14:45 15 Dicembre 2018
Hillary Clinton

“Non farlo”: l’America prega Hillary Clinton di non tornare

© AFP 2018 / Jewel SAMAD
Politica
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Ancora qualche settimana fa le voci riguardo a un nuovo tentativo di Hillary Clinton di presentarsi alle presidenziali sembravano a molti solo un aneddoto. Ma su The Wall Street Journal è stato pubblicato un articolo di Mark Penn, che ha lavorato per la Clinton come stratega delle sue campagne, due al Senato e una presidenziale.

Le prospettive di una vittoria dell'eterna candidata sono state nuovamente al centro di accesi dibattiti sulla stampa occidentale. L'articolo di Penn, infatti, era intitolato in modo molto chiaro: "Hillary si presenterà di nuovo".

Secondo l'autore, probabilmente al corrente degli umori della rappresentante dei democratici, lei sarebbe naturalmente destinata a una nuova campagna presidenziale e vincerebbe in un batter d'occhio le primarie del Partito democratico all'interno del quale, a differenza di qualche tempo fa, gode di un largo consenso ed è la personalità più nota. Per questo, alle elezioni del 2020 vedremo con grande probabilità una "Clinton versione 4.0".

Clinton stessa per ora si esprime in maniera molto cauta su una tale prospettiva. Se subito dopo la cocente sconfitta subita da Donald Trump aveva dichiarato di non voler ricandidarsi, ora elude la domanda. Ma non c'è alcun dubbio che l'articolo di Penn sia stato un ballon d'essai. Clinton e i suoi collaboratori stanno ancora studiando la reazione della stampa e dell'establishment del Partito democratico, osservano le reazioni degli sponsor e cercano di capire se la sua fondazione di beneficienza riceverà di nuovo fondi. Tutto ciò per comprende realmente le prospettive della raccolta fondi preelettorale.

Per ora la reazione dei democratici è lungi dall'essere entusiasta. Anzi è vero il contrario: questa voce ha scatenato il panico fra loro. "Per favore, Hillary, non farlo", così si è espresso sul sito della CNN Bradley Honan, uno stratega politico che ha lavorato nelle campagne politiche di Clinton come subalterno di Penn. Secondo lui, la campagna di Clinton verrà interpretata dagli elettorali esclusivamente come un tentativo di vendetta personale e arrecherà danni irreparabili al Partito democratico. Capite bene che, se si permette questi titoli la CNN che fino a due anni fa descriveva Hillary come una santa, è difficile parlare di una stampa democratica di calibro.

Ad esempio, l'articolo di The Charlotte Observer, ripreso da molti media locali, era intitolato proprio come quello di Honan. "Per tutti noi a cui va bene chiunque, basta che non sia Trump, tu sei la minaccia più grande", così si rivolgono i giornalisti a Hillary. "Fermati e basta, Hillary. Per favore", recita The Washington Post.

Si sono sicuramente allertati anche i dirigenti del Partito democratico che fino ad ora erano convinti che alle elezioni del 2016 non era Trump ad aver vinto, ma la Clinton ad aver perso. Tentando di analizzare i risultati della catastrofica campagna dei democratici (intendo tentativi di analisi seria e non manfrine del tipo "I russi sono gli unici colpevoli"), molti analisti democratici sono giunti alla conclusione che in un periodo in cui si rafforzano nella società sentimenti "anti-establishment" sarebbe un errore madornale puntare su un candidato che personifica esso stesso l'establishment.

Penn ha ragione quando afferma che il livello di consenso e celebrità della Clinton è molto elevato. Tuttavia, questo parametro è dovuto più alla compassione per il fatto che ha perso piuttosto che all'approvazione. Per non parlare poi del fatto che il suo rating sta diminuendo. Mentre alla vigilia dell'inizio della campagna del 2016 il suo consenso popolare era del 44%, a momento è del 36%. Dunque, le sue possibilità di vittoria ora sono inferiore rispetto ad allora.

In realtà, come hanno dimostrato alcune precedenti campagne, è un compito ingrato determinare le possibilità di un candidato prima dell'inizio delle primarie. Ad esempio, prima della campagna del 2008 tutti erano convinti che Hillary non avesse alcun concorrente per la nomina: nessuno, infatti, avrebbe puntato mezza lira sul giovane Barack Obama. Per non parlare del fatto che nessuno prendeva sul serio le dichiarazioni di Trump sulla sua intenzione di candidarsi per i repubblicani prima della campagna del 2016.

Donald Trump
© AP Photo / Win McNamee/Pool
Dunque, le previsioni su chi fra i democratici si opporrà a Trump sono come la lettura dei fondi di caffè. Oltre alla settantunenne Clinton e al settantasettenne Bernie Sanders vengono spesso nominati anche il settantacinquenne Joe Biden (ex vicepresidente degli USA) e il settantaseienne Michael Bloomberg (ex sindaco di New York). Personalità, chiaramente, note. Ma rispetto a loro il settantaduenne Trump non dimostra gli anni che ha. Un recente sondaggio della CNN ha evidenziato che oggi il leader assoluto dei democratici sarebbe Biden. Ma in un potenziale scontro tra Trump e Biden il margine tra loro sarebbe ridotto. E in questi sondaggi degli ultimi mesi la posizione di Trump è migliorata.

Per questo probabilmente i collaboratori del Partito democratico stanno segretamente lavorando al lancio di candidati più giovani per non finire sotto il fuoco delle critiche. Ad esempio, vi sono fonti di un'attiva preparazione alla prossima campagna della cinquantaquattrenne senatrice democratica per la California Kamala Harris. Una campagna à la Barack Obama.

Per quanto riguarda Trump, è poco probabile che qualcuno tra i repubblicani prenda il suo posto. In verità, in passato casi simili ci sono stati. Ad esempio, per le elezioni del 1968 al presidente democratico Lyndon Johnson gettò il guanto di sfida l'attivista democratico pacifista Eugene McCarthy (uno pseudo Bernie Sanders degli anni '60 che godeva di grande popolarità tra i giovani). I successi di quest'ultimo furono così strabilianti che Johnson fu costretto a ritirare la sua candidatura. Ma allora la sconfitta del presidente degli USA fu dovuta al brusco aumento di impopolarità della Guerra del Vietnam. Oggi, invece, le posizioni di Trump tra i repubblicani sembrano solide e solamente eventi straordinari (un impeachment, l'ennesima guerra o un omicidio) potrebbero impedirgli di candidarsi nuovamente per i repubblicani.

Secondo i sondaggi, al momento Trump starebbe perdendo di fronte a quasi tutti i potenziali noti candidati democratici. Proprio per questo lui e il suo team sono stati molto felici delle dichiarazioni riguardo alla possibile ricandidatura di Hillary Clinton. "Oddio, sì, per favore", così ha reagito alla notizia Kellyanne Conway, consigliere di Trump per la strategia politica, che ha già cominciato a lavorare alla sua campagna presidenziale del 2020.

Dunque, se vi è un luogo in cui pregano che Clinton 4.0 si ricandidi è proprio il quartier generale dei repubblicani perché lì sono sicuri che Hillary sia per Trump la migliore opportunità di essere rieletto. Fra i democratici le voci di una ricandidatura di Clinton ha scatenato il panico. Proprio per questo, sono in pochi a credere che questo sia verosimile. Ma dopo la cocente sconfitta infertale dal parvenu Obama durante le primarie del 2008 nessuno credeva che lei sarebbe tornata in politica. Ma lo ha fatto. Dall'inizio degli anni '90 è difficile immaginarsi un'elezione che non coinvolga il cognome Clinton.

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Tags:
elezioni, CNN, Donald Trump, Hillary Clinton, USA
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