iran, Siria, USA, Cina, Russia
RegolamentoDiscussione
Commenta via FacebookCommenta via Sputnik